Quadrimestrale di cultura civile

Sogno un Paese conquistato dai giovani

di Giulio Sapelli / Professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano

È urgente porsi la questione di come ricostituire la nostra economia, senza utopie dirigiste, con realismo ed empirismo, con la consapevolezza che probabilmente siamo giunti a un punto di non ritorno; ossia a una recessione della produzione e dei servizi avanzati all’industria che può mettere in pericolo l’esistenza stessa del patrimonio industriale di questo Paese, che rimane comunque uno dei più importanti punti di riferimento manifatturieri d’Europa. E con esso può aprire una drammatica questione giovanile: occupazionale ed educativa insieme. A tutto ciò si aggiunge un pericolo gravissimo, di tipo sociale prima che economico e che va analizzato meglio di quanto sino a ora non si sia fatto. Mi riferisco al restringimento del mercato interno e all’enorme trasferimento di reddito e di valore dal lavoro al capitale che si è realizzato in questi ultimi vent’anni. Si sono create nuove classi agiate prima inesistenti e si è aumentata la ricchezza dei già ricchi. E se la povertà assoluta è scarsamente diminuita, è aumentata quella relativa, dinanzi a una deflazione che inizia nuovamente ad affacciarsi sul fronte dei prezzi. Appare il volto di un sottoconsumo che può divenire altamente gravido di conseguenze nefaste per il perseguimento della crescita. Per ripartire con lo sviluppo occorre sì liberalizzare, ma nel contempo (e con vigore) ripensare alla crescita morale, umana dei protagonisti dello sviluppo. Ciò che conta, in definitiva, è, nel progredire del mercato, essere in grado di ricostruire una giustizia commutativa e distributiva il cui senso profondo sembra scomparso alla coscienza dei più. Se ciò continuasse a non accadere, come oggi succede (mentre neppure il mercato progredisce!), assisteremmo alla disgregazione del tessuto sociale e relazionale-culturale che è stata la forza della nostra crescita nell’interdipendenza internazionale a partire dal diciottesimo secolo, ben prima dell’unificazione nazionale. E soprattutto non potremmo offrire ai giovani ciò di cui essi hanno più bisogno: la speranza, che nasce solo dai cuori e non dalle istituzioni statali. Oggi, del resto, con il dilagare dell’economia a mercato dispiegato e della globalizzazione, che la recessione non arresterà, ma anzi incentiverà, perché solo in esse risiede il mezzo necessario per superare la crisi, il complesso piramidale che ha trasferito allo Stato tutte le responsabilità sociali dei doveri verso gli altri simili, verso le generazioni future, è in crisi profonda. Lo Stato è troppo lontano dai sistemi di senso e di significato che le persone elaborano per raggiungere i loro fini e per rendere meno indecente la loro vita. Lo Stato ha assorbito come una gigantesca idrovora il sentimento collettivo un tempo vivo e operante dei doveri e dell’autorganizzazione per il soddisfacimento dei diritti che da quella assunzione derivavano. Ed è dell’autorganizzazione dei doveri che i giovani hanno bisogno per riappropriarsi di questa nazione e del suo destino. Ma questo implica ridefinire lo stesso concetto di Stato. Il mio convincimento è che questo nuovo Stato della sussidiarietà non è incompatibile con il ritorno virtuoso dello Stato imprenditore, tecnocraticamente inteso, meritocraticamente diretto e non fondato sull’intermediazione finanziaria e l’offerta di capitale, come pure ora si sta architettando positivamente. L’Italia non è un Paese per i giovani? In questo contesto la questione dei giovani è la questione centrale. Ma è intessuta di pericoli tremendi. Il primo è quello della disoccupazione strutturale e della formazione di isole di anomia e di marginalità morale prima che politica. Sono più di due milioni i giovani che né cercano un lavoro né studiano e queste cifre si dipanano seguendo gli squilibri territoriali del Paese, con dati impressionanti che confermano come gli storici divari della questione italiana sono divenuti gli storici divari della questione giovanile, non solo tra Nord e Sud. La tensione è tra generazioni che si dispongono oggi non più come corridori di una corsa in cui ci si passa il testimone, quanto, invece, come scalatori di una montagna della vita in cui lo scalatore più vecchio – spesso allo stremo delle forze – lascia cadere sempre più consistentemente parti preziose delle sue riserve vitali di sopravvivenza agli scalatori più giovani che stanno sotto di lui. Quando i più vecchi scalatori perderanno le forze per l’esaurirsi delle risorse e per il venir meno della tensione emotiva, tutta la cordata crollerà e ci accorgeremo solo allora che guardavamo le nuvole da un baratro terribile. Per questo l’Italia non è un Paese per i giovani: perché non è un Paese dei giovani e del confronto intergenerazionale. Per riprendere la metafora di Thomas Carlyle, non sono le pecore, oggi, a mangiare gli uomini, come accadde con le enclosure inglesi, ma sono i giovani a mangiare i vecchi. Il sistema pensionistico, poi, con il passaggio al sistema contributivo, ha spezzato il legame intragenerazionale e ridotto l’atto dell’uscita dal lavoro a un atto di implacabile crudeltà monetaria, senza distribuzione e ridistribuzione di risorse tra giovani e vecchi, tra coloro che muoiono e coloro che rimangono. Il legame tra generazioni si è spezzato inesorabilmente e non a caso quella legge ha segnato l’avvento di una nuova classe politica al potere negli anni della spoliazione dell’Italia sotto i colpi dell’entrata nell’euro, pagata con le privatizzazioni senza liberalizzazioni che sono state l’inizio del declino della grande impresa e un tassello importante della crisi giovanile occupazionale italiana. A tutto ciò possono oggi porre rimedio solo i movimenti sociali e le comunità di destino, le comunità morali. Senza disordine, senza violenza, con lungimiranza e mirando alla costituzione di unità economiche non profit e cooperative che massimizzino l’occupazione invece che il profitto. Che esaltino il lavoro e gli studi umanistici fuori dalle decrepite istituzioni statali ed esaltino il lavoro, il lavoro manuale unito alla lettura dei classici in forme scolastiche che non possono più esser solamente le scuole di Stato, che hanno perduto ormai il loro ruolo di ascensori sociali della mobilità. Solo la libera scuola cooperativa in libero Stato può riattribuire senso all’educazione e quindi alla questione giovanile, che deve divenire insieme questione occupazionale e questione educativa. Per questo io guardo con speranza al movimento dei cosiddetti «indignados» o «Occupy Wall Street» nord americano. Esso sta assumendo negli USA proporzioni sempre più vaste. Recentemente Ben Bernanke ha detto: «Non ho nulla da obiettare a questi giovani e riconosco come vere le ragioni della loro protesta (contro le banche)». In questa frase c’è tutta la distanza che esiste tra il movimento nord americano dei disoccupati e quelli che si sono sviluppati in Europa e nel corso delle cosiddette primavere arabe. Questi ultimi movimenti, infatti, sono soprattutto mobilitazioni collettive dei figli delle classi medie, altamente secolarizzati e sostenuti dalla rete di sostegno delle famiglie. La caratteristica di questi movimenti è l’isolamento sociale: i lavoratori occupati non se ne interessano perché la densità sociale e morale tra i ceti e le classi europee e nordafricane è molto bassa. Solo le organizzazioni religiose, cristiane o islamiche che siano, realizzano una saldatura tra i mondi di chi ha e chi non ha un lavoro: ma è benevolente, filantropica, mai politica. Un esempio? I moti egiziani. Le piazze erano piene di classe media laica. Le organizzazioni che ora si apprestano a presentarsi alla prossima lotta politica sono invece in maggioranza islamiche, anche se non fondamentaliste. Gli «indignados» USA Gli Stati Uniti sono invece una società molto densa e coesa. In primo luogo per il patriottismo e per l’orgoglio di essere cittadini nord americani. In secondo luogo, perché lo spirito associativo è ancora ben vivo e presente. Per questo il modo in cui si sta lottando contro la disoccupazione in USA deve divenire un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono combattere questa malattia mortale del capitalismo. Il movimento di «Main Street», ossia dei disoccupati nordamericani, si è ora diffuso in molte città. Città a grande tradizione operaia, come Chicago, o liberal, come Los Angeles; ma non mancano manifestazioni e movimenti anche nello sperduto Ohio o nello Iowa. Il segreto della persistenza e della diffusività risiede nel fatto che, immediatamente, il sindacato americano, l’AFL-CIO, e i lavoratori occupati hanno sposato la protesta. L’hanno fatto in diversi modi, ma soprattutto fondando «Working America», un’organizzazione che offre aiuti economici ai disoccupati, organizza mense e distribuisce pacchi alimentari, assiste le famiglie a cui sono tagliate la luce, l’acqua, il gas, si occupa dell’assistenza infantile, garantisce un’assistenza medica e legale. E questo perché, a differenza dei casi europei che ricordavo prima, gli «indignados» USA sono poveri, senza nessun aiuto familiare e sono bianchi, neri e latinos. I sindacati organizzano dal basso, con i loro militanti occupati e disoccupati, un vasto welfare che non discende dall’alto in forma statalistica. Negli USA vi sono oggi 14,5 milioni di disoccupati, più che nel tempo della Grande Depressione del 1929. A questi vanno aggiunti 9,1 milioni di sotto occupati e due milioni di lavoratori «scoraggiati», ossia che non cercano più lavoro per disperazione: il tutto fa 25,8 milioni di persone. Ebbene, rapidamente gli «indignados» stanno divenendo un vero e proprio movimento di massa organizzato che ha cinque obiettivi, di recente sintetizzati dal presidente dell’AFL-CIO Richard Trumka: estendere ancora per 12 mesi gli aiuti di stato per le famiglie che sono state colpite dalle bancarotte bancarie, dai mutui subprime, dal fallimento delle imprese; intraprendere un programma di opere pubbliche per ricostruire le scuole, le strade e i sistemi energetici, investendo tre trilioni di dollari; valorizzare con l’azione sociale dal basso le comunità locali, per far fronte alle esigenze immediate dei poveri e dei disoccupati; creare sviluppo locale, ossia come suona lo slogan: «Fund job in our comunity»; espandere il sistema delle banche cooperative così da ridare credito alle piccole e medie imprese: «If small business can get credit, they will create job». Sembra il programma elettorale di un partito d’opposizione e invece è il frutto di migliaia e migliaia di riunioni che hanno visto impegnati in tutto il Nord America appartenenti al popolo, alle classi medie, agli intellettuali. Ecco cosa si intende quando si parla di coesione sociale: non di eguaglianza «passiva», statolatrica, ma «attiva», frutto della lotta contro la disuguaglianza perché rinasce il senso di giustizia. Allora vale la pena essere giovani… e vecchi.