Quadrimestrale di cultura civile

Dalle garanzie assistenziali a quelle di investimento

di Carlo Pelanda / Professore straordinario di Economia e Direttore del Dottorato in Geopolitica economica, Università G. Marconi; Docente di Studi globali, University of Georgia, Athens, USA

Le intuizioni di Lorenza Violini e Giorgio Vittadini contenute nel volume La sfida del cambiamento (BUR Riz- 31 zoli 2012), stimolano la ricerca sulle nuove forme di garanzia sociale e fanno intendere come quelle esistenti siano vecchie e inadeguate. Desidero contribuire a questa ricerca, pur qui per sommi capi, segnalando un tipo di nuova garanzia diretta compatibile con il pensiero liberista e utilitarista. Ciò potrebbe sorprendere qualche lettore perché nella tradizione liberista, e suoi dintorni, non c’è traccia di riflessioni, in positivo, sulle garanzie in quanto la massima libertà è considerata una garanzia sufficiente per gli individui. La filosofia morale di impostazione libertaria, infatti, prescrive che, se hai un problema nella società, riduci lo Stato e lo risolverai. Nei fatti storici, dopo circa un secolo di osservazioni, ciò si è dimostrato solo in parte vero. Se c’è troppo Stato si crea una patologia sociale – dal blocco della crescita economica alla pigrizia sociale dovuta all’assistenzialismo deresponsabilizzante – e certamente la miglior cura è quella di toglierne il più possibile. Ma se si lascia un vuoto sul piano delle garanzie, allora la libertà tende a non diventare produttiva sia sul piano della qualità sociale sia su quello della diffusione della ricchezza. Tale evidenza nei dati di ricerca mi ha fatto mettere nel cassetto gli stupendi classici della filosofia della libertà per sostituirli con una ricerca realistica e attuale, pur sempre vettorializzata dall’assunto che più libertà c’è, meglio è (i libri di coloro che ritengono di risolvere un problema aumentando lo Stato li ho tenuti bene in vista, invece, per mantenere la consapevolezza del male contro cui combattere). Per essere più chiaro, nei primi anni Novanta diedi ai miei ricercatori (dottorandi formanti un gruppo euroamericano) le seguenti istruzioni per organizzare un “programma di ricerca” dedicato alla riforma dei modelli di welfare, sia in America sia in Europa, perché, con evidenza, non funzionavano e ambedue, nonostante le diversità, mostravano le medesime tendenze degenerative, cioè un terzo di poveri e la contrazione della classe media: - lo scopo di una garanzia diretta è quello di fornire un valore di mercato all’individuo, cioè di trasformare i deboli in forti; - lo scopo di una garanzia indiretta è quello di mantenere una configurazione del mercato dove questo sia il più possibile luogo di un’economia crescente; - missione: riprogettiamo il welfare americano che fornisce una buona garanzia indiretta, ma non eroga quelle dirette, e il modello europeo che offre una garanzia indiretta insufficiente e quelle dirette inefficaci e controproducenti. Per chi fosse interessato, i risultati di questa missione di ricerca sono visibili nel saggio Crisi e riforma del capitale (in E. Luttwak, C. Pelanda e G. Tremonti, Il fantasma della povertà, Mondadori, Milano 1995) e nei libri Lo Stato della crescita (Sperling, Milano 2000); Sovranità & ricchezza (con P. Savona, Sperling, Milano 2001); Futurizzazione (Sperling, Milano 2003); Formula Italia (Angeli, Milano 2009) e Il nuovo progresso (Angeli, Milano 2011). Verso la fine degli anni Novanta dovetti continuare quasi da solo il programma, perché i giovani ricercatori trovarono che le soluzioni da noi scelte non facevano fare loro carriera nelle università di ambedue i continenti. In particolare, le ricerche argomentavano la raccomandazione di investire più denaro pubblico, nell’ambito comunque di una riduzione delle tasse, per stimolare la crescita economica, nell’educazione degli individui, anzi nella costruzione in loro di un vero e proprio “potere cognitivo” come garanzia diretta. Il costo di una tale supereducazione di massa avrebbe comportato una riallocazione importante, pur graduale, delle aliquote dei bilanci pubblici dedicati agli apparati burocratici e alle spese assistenziali. Per tali motivi di conservazione della burocrazia e delle protezioni vi fu un rifiuto dell’idea da parte delle sinistre politiche e accademiche sia americane che europee. In America, la destra liberista rifiutò anche l’idea, perché percepì come illiberale un programma che avrebbe forzato famiglie e individui ad aderire a uno standard di supereducazione, anche con il contributo di denaro fiscale pubblico, se quello privato non fosse bastato. In questa posizione (liberi anche di essere ignoranti) c’era l’idea che la libertà è condizione sufficiente per il successo economico, mentre i dati di realtà mostravano che, se la libertà non è organizzata, nel caso caricata con potere cognitivo individualizzato, non è produttiva. In Europa, Regno Unito a parte, non c’era, né c’è, una massa critica di liberisti e gli ambienti sia politici sia accademici vedono il confronto tra due statalismi con qualche spruzzo, talvolta, degli eroici liberal-cristiani. In sintesi, l’idea di creare una vera garanzia diretta di trasformazione dell’individuo, dando a tutti un potere conoscitivo che ne avrebbe determinato un elevato valore di mercato, riducendo le risorse per altre garanzie assistenziali e protezionistiche, con l’eccezione dei casi di estremo bisogno, non trovò alcuno spazio e, anzi, spaventò sia a sinistra sia a destra. Ma trovai molto ascolto, invece, nell’ambiente finanziario, in particolare nel 2002-2003, nei gruppi di ricerca che operavano a contatto con la Riserva federale statunitense. Per questi era chiaro che l’unico modo per mantenere il sistema economico in crescita senza generare troppa inflazione, in una situazione di esaurimento progressivo dell’incremento demografico, era quello di sviluppare un tipo di economia dove fosse possibile aumentare il valore aggiunto delle produzioni, cioè un’economia basata sulla conoscenza. Ma per alimentare un’economia della conoscenza, partecipata a livello di massa sia da produttori sia da consumatori più competenti, sarebbe stato necessario investire molto di più, enormemente di più, nella formazione dei cervelli. In sintesi, la nuova garanzia di investimento individualizzato sulle capacità cognitive di massa trovò una chiara utilità in relazione ai futuri requisiti di crescita. La necessità di una rivoluzione conoscitiva In un discorso nel 2003, Alan Greenspan, allora Presidente della Fed, enfatizzò questo concetto. E va annotato che fu un banchiere centrale e non un professore a sottolineare con più forza la necessità di una rivoluzione conoscitiva. Ma il messaggio non passò perché molti osservatori lo ricevettero come necessità di più educazione e formazione continua, ritenendolo ovvio. Quelli che, invece, capirono l’entità degli investimenti educativi che sarebbero stati necessari, e l’impatto sulla riallocazione dei bilanci pubblici, cercarono di ombreggiare il punto. Eppure il riferimento del banchiere centrale, pur quantitativamente inespresso, fu chiaro: se volete crescita nel futuro non basta più educazione per più gente, ma una supereducazione per tutti, pur da raggiungere gradualmente. Cioè la scala dell’investimento nella garanzia educativa va calibrata in relazione alla manutenzione di un intero sistema economico, e non solo, per dare più educazione in generale. Ma questa differenza tra più educazione e il potere cognitivo effettivamente necessario per produrre l’effetto sistemico di più crescita senza inflazione non fu, e non è ancora stata, recepita. Anche perché, mentre si stava per cominciare a farlo, intervenne poi la crisi del 2008 che impose priorità ben diverse e più cogenti. Comunque, cercai negli anni successivi di ridisegnare il ciclo delle nuove garanzie in modo da farlo combaciare, sul piano della modellistica, con quello del capitale. Per avere più capitale politico (ordine, modernità ecc.) bisogna avere più capitale sociale; una buona configurazione dei due, poi, genera più capitale intellettuale diffuso e infine questo permette più e miglior (senza inflazione) cumulo del capitale finanziario. L’abbondanza di quest’ultimo, infine, permette di finanziare la qualificazione continua del capitale politico. E via così, in un ciclo virtuoso (si veda Il nuovo progresso, Angeli, Milano 2011). In sintesi, una relazione positiva tra libertà individuale e denaro è possibile grazie alla diffusione di più conoscenza. Cogito ergo habeo. Sembra l’uovo di Colombo, ma è difficilissimo – e finora è stato impossibile – passare questo concetto dai think tank e dai libri all’ambiente che ha la possibilità di realizzarlo concretamente. Tornando al punto, il mio contributo alla ricerca sulle nuove “garanzie dirette”, a partire da un pregiudizio liberista, è quello di mostrare che se si investe su un individuo per dargli valore di mercato, allora il fabbisogno di garanzie protezionistiche e assistenziali scende. Sul piano tecnico-scientifico questa è più di un’ipotesi: è un dato misurabile e sottoponibile a confutazione. Pertanto la prima raccomandazione è quella di vedere il mercato non come qualcosa con effetti da limitare, ma come luogo che deve essere frequentato da individui sempre più forti, grazie all’investimento che una comunità fa sulla loro mente. Per essere più chiaro: non si deve limitare il mercato, ma bisogna rendere gli individui, alla fine tutti, capaci di praticarlo con successo. Questa è la nuova garanzia diretta erogabile da un modello di Stato sociale ridisegnato in un’ottica di liberismo consapevole. Che si contrappone sia al vuoto di garanzie sia alle garanzie assistenziali passive e passiviste offerte dagli statalisti (che finanziano i deboli invece di trasformarli in forti). Ma per arrivare nel futuro a un tale disegno bisognerebbe chiarire e cambiare parecchi modi di pensare consolidati sia nell’area statalista sia in quella – minuscola in Europa, ma grande e influente in America – liberale/libertaria. Il principale riguarda la dottrina di cosa debba fare lo Stato e cosa il mercato. Per gli statalisti lo Stato deve dare ricchezza e il mercato garanzie. È una stranezza, perché ovviamente solo il mercato ha gli strumenti per creare ricchezza e se lo si vincola troppo per fornire garanzie, evidentemente, lo si irrigidisce rendendolo più vulnerabile alle crisi. Quindi la formula giusta è: lo Stato deve dare garanzie e il mercato ricchezza, senza mescolamenti ambigui tra i due, con l’eccezione che quando il mercato non c’è è ovvio che debba essere lo Stato a riorganizzarlo con strumenti di garanzia di ultima istanza. Tale chiarimento comporterebbe la ritirata dallo Stato da interventi diretti nell’economia e una sua missione di assorbire temporaneamente, con denaro fiscale, ciò che il mercato espelle nelle sue crisi periodiche. Ma anche un altro chiarimento è importante. Il mercato non investe in periodi troppo lunghi e per ritorni troppo ambigui. Pertanto il mercato non è il veicolo per investimenti sulla formazione basica del capitale umano che richiede temporalità prolungate. Lo Stato, cioè il denaro fiscale, quindi, assume la fisionomia di una Banca di investimento di lungo termine e a ritorno sistemico (e non puntuativo) che il mercato mai potrà ospitare. Il denaro fiscale è produttivo se è usato per questo scopo, non lo è se è utilizzato per altri, con l’eccezione del soccorso e della sicurezza. La visione utilitarista, infine, vede lo Stato come un elemento complementare del mercato. Il liberismo neo-utilitarista, infatti, non trova motivo di continuare un conflitto tra Stato e mercato se questi concetti fossero applicati. E non è contrario alle tasse, ovviamente il meno possibile, se finanziano una garanzia diretta che poi assicura la crescita economica e la ricchezza diffusa. Questo lo ritengo un nuovo modo di pensare – liberista, utilitarista e pragmatico – che invito a condividere. Non so valutare se e dove gli amici che perseguono la dottrina della sussidiarietà vogliano collocare il loro pensiero entro lo schema qui abbozzato. Ma spero tanto che trovino uno spazio di integrazione anche per riunire le diverse famiglie di pensiero che hanno fiducia nella libertà contro la massa illiberale degli statalisti