Quadrimestrale di cultura civile

Sussidiarietà e innovazione sociale: verso nuove risposte alla crisi

di Luis Rubalcaba / Visiting scholar alla Boston University e Professore di Politica economica, Università di Alcala, Madrid

L’attuale crisi economica sta producendo effetti drammatici in alcune nazioni europee, soprattutto nell’Euro- 55 pa meridionale. La situazione nel mio Paese, la Spagna, è certamente dolorosa: i tassi di crescita (negativi o prossimi allo zero) e i tassi di disoccupazione (il 25 per cento della popolazione attiva e quasi il 50 per cento dei giovani, delle donne e degli immigrati) sono davvero preoccupanti. Quel che è peggio, la sofferenza di milioni di persone non è mitigata dalla speranza di una risoluzione a breve termine: ci sono poche e incerte luci alla fine del tunnel. L’ultimo trimestre del 2012 e la prima metà del 2013 potrebbero rivelarsi la fase peggiore dall’inizio della crisi. Ci sono troppe incertezze sul futuro dell’economia e le nostre società non sono certamente pronte a tollerare una crisi protratta nel tempo. Persone e solidarietà in tempo di crisi In questo difficile contesto, la relazione tra Stato e società civile sta cambiando. La portata dei problemi è tale che la società civile ha spazio di manovra per farsi avanti e contribuire a risolverli: i dati statistici mostrano che quasi il 50 per cento delle famiglie spagnole si prende cura di una persona disoccupata. Questa straordinaria solidarietà sta facendo ciò che lo Stato non può fare: garantire il sostentamento di larga parte della popolazione. È questo fenomeno a rendere possibile una certa pace sociale: altrimenti ci sarebbe una vera e propria rivoluzione. Inoltre, le associazioni umanitarie e le attività della Chiesa fanno tutto il possibile per offrire solidarietà a migliaia di persone indigenti, compresi coloro che sono diventati poveri durante la crisi. La Caritas e i Banchi di solidarietà, per esempio, sfamano molti dei nuovi poveri in tutto il Paese; le famiglie compongono la società civile, che tiene viva la Spagna in questa terribile crisi finanziaria ed economica. In questo contesto, lo Stato è obbligato a ripensare il suo ruolo. Oggi gli Stati non hanno più le risorse necessarie per garantire alla popolazione neppure i servizi più basilari. L’unica via d’uscita è l’aiuto offerto dalla società civile, che può rispondere a quelle esigenze in modo molto più efficiente e meno costoso. Lo Stato dovrebbe intervenire direttamente solo dove la società civile non può farlo. Questa è una percezione realistica del principio di sussidiarietà. Il problema non è più soltanto che la non-sussidiarietà (lo statalismo) sia indesiderabile; ma che ormai lo statalismo è diventato semplicemente inconciliabile con la sostenibilità di un sistema di welfare. Naturalmente, in questa crisi, la sussidiarietà non richiede allo Stato di sparire per lasciare campo libero ai mercati e alla società civile. Lo Stato deve assistere la società civile nelle sue attività e deve intervenire laddove essa non può agire. Gli Stati possono anche approfittare di questa crisi per ripensare il proprio ruolo, interrompendo una tradizione di statalismo che conferiva troppo potere e responsabilità ai poteri pubblici. La maggioranza dei politici contemporanei ritiene che la soluzione alla crisi consista “semplicemente” nel ridurre il welfare state e lasciare più spazio ai mercati: in questo modo un numero inferiore di cittadini beneficerebbe dei sussidi statali e verrebbe corretto il precedente eccesso di statalismo. Altri politici puntano invece a tenere in vita l’attuale welfare state, ignorando le difficoltà finanziarie in un contesto in cui il welfare è insostenibile e la situazione demografica rema contro. Tuttavia, la vera sfida non è ridurre o conservare il welfare state, ma ripensarlo in modo da non sacrificare nessuno, come è proposto nel libro di Violini e Vittadini (2012). In questo contesto, ritengo che innovazione e servizi possano svolgere un ruolo significativo. Società, innovazione e servizi Oggi i principi di sussidiarietà possono essere difesi anche alla luce dei servizi richiesti dalle nuove sfide poste dalla società. Dal punto di vista del terzo settore, è necessario riflettere sul ruolo della società civile nell’erogazione di servizi pubblici. Esistono servizi, tradizionali e nuovi, che possono essere promossi da organizzazioni del terzo settore o da alcune amministrazioni pubbliche conferendo più potere alle comunità locali. La creazione e implementazione di nuovi servizi pubblici, o nuove modalità di erogazione di servizi pubblici come l’istruzione o la sanità, sono correlate all’innovazione. In tempo di crisi, l’innovazione è un elemento di assoluta importanza. Innovazione significa nuovi prodotti, nuovi servizi, nuove modalità organizzative, nuove possibilità di esportazione, nuovi modi per vivere nella società. Non dovrà limitarsi alla necessaria bonifica del settore finanziario e al necessario riordino del caos generato dalla bolla dei prezzi in settori come quello immobiliare. Al di là degli interventi necessari in ambito finanziario e macroeconomico, la via d’uscita dovrà provenire da una prospettiva più “micro”, da una nuova imprenditorialità, da nuovi motori della crescita, da persone e organizzazioni che si impegnano per offrire servizi migliori e più efficienti. La società sta generando un certo grado di innovazione per affrontare la crisi, ma certamente non abbastanza. La mancanza di innovazione rappresenta un insuccesso del mercato e un fallimento sistemico nelle aree in cui lo Stato deve attivarsi. La società civile è spesso troppo indaffarata, troppo distratta dalle incombenze quotidiane e troppo a corto di risorse per pensare a nuove soluzioni ai problemi. L’innovazione dovrebbe essere promossa dalle amministrazioni pubbliche, fornendo risorse e possibilità a quei settori privati e sociali per sviluppare le soluzioni di cui la società ha bisogno. Esistono precise motivazioni politiche a favore del sostegno pubblico all’innovazione nei servizi. Inoltre, una volta varata una politica di innovazione, la società civile può mettersi al timone: è ciò che oggi si definisce innovazione sociale. Innovazione sociale e settore pubblico L’innovazione sociale assume molti significati (a volte in conflitto tra loro) in diverse aree: per esempio l’innovazione sul posto di lavoro, che si focalizza sulla qualità della vita lavorativa; le iniziative di responsabilità sociale da parte delle aziende; nuove soluzioni nei sistemi sanitari; l’innovazione promossa da Internet e dallo sviluppo del software; o come un aspetto dello sviluppo locale. L’innovazione sociale può essere definita la nuova soluzione a un problema sociale, che si rivela più efficiente, efficace, sostenibile ed equa rispetto alle soluzioni esistenti, e che crea valore in primo luogo per la società nel suo insieme, anziché per gli individui singoli (Phills et al, 2008; Mulgan, 2006; Paul e Ville, 2009). ù La Commissione europea, nel rapporto BEPA (2010), afferma che «le innovazioni sociali sono sociali sia nei processi sia nei risultati». Sono molto diverse dai modelli tradizionali in cui l’innovazione era eminentemente tecnologica – nuovi prodotti, processi, tecniche di marketing o modalità organizzative – e finalizzata alla diffusione e al successo nei mercati. Poiché l’obiettivo primario delle innovazioni sociali non è di natura commerciale (benché le innovazioni sociali possano portare anche un ritorno economico), il successo nei mercati non è sufficiente. L’innovazione sociale è un processo partecipativo: coinvolge uno spettro di attori e soggetti che hanno interesse a risolvere un problema sociale (Hochgerner, 2009). Cittadini e organizzazioni del terzo settore possono svolgere numerosi ruoli nell’innovazione sociale. Possono essere promotori, sostenitori o facilitatori dell’innovazione; possono fungere da mediatori, co-produttori, consumatori sofisticati e/o beneficiari ultimi. Offrendo soluzioni nuove ai problemi della società, i cittadini partecipano ai processi e alle reti sociali che sono alla base della co-creazione e della diffusione. È cruciale trasferire il potere ai cittadini, affinché muovano da una ricezione passiva di innovazioni create da altri a un coinvolgimento attivo nel processo diinnovazione e costruzione di reti. Si tratta inoltre di un processo di importanza decisiva per realizzare appieno il valore del capitale sociale rappresentato dai cittadini, nella vita e nel lavoro. L’impatto delle innovazioni sociali si valuta in base alla loro capacità di migliorare il benessere dei cittadini, il loro tenore di vita e la sostenibilità. Altrettanto importante è conferire potere alle organizzazioni sociali, soprattutto a quelle del terzo settore. Le iniziative che partono dal basso, promosse e diffuse da organizzazioni del terzo settore e imprenditori sociali, sono importanti per creare nuove forme di integrazione del mercato del lavoro, per aumentare l’inclusione sociale e per identificare e implementare nuove soluzioni in ambito sanitario, nell’offerta educativa, riguardo all’efficienza delle risorse e alle tematiche ambientali. Un’innovazione più efficace e sostenibile nel settore pubblico richiederà probabilmente un ripensamento dei servizi e delle organizzazioni pubbliche. L’innovazione sociale richiede di “sfruttare l’ingegno delle associazioni benefiche e degli imprenditori sociali per soddisfare le esigenze della società che non trovano risposta adeguata nel mercato o nel settore pubblico” (Commissione europea, 2010). In questo modo si riconosce la necessità di ripensare i confini tra pubblico e privato nell’erogazione dei servizi, per consentire alle imprese sociali e ad altre organizzazioni guidate dai cittadini di crescere e svilupparsi. Se il terzo settore ha un ruolo di primo piano nell’erogazione di servizi pubblici tra privato e privato (Bartocci e Picciaia, 2012), la collaborazione tra pubblico e privato dev’essere vista nel quadro concettuale delle reti di innovazione per essere davvero sociale e integrativa al di là della semplice condivisione di costi o di attività gestionali (Rubalcaba et al., 2012). Le innovazioni sociali nel settore pubblico comprendono nuove pratiche – concetti, strumenti di policy, nuove forme di cooperazione e organizzazione – metodi, processi e regolamentazioni che sono sviluppate e/o adottate da organizzazioni del settore pubblico (tra cui le aree in cui le organizzazioni private e del terzo settore, o gli imprenditori sociali, erogano un servizio pubblico) per rispondere alle richieste della società e fronteggiarne i problemi in modo più efficace rispetto alle pratiche esistenti. Le nuove esigenze della società, unite ai vincoli di bilancio, richiedono modelli di servizio pubblico radicalmente nuovi. In questo contesto, la sperimentazione sociale e l’innovazione sociale svolgeranno un ruolo di primo piano per facilitare – ma non sostituire – la politica sociale. Alcune aree dell’innovazione sociale nel settore pubblico e il tema dell’istruzione Si possono offrire molti esempi di innovazione sociale. Possiamo avere innovazione sociale nella gestione dei servizi inter-cittadini (“mancomunidad”) nei consorzi di piccoli comuni: la condivisione di costi e risorse tra più comuni può condurre a servizi locali migliori e più efficienti. Si può inoltre dialogare con i principali soggetti dei mercati privati che, nel contesto della crisi finanziaria, possono aiutare a rendere più sociale la riforma. Possono intervenire per salvare le banche, al di là della loro conversione obbligata in banche normali, affinché non vadano perdute le origini locali e sociali che sono in grado di generare benefici per la collettività. Va inoltre rilevato come la società civile possa coinvolgere tutti gli attori e le aziende private per rendere le città più intelligenti e più efficienti nei consumi energetici. Possiamo identificare i modi in cui le associazioni di pazienti e del terzo settore nella sanità possono innovare coordinando il lavoro degli amministratori sanitari e delle aziende farmaceutiche e biotecnologiche, per ideare soluzioni innovative per la cura delle malattie. In ciascuna macroarea della società c’è margine per il coinvolgimento della società civile. Un esempio interessante è offerto nel settore dell’istruzione. L’innovazione sociale nelle scuole si può analizzare su tre livelli. Anzitutto il livello più ristretto, il modo in cui è organizzato l’insegnamento tra i singoli docenti e gli studenti, che passa dalla tradizionale trasmissione di contenuti a un’innovativa co-produzione di conoscenza e competenze. Già a questo primo livello è evidente come l’innovazione possa derivare da una co-produzione sociale di servizi: l’insegnante può essere innovativo a sufficienza adattando gli argomenti e i metodi agli studenti che ha davanti. Senza adattamento e personalizzazione, è assai difficile porre le basi della capacità di apprendimento, sicché molti studenti restano fuori dal sistema (oltre ad alcuni ostacoli di natura giuridica, il fallimento scolastico affonda le sue radici nella mancanza di competenze e incentivi, da parte di insegnanti e scuole, per affrontare l’insegnamento in maniera globale, tenendo conto dei desideri degli studenti e dell’ambiente sociale di provenienza). Allorché infatti l’insegnante è in grado di vedere gli studenti per ciò che sono – esseri umani con gli stessi desideri, le stesse esigenze – gli studenti e i loro genitori possono essere coinvolti appieno in soluzioni innovative; come accade in certa misura nel sistema educativo degli Stati Uniti o dei Paesi scandinavi (per esempio il sistema finlandese, estremamente innovativo ed efficace), dove c’è un maggior coinvolgimento delle famiglie e c’è, rispetto ai Paesi dell’Europa meridionale, più margine per adattarsi alle esigenze dei bambini. Il secondo livello a cui si applica l’innovazione sociale è il livello della scuola: l’organizzazione delle scuole, la loro integrazione nelle comunità e lo spazio lasciato alla partecipazione degli attori sociali alla vita della scuola, che diventa una comunità educativa in cui genitori, insegnanti, studenti, amministratori e attori locali possono avere voce in capitolo. Questo tipo di innovazione non è facile per le scuole, cui sono richieste la motivazione, le capacità e l’autonomia necessaria per essere innovative e aperte. Un altro problema è che il livello di apertura di una scuola non garantisce di per sé l’innovazione; le scuole devono capitanare il processo di co-innovazione e devono fare in modo che l’interazione con diversi soggetti possa dare buoni frutti. Hanno bisogno di un’identità precisa sulla cui base tutti possano costruire e sviluppare. Il terzo livello è altrettanto importante per l’innovazione sociale: si tratta dell’area delle politiche organizzative. A questo livello, innovazione sociale significa libertà per i genitori di scegliere la scuola che preferiscono e la libertà per la scuola di decidere il tipo di istruzione che desidera impartire; benché naturalmente l’amministrazione pubblica debba imporre certi limiti, per prevenire asimmetrie ed errori. In Paesi come la Spagna si adotta un sistema efficace per cui lo Stato finanzia le scuole della società civile (“sistema de conciertos”), ma la libertà di azione è ancora troppo limitata. La flessibilità nella progettazione dei programmi di studio e nell’organizzazione dei calendari e del carico di lavoro imposto dagli insegnanti, per esempio, è necessaria per introdurre innovazioni. È indispensabile un quadro di politiche ad hoc per creare un ambiente che stimoli l’innovazione. Libertà, autonomia e responsabilità sono i principi basilari che garantiscono l’equilibrio dell’istruzione (Glenn e De Groof, 2012) per orientarla a una maggiore qualità ed efficienza. Questa è la sussidiarietà nell’istruzione. Conclusione L’esempio dell’istruzione mostra come l’innovazione diventa possibile quando si integrano servizi tradizionali in una comunità dinamica (studenti, genitori, insegnanti), aperta all’intera società, e che mette al centro la persona (lo studente e la sua famiglia). Se è il settore pubblico a controllare ogni fase del processo, viene eroso il margine di azione della società civile, che si troverà impossibilitata ad apportare cambiamenti e produrre servizi migliori e più efficienti. L’innovazione sociale richiede società dinamiche, e a tal fine è essenziale un terzo settore attivo e operoso. Una potenziale difficoltà nei servizi pubblici si può individuare in ambito sanitario, ove l’alternativa ai sistemi pubblici è spesso un mero trasferimento delle attività alle aziende private (un conflitto testimoniato dalle manifestazioni tenutesi a Madrid alla fine del 2012 contro la privatizzazione degli ospedali). Il trasferimento dalla gestione pubblica nelle mani della società civile rappresenterebbe una soluzione assai più valida, ma richiederebbe una società civile che spesso non esiste. Mancando la società civile, l’alternativa delle aziende private può servire a ridurre alcuni costi; ma non è detto che migliori la qualità dei servizi erogati, ed è molto improbabile che contribuisca a coordinare i diversi attori della comunità sanitaria per promuovere l’innovazione. L’attuale crisi richiede una società civile più forte e migliore, così che aziende private più numerose e migliori, e accanto ad esse l’amministrazione pubblica, possano lavorare in modo più efficiente. Tuttavia, l’esercizio dei poteri della società civile è legato a una questione antropologica, la stessa che è alla base dell’attuale crisi economica (come cerco di spiegare in Rubalcaba, 2011): sicché il vero cambiamento nella società non può prodursi solo grazie a interventi politici e strategici. Il problema di fondo è il modo in cui uomini e donne pensano, si comportano e affrontano la natura delle cose e delle persone che vivono nelle comunità, la natura stessa della realtà. Bibliografia - Bartocci, L. e Picciaia, F. (2012) Sussidiarietà e gestione dei servizi pubblici, in Violini, L. e Vittadini, G. (a cura di), La sfida del cambiamento. Superare la crisi senza sacrificare nessuno, Rizzoli, Milano. - BEPA (2010) Empowering people, driving change: Social innovation in the European Union, disponibile su: http://ec.europa.eu/bepa/pdf/publications_ pdf/social_innovation.pdf - Commissione Europea (2010) Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions: Europe 2020 Flagship Initiative Innovation Union; COM(2010) 546 final, ottobre 2010, Bruxelles. - Glenn, C. e De Groof, J. (2012) Balancing Freedom, Autonomy, and Accountability in Education, volumi 1-4, Wolf Legal Publishers. - Hochgerner, J. (2009) Innovation processes in the dynamics of social change, in J. Loudin e K. Schuch (a cura di), Innovation Cultures: Challenge and Learning Strategy, Filosofia, Prague, pp. 17-45. - Mulgan, G. (2006) Social Innovation: what it is, why it matters, and how it can be accelerated, London, Basingstoke Press. - Phills, J. A., Deiglmeier, K e Miller, D. T. (2008) Rediscovering social innovation, «Stanford Social Innovation Review», Autunno 2008, pp. 34-43. - Pol, E. e Ville, S. (2009) Social innovation: Buzz word or enduring term?, «Journal of Socio-Economics» 38, pp. 878–885. - Rubalcaba, L. (2011) Crisis económica y construcción social. Claves desde una antropología económica, Ediciones Encuentro, Madrid. - Rubalcaba, L., Windrum, P., Gallouj, F., Di Meglio, G., Pyka, A., Sundbo, J., Webber, M. (2011) The contribution of public and private services to European growth and welfare, and the role of public-private innovation networks. ServPPIN Final Report, ServPPIN Working Papers. - Violini, L. e Vittadini, G. (a cura di) (2012) La sfida del cambiamento. 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