Quadrimestrale di cultura civile

Non possiamo non sentirci sussidiari

di Maurizio Ferrera / Professore ordinario di Politiche sociali e del lavoro, Università Statale di Milano

Il libro La sfida del cambiamento obbliga a confrontarsi con la prospettiva della sussidiarietà e le sue nume- 13 rose declinazioni. Bisogna partire dall’assunto che oggi non possiamo non sentirci sussidiari. Basti pensare al credito che diamo a tutte le indicazioni, raccomandazioni e suggerimenti che provengono dall’Unione Europea, o allo stesso linguaggio europeo, impregnato di sussidiarietà verticale. L’Italia deve fare i conti quotidianamente con la sussidiarietà, e così dobbiamo fare anche noi. Al di là di una nozione lasca e generale di sussidiarietà, provo molta simpatia per i concetti richiamati nel testo, in cui viene posto l’accento sulla responsabilità degli individui e degli utenti, sul richiamo all’efficienza e all’efficacia, sull’importanza della qualità della relazione quando si producono servizi di welfare e, quindi, sul fattore umano, sociale, della relazione stessa, e in particolare all’enfasi sulla autonomia che, come indica anche Chantal Del Sol, viene ancora prima dell’uguaglianza. Mi sono piaciute molte cose, che sinceramente non credevo fossero così intrecciate con la prospettiva della sussidiarietà, in particolare l’invito a ripensare la struttura e l’organizzazione dei bisogni sociali. Ho trovato molto suggestive alcune delle osservazioni di Chantal Del Sol, riguardanti non solo il settore dei servizi (servizi sociali, sanità, formazione, istruzione), ma anche quello dei trasferimenti (pensioni, sussidi, assegni familiari, indennità di occupazione), che indubbiamente rappresentano una parte importante del welfare. Spesso si tende a declinare la sussidiarietà essenzialmente con quella componente del welfare che riguarda la fornitura dei servizi, ma il testo fa riferimento anche a quella parte di welfare relativa ai trasferimenti, che non pensavo potesse essere oggetto di una riflessione specifica in prospettiva sussidiaria. Ho invece rilevato cose interessanti anche sulla parte riguardante la componente monetaria dei servizi. Dice la Del Sol: «Sotto lo Stato – provvidenza i cittadini sono tutti “clientelizzati” senza tener conto della loro attitudine o inettitudine a procurarsi da sé i beni e i servizi di cui necessitano. La redistribuzione si organizza senza tenere conto della figura del debitore e di quella del creditore. […] Occorre dunque poter rinegoziare i diritti creditori con riguardo alle nuove esigenze e alle nuove possibilità del periodo. Al contrario, sotto uno Stato – provvidenza, i diritti sociali, inizialmente forniti in un preciso momento storico per rispondere a dei bisogni o riparare a delle ingiustizie, tendono a cristallizzarsi nello Stato. Quanti li detengono vi si arroccano anche quando la necessità è sparita, e i diritti si sovrappongono l’uno all’altro in strati successivi, finendo talora per generare delle ineguaglianze crudeli».1 Se ci chiediamo cosa voglia dire concretamente una prospettiva del genere, le implicazioni diventano dirompenti. Se, infatti, invece di parlare in astratto di diritti debitori e diritti creditori, si parlasse in quest’ottica, ad esempio, di pensioni di vecchiaia, le riflessioni da fare sarebbero numerosissime. Cento anni fa le pensioni furono introdotte quando la vecchiaia – definibile come età oltre i 60-65 anni – era considerata un evento insolito per gran parte della popolazione. Pochi avevano la possibilità di arrivare a quell’età, ma chi vi arrivava aveva molte probabilità di trovarsi in una situazione di grave bisogno sia fisico che materiale, senza reddito, disancorato da reti familiari e sociali e, quindi, esposto al rischio di morire di stenti. Per queste ragioni vennero introdotte le pensioni di vecchiaia, per far fronte a queste nicchie di bisogno; dico “nicchie” perché la maggioranza dei lavoratori non avrebbe vissuto così a lungo, per cui la pensione era un diritto esigibile solo per quei pochi che avevano la fortuna, o la sfortuna, di superare la soglia di età stabilita dalle istituzioni. Dopo un secolo questa situazione di grave bisogno legata al superamento dei 65 anni di età non esiste più. Oggi si può infatti continuare a lavorare grazie all’estensione e al miglioramento della qualità della vita e arrivati a 60 anni l’aspettativa di vita è ancora di 20-25 anni. Tuttavia, nonostante le condizioni siano notevolmente mutate, il diritto alla protezione in caso di vecchiaia si è cristallizzato come diritto creditore. Nonostante sia cambiato il contesto, il diritto alla pensione è diventato pregiudiziale. Nel contempo esistono invece nuove situazioni di bisogno, che vengono a crearsi anche prima dei 60-70 anni, che non sono tutelate. È il caso dei diritti debitori: in una logica di tutela sulla base della cittadinanza mi è dovuto un supporto, un aiuto, ma non esistono le condizioni perché questo si realizzi. Questa situazione dipende sostanzialmente dal fatto che non ci sono risorse, perché i soldi vanno a soddisfare quelle categorie, anche piccole, che sul piano previdenziale, nel tempo, hanno raggiunto la sovrapposizione e la giustificazione dei diritti creditori. Va inoltre tenuta in conto la teoria dei diritti acquisiti, che afferma che questi diritti creditori non possono essere tolti, nonostante le condizioni che li hanno determinati siano cambiate. Se guardiamo agli organi di stampa è facile capire come questa impostazione sia diffusa. L’idea che queste spettanze siano immutate e i diritti sociali, proprio come gli altri diritti, una volta assegnati non possano essere revocati, è molto radicata nella cultura delle nostre società, anche in quella d’élite. Quando sul Corriere della Sera ho esposto alcuni di questi pensieri, ho ricevuto le critiche di molti giuristi che mi accusavano di aver scritto delle corbellerie, perché proponendo questo nuovo modo di intendere i diritti sociali andavo contro la teoria dei diritti acquisiti. Questa impostazione, francamente, non l’ho mai associata alla prospettiva della sussidiarietà, ma piuttosto a un’ottica di “pulizia”, di razionalizzazione, in chiave di ragionevolezza liberale, ma mi piace che ci possa essere un punto di sovrapposizione tra questi due modi di intendere la situazione. Qualche “frecciata” all’impostazione sussidiaria del welfare, tuttavia, la voglio lanciare. Due rischi che si corrono quando si parla di sussidiarietà Da liberale quale sono, ritengo che, in qualche parte del libro e anche nel discorso pubblico, quando si parla di sussidiarietà, si corrano due rischi. Il primo è di fare di ogni erba un fascio, erigendo il liberalismo a una specie di fantoccio polemico, un po’ caricaturizzato, e presentando la teoria della sussidiarietà come qualcosa di alternativo a questo fantoccio polemico-liberale che si è appositamente costruito. In secondo luogo, mi pare che a volte ci sia una mitizzazione della società. Mentre non si esita a sparare sui mercati e sullo Stato, perché nelle loro concrete realizzazioni sono sempre imperfetti (ma Stati e mercati sono sempre imperfetti), la società viene dipinta come una sfera che è, per sua natura, perfetta. Così facendo tuttavia ci si priva dell’opportunità di mettere a fuoco, e quindi di discutere criticamente, quegli aspetti che – nella teoria della sussidiarietà, così com’è descritta nel libro – dipingono la società come fosse tutto perfetto. Secondo me anche la società, come lo Stato e il mercato, può dare luogo a degenerazioni che vanno previste e vanno programmaticamente controbilanciate. Andando per ordine: nel libro si parla di un’antropologia sociale positiva e di un’antropologia sociale negativa. Da un lato, si parla del paradigma hobbesiano, una società del “tutti contro tutti” che si annichilisce, e che si può liberare solo ricorrendo a un leviatano, a un despota. Si lascia dunque mano libera allo Stato per centralizzare tutto in modo da garantire, oltre alla sopravvivenza fisica dei cittadini, la garanzia della pace e dei diritti. Dall’altro, invece, viene presentato un paradigma, quello della mano invisibile di Adam Smith, che viene fondamentalmente caratterizzato come fantoccio. Col paradigma “vizi privati e pubbliche virtù”, passa l’idea di non preoccuparsi troppo di ciò che fanno gli individui a casa loro: anche se gli individui sono egoisti, ed è bene che lo siano, poi ci penserà la mano invisibile a mettere tutto a posto. Se si legge Adam Smith è vero che si trovano queste affermazioni, ma se si vanno a vedere altre opere dello stesso autore, come I sentimenti morali, emergono molti altri fattori spesso trascurati, come la teoria dello “spettatore imparziale” o la teoria della virtù. Inoltre liberalismo non è solo Adam Smith, è anche Kant, è anche Stuart Mill; non è solo Hobbes, ma è soprattutto Locke, che dice che tra l’individuo e lo Stato c’è la società, e che sottolinea che la delega allo Stato non può violare i diritti! Il fatto di non tenere in conto anche questi elementi importanti fa emergere in me una sorta di reazione. Nel presentare il paradigma relazionale su cui si fonda il welfare sussidiario bisognerebbe tenere conto anche di quelle correnti del pensiero liberale del Novecento, penso ad esempio a Dahrendorf, che hanno rielaborato la congiunzione tra opportunità, opzioni, libertà di scelta e legatura (“le legature senza le opzioni sono oppressive; le opzioni senza legature sono senza significato”). Questi elementi del pensiero liberale contemporaneo, come anche la teoria di Walzer, mettono infatti ben in luce la complessità delle relazioni interne alla società. La società civile è fatta di associazioni che nella maggioranza dei casi sono volontarie – si parla infatti di “volontariato” –, in cui cioè i soggetti liberamente si aggregano per svolgere azioni comuni, spesso in campo sociale. Tuttavia esistono anche tante associazioni involontarie di cui bisogna tener conto: non si sceglie la famiglia in cui si nasce, non si sceglie la comunità in cui si vive, a volte non si sceglie nemmeno la propria cultura. Una donna che nasce in un Paese tradizionalista di religione islamica, e che quindi vive e cresce in un contesto familiare in cui la donna è privata di diversi elementari diritti e opzioni di scelta, non ha nemmeno la possibilità di andare a scuola, di farsi un istruzione. Oppure un bambino di una certa razza, che nasce in un Paese in cui la sua casta è programmaticamente privata di importanti diritti, avrà una libertà di scelta sulla propria vita molto limitata. Nascendo in determinati contesti culturali, spesso le associazioni involontarie rischiano di essere una gabbia oppressiva, e per questo bisogna avere un atteggiamento molto critico quando si parla della società. Ho preso due esempi estremi, ma penso sia facile intuire come anche in una famiglia “normale”, religiosa, istruita, che vive in Europa, possano verificarsi terribili oppressioni, ingiustizie e sfruttamenti. Così, allo stesso modo, simili eventi possono verificarsi all’interno di qualsiasi altra forma di associazione. Anche la società, come tutto ciò che è umano, è esposta al rischio di degenerazione. Dice Wolf: «La società civile così come la raffiguriamo nei libri di teoria politica è un sogno, così come è un sogno il mercato concorrenziale». I libri di Economia politica ci dicono che nel mercato non si è tutti dotati degli stessi diritti e delle stesse opportunità, e che nel mercato concorrenziale tendono a formarsi i monopoli. Allo stesso modo, lo Stato può portare a delle degenerazioni, a delle ingiustizie, tra diritti debitori e diritti creditori. Il mondo reale è un mondo imperfetto; partendo da questo assunto bisogna arrendersi traendone due conseguenze relative al modello sussidiario proposto. La prima è che l’idea di sussidiarietà non può fermarsi alla famiglia ma deve andare a un livello successivo, al livello dell’individuo, all’autonomia dell’individuo, che sta prima delle “variabili” che ho precedentemente citato. Stuart Mill riconosce che l’individuo sta in relazione, e che pertanto lo sviluppo della sua “individualità”, cioè la fioritura della sua personalità, del suo potenziale, non riguarda solo lui stesso ma anche le sue relazioni e i suoi legami sociali. Siamo animali sociali, e pertanto l’individuo deve essere messo nelle condizioni di poter sviluppare le proprie potenzialità e la propria personalità, attraverso le reti sociali nelle quali nasce, vive, cresce, e cui sceglie di aderire. Ma perché questo avvenga esso deve essere dotato delle risorse che gli consentano di uscire dalle associazioni quando queste non rispondono più al suo proprio programma di vita. Questo è il vero quid da cui bisogna partire. Il programma di vita di un individuo, il perseguimento di ciò che è il bene per lui, è una scelta individuale. Va benissimo parlare di bene comune, di beni collettivi, di società, ma bisogna evitare di diventare paternalisti. Il bene per me, pur come individuo relazionato, è il bene che scelgo io. Un welfare state universalistico che mantenga una base incomprimibile di diritti civili, che resti capace di bilanciare tra di loro diritti debitori e diritti creditori e che lasci alla società – alle associazioni volontarie – tutte quelle scelte da cui può scaturire ogni margine di libertà, deve pensare innanzitutto al benessere per questo io. Il testo parla di welfare sussidiario, mentre a me è cara l’espressione “secondo welfare”, che credo possa ben indicare i soggetti in grado di contribuire alla nascita di un nuovo modello di welfare. Accanto alle istituzioni che garantiscono i diritti esigibili universali andranno sfruttati, incentivati e disciplinati quelli che possiamo indicare come i “100 fiori del welfare”, ovvero il welfare filantropico, il welfare associativo, il welfare aziendale, il welfare locale, e così via. Soprattutto in un periodo di ristrettezza economica come quello attuale, deve essere presa in considerazione questa ipotesi di lavoro. Ribadisco che sotto molti aspetti il mio pensiero si sovrappone con quello proposto nel testo più di quanto pensassi, anche per quel che riguarda le sue venature più normative, più ideali. Quando si parla di sussidiarietà non bisogna tuttavia fermarsi al concetto di famiglia, ma bisogna scendere ancora e trovare l’individuo di Stuart Mill, con la sua libera scelta e il suo piano di vita, mantenendo ben salda la consapevolezza che la società non è un sogno perfetto, così come non lo è il mercato e non lo è lo Stato, e quindi bisogna essere liberali e parlare di pesi e contrappesi anche quando si discute della società.

1 La sfida del cambiamento. Superare la crisi senza sacrificare nessuno, BUR Rizzoli, Milano 2012, pp. 29-30.

Intervento all’incontro “Verso un welfare sussidiario”, che si è svolto il 20 novembre 2012 presso la Sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano.