Quadrimestrale di cultura civile

Più sussidiaretà nel futuro del welfare

di Giorgio Fiorentini / Professore di Management delle imprese sociali, Università Bocconi, Milano

Nel libro La sfida del cambiamento 1 la relazione esistente fra la crisi economico-finanziaria e sociale di 21 tipo macro e la crisi dello Stato sociale, si focalizza sul welfare (in una visione ampia e allargata e non più solo di tipo previdenziale e socio assistenziale) che diventa sempre più asfittico e carente di risorse, non solo di tipo economico-finanziario, ma anche di idee e di formule imprenditoriali che possano far superare progressivamente la crisi stessa. In prima istanza, il dibattito che scaturisce dagli innumerevoli interventi del libro porta a una valutazione del ruolo della società civile (insieme di persone e organizzazioni-istituti socio/economici e aziende profit e non profit) come via d’uscita integrata e responsabilizzata non solo sulla valorialità, ma anche sui valori che si devono produrre e industrializzare (rapporto fra sociale ed economico ove la strutturazione imprenditoriale e aziendale è condizione necessaria per dare alle non profit efficienza, efficacia, economicità e continuità). Impresa sociale e sussidiarietà Questi termini potrebbero sembrare una scelta di semplificazione della reazione alla crisi e una banalizzazione operativa, ma sono una delle poche vie da percorrere per invertire la tendenza all’impoverimento socioeconomico del sistema. E in questa situazione la sussidiarietà può essere considerata sia strumento che prospettiva.2 La sussidiarietà non è definibile come un semplice principio di organizzazione delle istituzioni, ma, prima ancora di determinare una ripartizione di competenze tra base e vertice, essa si applica ai rapporti tra individuo e società che lo circonda e, in seguito, ai rapporti tra società e istituzioni; il tutto viene poi regolato secondo i dettami della complementarietà tra Stato e formazioni sociali.3 La sussidiarietà può essere definita come il principio di base nel quale si realizza non solo il riconoscimento forte, da parte dell’ente pubblico, delle comunità locali e dei corpi intermedi della società, ma anche l’autonomia di tali formazioni, garantita proprio dall’ente pubblico, soprattutto nel caso in cui esse necessitino di un sostegno.4 Tutto ciò avviene in una tensione a realizzare l’economia sociale di mercato (Scuola di Friburgo) che è in parte contesto e in parte una “dinamica economico finanziaria di prospettiva” in cui la sussidiarietà è condizione indispensabile per la sua attuazione. E una delle condizioni per implementare la sussidiarietà è l’integrazione degli attori economici rappresentati dal contesto tripolare di riferimento. Infatti vorrei che si considerasse il sistema socio-economico come un insieme tripolare di imprese sociali (private non profit, private profit e pubbliche). Tutte le aziende profit, non profit e pubbliche dovrebbero essere sociali perché il sistema economico funziona nel momento in cui esiste l’integrazione fra sociale ed economico. L’impresa è “sineddoche” dell’impresa sociale.5 In quest’ottica, dagli anni Novanta del secolo scorso a oggi, a livello nazionale e internazionale, assume rilievo l’impresa sociale che può essere considerata il “cigno nero” del sistema. Ciò avviene secondo una linea di definizione e di concettualizzazione che è condivisa a livello internazionale e tiene conto degli sviluppi che, nel tempo, ha avuto il terzo settore e il privato sociale, e trova ulteriore evidenza in Emes-European Research Network, alla fine degli anni Novanta. Essa si specifica come un’organizzazione a due dimensioni così connotabili: A. Dimensione economico-imprenditoriale per la quale sono previsti quattro requisiti: 1. produzione di beni e/o servizi in forma continuativa e professionale; 2. autonomia (di gradazione rilevante) sia nella costituzione che nella gestione; 3. rischio economico assunto dai fondatori e dai proprietari; 4. integrazione organizzativa e funzionale fra lavoratori retribuiti, volontari e utenti. B. Dimensione sociale ove si prevedono cinque requisiti: 1. perseguire l’obiettivo di produrre servizi a beneficio della comunità nel suo insieme o di gruppi di persone svantaggiate; 2. rappresentare un’iniziativa collettiva, promossa da un gruppo di cittadini; 3. gestire una governance affidata in modo prevalente a stakeholder che siano diversi dai proprietari del capitale; 4. coinvolgere nei processi decisionali tutti i gruppi interessati all’attività; 5. prevedere la non distribuibilità o la distribuibilità limitata dell’utile. Evidentemente questa definizione di impresa sociale, per l’esigenza di essere minimo comun denominatore a livello internazionale, prescinde da specifiche forme giuridiche e si esplicita come soggetto privato e autonomo (con gradazioni diverse) dalla pubblica amministrazione, con propria personalità giuridica. Essa svolge attività produttive secondo criteri imprenditoriali (continuità, sostenibilità, qualità, economicità, autosviluppo, efficienza, efficacia operativa) e persegue, a differenza delle imprese convenzionali, una esplicita finalità sociale che si sostanzia nella produzione di benefici diretti a favore di un’intera comunità o di soggetti svantaggiati. Si può notare come tutte le caratteristiche sopraindicate abbiano una valenza di “potenzialità” definitoria (aperte al dinamismo delle ridefinizioni progressive) e siano utili a creare uno sviluppo costante sia in termini di azienda singola sia in termini di settore delle imprese sociali. In Italia, in termini economico-aziendali, considerando l’evoluzione del contesto economico-sociale, possiamo classificare l’impresa sociale secondo la seguente articolazione: 1. imprese sociali “di sistema”(“generaliter”) intese come aziende “composte non profit”; aziende cioè che integrano attività di produzione (“maior”) e consumo (“minus”) e che si articolano in una filigrana formata da: associazioni (riconosciute e non riconosciute); associazioni di promozione sociale (riconosciute e non riconosciute); cooperative sociali di tipo A e B; cooperative mutualistiche; fondazioni; comitati; patronati; fondazioni ex-ipab; organizzazioni non governative (ong); pro-loco; trust. Esse si integrano nel mantenimento e lo sviluppo del sistema-Paese e del “welfare” nella sua accezione allargata, nonché sono il presupposto: • per lo sviluppo socio-economico; • per la stabilizzazione in positivo dell’assetto concorrenziale e collaborativo della nazione nella sua interezza; • per la creazione della filiera dei sistemi territoriali locali (in una logica di “genius loci” del territorio); • per uscire dall’area limitata e circoscritta del sociale e del socio-assistenziale per espandersi in tutte le variegate attività economiche e sociali del sistema stesso; • per la gestione dei beni comuni. 2. imprese sociali “ex lege” intese come aziende di “produzione” non profit, che sono definite come soggetti giuridici nei libri I e V del Codice civile nonché cooperative sociali e loro consorzi ed enti ecclesiastici. Esse sono intese come «organizzazioni private senza scopo di lucro che esercitano in via stabile e principale un’attività economica di produzione o di scambio di beni o di servizi di utilità sociale, atta a realizzare finalità di interesse generale»; inoltre «indipendentemente dall’esercizio dell’attività di impresa nei settori di cui al comma 1 (vedi D. Lgs. 155/06), possono acquisire la qualifica di impresa sociale le organizzazioni che esercitano attività di impresa al fine dell’inserimento lavorativo di soggetti che siano lavoratori svantaggiati o lavoratori disabili». Nel libro La sfida del cambiamento c’è questa sottolineatura e questo ragionamento e la forte focalizzazione sulla persona rinforza l’aspetto dell’implementazione della sussidiarietà intesa come motore del dinamismo del sistema. Ma se le persone sono organizzate, integrate, se sinergicamente si dinamizzano, hanno una capacità di efficacia che è più che proporzionale rispetto alle risorse messe in campo. Questo è un punto molto importante perché altrimenti il rischio è che la persona, con le sue sole forze e risorse, nei momenti dinamici della storia, possa anche avere, nel durante del suo ciclo di vita non solo di età, ma anche di funzioni di cittadinanza e di propensione al rischio, delle difficoltà a mantenere la sua propensione costruttiva del sistema sussidiario. Infatti la sussidiarietà è il paradigma ordinatore dei rapporti tra lo Stato, nella sua articolazione istituzionale in senso giuridico ed economico aziendale, le formazioni sociali e le famiglie/cittadini (nella loro dimensione di “cittadinanza”) . Il principio afferma che esiste integrazione fra lo Stato e la società nella declinazione di corpi intermedi privati (prevalentemente “imprese sociali non profit”, ma anche profit), che rappresentano il tessuto connettivo e la parte più dinamica del sistema d’offerta di beni e servizi di pubblica utilità (sia nei servizi sanitari, socioassistenziali, previdenziali, ma anche riguardo a servizi culturali, artistici, sportivi, di advocacy ecc). Si stabilizza “una filiera sussidiaria” fra Stato, regioni, città metropolitane, province, comuni, asl ecc. e le imprese sociali non profit “di sistema” ed “ex lege” nonché quelle profit nella loro attività di produzione di beni e servizi sociali o nella loro funzione di impresa sociale filantropica o di investimento sociale. Lo Stato e le formazioni sociali intervengono secondo una logica di complementarietà a tendere verso un sistema supplementare e quindi di sviluppo dell’efficacia sussidiaria. Applicato all’ economia, il principio di sussidiarietà orizzontale è una modalità istituzionale di soddisfare la domanda da parte di istituti/aziende di tipo privato profit o non profit, che sono simmetriche e sullo stesso piano del sistema domanda/offerta dei cittadini. È preferibile la forma di “impresa sociale” (“di sistema” o “ex lege”) che valorizza di più i rapporti interpersonali a parità di efficienza e di efficacia. Perché la sussidiarietà abbia una sua operatività, è necessario distinguere quali sono i soggetti che debbono produrre i beni sociali e i beni economici, in una visione sempre più integrata dei beni sociali con quelli economici e quindi si deve attivare tra gli attori una “filiera sussidiaria aziendale”, ovvero la capacità di ogni soggetto (singolo e associato, economico e non economico) di svolgere un ruolo, che ha come risultato una “performance” positiva per la società valorizzando le proprie capacità e gli apporti originali che può produrre e offrire per il bene comune. La sussidiarietà aziendale interviene sulle modalità con cui si realizzano le attività di produzione dei beni di utilità pubblica sulla base di criteri di efficienza, efficacia ed economicità con uno sviluppo coordinato, continuativo e progressivo delle azioni poste in essere. Quindi il principio di sussidiarietà diventa operativo, integra le attività dei vari soggetti e la collaborazione funzionale, strategico/ operativa, tra le diverse “aziende” (soggetti pubblici, privati non profit/profit, le famiglie ecc.) nell’implementazione della “filiera sussidiaria aziendale”. L’incipit del libro La sfida del cambiamento parte dal concetto di welfare universalistico anche se ormai, nel contesto economico-sociale in cui viviamo, dobbiamo entrare in una logica di “welfare universalistico a protezione variabile” cioè non esiste più la possibilità di avere un welfare universalistico assoluto (si veda il rapporto sulla “sicurezza sociale e i servizi connessi” - Report of the Inter-Departmental Committee on Social Insurance and Allied Services, meglio conosciuto come “Rapporto Beveridge” - 1942) che possa dare risposta statale per tutti i bisogni del sistema, ma dobbiamo porci nella dimensione in cui ci sono alcuni cittadini che, proprio perché sono “clienti” dello Stato – e questo è l’altro elemento che nel libro è presente nell’interessante passaggio dai “search goods” agli “experience goods” – comprendono che devono partecipare e contribuire ai costi del sistema nella fruizione dei servizi di pubblica utilità dello Stato che sono prodotti ed erogati dal privato profit e non profit. Il welfare sussidiario circolare allargato Inoltre si evolve la sussidiarietà, che gestisce e modernizza il welfare tramite un sistema di welfare sussidiario circolare. Ma anch’esso non è più sufficiente perché rischia di implodere. Infatti la sussidiarietà circolare, se limitata alla circolarità di tipo auto generativo – integrandosi in una capacità di sviluppo di risultatiperformance più che proporzionali rispetto a quelle che sono le risorse – deve però aprire la tentazione a essere “monade” a una serie di mercati che ogni attore della sussidiarietà circolare ha a sua disposizione. Se è circolare vuol dire che c’è un pubblico privato profit e privato non profit per ogni componente della circolarità.6 Nel libro si evidenzia il tema “choice e competition” che è il concetto del quasi mercato. In quest’ottica affermo che, per esempio, le imprese sociali non profit giocano un ruolo importante perché producono beni e vendono servizi di utilità pubblica, ma anche beni e servizi di consumo. Cioè le imprese sociali non profit non sono “ciambella di salvataggio del sistema”, ma parte integrante ineludibile del sistema socio economico e si crea una “filiera sussidiaria aziendale” imprescindibile. Per riuscire a identificare le disposizioni e le sperimentazioni che possono essere supportate dallo sviluppo di nuovi modelli di welfare che si integrano con un welfare di primo livello, è importante identificare le definizioni e gli sviluppi del concetto di filiera sussidiaria e andare a individuare quali sperimentazioni e quale controllo è possibile strutturare per misurare e implementare modelli di secondo welfare come filiere sussidiarie integrate. Proprio in questa ottica è possibile identificare lo sviluppo di filiere sussidiarie aziendali che possano creare integrazione tra diversi attori economici sul territorio e che possano garantire lo sviluppo di un secondo welfare, che non sostituisce il concetto del primo, ma si integra come intercettore di nuove istanze, nuovi bisogni sociali e nuovi impatti sul territorio. Lo sviluppo di filiere sussidiarie Il principio di sussidiarietà si attua, e attualizza, tramite il sistema di “sussidiarietà aziendale”che è composto da una o più filiere sussidiarie attive per il raggiungimento degli obiettivi/risultati del sistema stesso e fruiti/percepiti dai cittadini in una logica di interesse pubblico e bene comune/collettivo da mantenere e sviluppare. La “filiera sussidiaria aziendale” è un processo di integrazione aziendale (e quindi di integrazione di attività) continuo, progressivo e cooperante composto da aziende pubbliche, aziende non profit e for profit in combinazioni diverse e tali da convergere verso risultati di produzione di utilità pubblica e di welfare di sistema. Alla tradizionale relazione di sussidiarietà orizzontale fra ente pubblico e privato non profit/profit, si è affiancata, con sempre maggiore frequenza, una relazione fra privato profit e privato non profit (fondazione di origine bancaria o impresa profit che sviluppa sussidiarietà orizzontale). Essa è correlata allo sviluppo economico e finanziario, all’erogazione di beni e servizi adeguati alla domanda (espressione del bisogno) della comunità come insieme di soggetti singoli (uomini, persone, cittadini con cittadinanza) o soggetti istituzionali (aziende pubbliche o private) o dell’impresa che risponde agli stakeholders interni ed esterni. La relazione fra le aziende è biunivoca e permette di costruire, in dialettica aziendale, il processo di produzione/ erogazione dei servizi di utilità pubblica o di utilità d’impresa nell’ottica del welfare aziendale. Una ulteriore evoluzione è, quindi, la sussidiarietà circolare che abbiamo precedentemente trattato. Attraverso una progressiva ridefinizione concordata delle funzioni aziendali del rapporto sussidiante/sussidiato, degli ambiti di controllo del sussidiante (origine della filiera) e del fruitore (fine della filiera) e un concomitante e progressivo aumento dell’autonomia del sussidiato, si attua un circolo virtuoso di crescita che si alimenta nella reciprocità dei rapporti funzionali e aziendali. Tutto ciò al fine di mantenere la costanza di funzione di interesse generale tramite servizi di utilità sociale prodotti ed erogati dall’impresa sociale non profit. Ed essa presidia la coerenza strategica ove si conciliano operativamente le strategie di “partnership” fra pubblico e privato e fra privato e privato. In essa si integrano le combinazioni dei fattori di produzione e di consumo a fronte di un coordinamento di operazioni economiche il cui modello è stato concordato “ex ante” e di cui l’uomo e la “ricchezza” condivisa sono elementi caratteristici. Tramite la sinergia integrativa dei diversi attori sul territorio è possibile garantire una risposta ai bisogni sociali dei fruitori finali, creando lo sviluppo di una rete sussidiaria che vede la pubblica amministrazione come parte sussidiante, le organizzazioni sociali (imprese sociali profit e imprese sociali non profit) come collaboratori di sistema per lo sviluppo del bene comune e la cittadinanza attiva come fruitore della sussidiarietà e come attore di controllo a garanzia del raggiungimento dell’interesse pubblico.7 Sussidiante e sussidiato sono titolari di funzioni e compiti ben delineati. In particolare, il sussidiato intermedio ha il compito di definire la propria autonomia, identificando le proprie finalità statutarie e successivamente, a livello operativo, di delineare strategie e strumenti di azione per il conseguimento degli obiettivi che si è prefissato; un aspetto importante è anche quello della rilevazione dei risultati conseguiti. Dall’altro lato, il sussidiante funge da coordinatore dell’intero sistema, individuandone gli obiettivi, definendo i propri compiti, quelli del sussidiato e quelli che, eventualmente, debbono essere delegati a terzi; ulteriori funzioni del sussidiante sono la prevenzione di eventuali abusi o inefficienze nei confronti del sussidiato e la verifica e la valutazione dei risultati conseguiti. Infine il sussidiato finale “civis” ha l’obiettivo di controllare e analizzare i risultati conseguiti, confrontandoli con gli obiettivi posti a priori, analizzando i tassi di copertura dei bisogni, l’efficacia dell’allocazione delle risorse e la valutazione dell’impatto sociale generato. La domanda che sorge spontanea riguarda le modalità di creazione operativa di sistemi di welfare secondario tramite lo sviluppo di un concetto di filiera sussidiaria aziendale. Ovvero quali tipi di sperimentazione è possibile analizzare e implementare, che garantiscano nuovi modelli di sviluppo. Due sperimentazioni che si stanno gestendo, vogliono rispondere a diversi bisogni sociali tramite l’identificazione di modelli innovativi di welfare. La prima sperimentazione presenta la generazione di welfare aziendale e territoriale tramite la creazione di imprese sociali derivanti da imprese profit che permettano di stimolare l’implementazione di azioni strategiche di welfare aziendale e welfare territoriale, coadiuvate da una pubblica amministrazione come controllante e sussidiante. La seconda sperimentazione, che qui viene solo enunciata, presenta la generazione di un impatto sul bisogno occupazionale delle imprese classicamente profit, in situazione di crisi economica, tramite l’intervento di imprese sociali, della pubblica amministrazione e dei lavoratori dell’impresa medesima (“modello impresa sociale rescue company”) in una dimensione di “new-co”. Lo sviluppo di spin-off sociale aziendale La sperimentazione di spin-off sociale aziendale nasce dall’analisi riguardante la presenza sempre maggiore di politiche di responsabilità sociale di impresa nei confronti dei dipendenti aziendali, politiche che iniziano a rappresentare un valore aggiunto significativo nella contrattazione di secondo livello e nell’incentivazione di politiche motivazionali e di welfare territoriale. L’importanza delle ricadute sociali possibili sta assumendo sempre maggiore importanza con il diffondersi di iniziative quali le forme di tutela delle pari opportunità nei confronti delle categorie definite svantaggiate, la realizzazione e la garanzia del funzionamento di infrastrutture interne ed esterne come forme di assistenza sanitaria e mobilità e i programmi di aiuto a dipendenti con figli piccoli o con problemi familiari nonché tramite l’attenzione ai problemi psicologici e sociali connessi al telelavoro. È possibile identificare alcune aree fondamentali in cui le aziende stanno veicolando il loro interesse che possono essere comprese in due cluster: il primo comprende servizi socio assistenziali che sviluppano una serie di programmi che supportano la conciliazione basilare per garantire equilibrio tra vita privata e vita lavorativa e un secondo cluster di servizi accessori che comprendono una serie di attività che hanno un impatto accessorio rispetto ai servizi di base, ma che possono portare a un vantaggio competitivo e a una più efficiente ed efficace contrattazione con i propri dipendenti. Infatti si sta diffondendo il cosiddetto “welfare aziendale” nelle imprese profit, che fa riferimento sia a un concetto classico di welfare (iniziative in ambito di assistenza e previdenza) sia ai servizi che agevolano la vita dei dipendenti. Le aree dei servizi maggiormente sviluppati sono le seguenti: - area welfare: programmi di assistenza sanitaria integrativa e previdenza sociale che accompagnano la famiglia in diverse occasioni di difficoltà legate ai possibili problemi di salute, di anzianità e difficoltà familiare; - people care: programmi di supporto alle attività familiari come, ad esempio, l’asilo nido, la colonia estiva, lo sviluppo di programmi di alimentazione corretta, l’attenzione a programmi di flessibilità lavorativa e l’incentivazione nei confronti di programmi di acquisto calmierati e la diffusione di voucher solidali; - mobilità sostenibile: programmi di car pooling e car sharing che incentivano lo scambio e la conoscenza in ottica di collaborazione e condivisione dei dipendenti e hanno conseguenze dal punto di vista ambientale, riducendo l’impatto sia economico che sociale derivante dall’utilizzo dei mezzi propri; - diversity inclusion: programmi che supportano l’integrazione sociale tramite formazione, processi educativi e attenzione alle diversità culturali. In ognuna di queste aree è sviluppabile un concetto di filiera sussidiaria privata che prevede il soddisfacimento dei bisogni di conciliazione tramite l’integrazione di due soggetti privati e un soggetto pubblico che rispondono sia a logiche sociali che a logiche di profitto. Per rispondere a queste esigenze è possibile per le imprese profit creare degli enti giuridici ad hoc che hanno come obiettivo ultimo di rispondere ai sopradescritti bisogni sociali. Da questo concetto di creazione di servizi tramite l’istituzione di una filiera sussidiaria privata nasce l’ipotesi di spin-off di impresa sociale. Lo spin-off sociale esterno può garantire la creazione di uno strumento alternativo rispetto alla creazione di un’area strategica interna dedicata che può portare a identificare una serie di vantaggi economici, sociali e ambientali. Nella figura seguente è possibile identificare graficamente la sperimentazione della creazione di un spin-off di impresa sociale. Nella sperimentazione di spin-off sociale l’azienda for-profit può creare una impresa sociale srl senza distribuzioni di utili con il suo stesso nome, che ha come mission e obiettivo la costituzione e il mantenimento di una serie di servizi che possono essere rivolti sia ai dipendenti della medesima azienda sia ai beneficiari del territorio (ad esempio altri dipendenti di aziende di dimensioni minori). I servizi sviluppabili dallo spin-off impresa sociale possono essere molteplici, e possono servire a rispondere a diverse esigenze che si sono riscontrate sul territorio incentivando e apportando sia un impatto sociale nei confronti dei beneficiari finali (lavoratori dell’azienda e società civile), sia un impatto economico nei confronti dell’azienda madre. I servizi che possono essere affidati all’esterno vanno dai servizi di welfare tradizionale come servizi di assistenza integrativa che tutelano i dipendenti nei confronti di problemi di salute familiari e nell’aiuto alla tutela della terza età a servizi per incentivare e facilitare la gestione familiare come, ad esempio, la creazione di asili nido o programmi estivi di scambio culturale. Particolarmente interessanti sono anche i servizi di supporto alla gestione del tempo come, ad esempio, il servizio di “maggiordomo” che permette di avere una persona che affianca i dipendenti nella gestione di problemi burocratici o servizi di tutti i giorni (dalla tintoria alla spesa). Questi servizi impattano fortemente dal punto di vista sociale sulla vita del dipendente creando una facilitazione operativa e motivazionale nella gestione delle problematiche di conciliazione tra la vita familiare e la vita lavorativa. Lo spin-off creato ha la possibilità di rispondere sia alle esigenze dei dipendenti aziendali sia alle esigenze del territorio di riferimento, tramite la possibile vendita dei servizi a prezzi calmierati ad altre imprese di dimensioni ridotte sul territorio o alla comunità di riferimento. Tramite quindi la creazione di una impresa sociale si può da una parte garantire lo sviluppo di politiche di CSR interne ma anche la generazione di politiche di welfare che supportino i dipendenti e i cittadini del territorio corrispondente andando a rispondere alla funzione sociale che le imprese devono sviluppare. La sperimentazione relativa allo spin-off di impresa sociale prevede, al fine di garantire al sussidiato finale il ruolo di garante di controllo (come peraltro tutte le sperimentazioni relative allo sviluppo di filiere sussidiarie aziendali), la necessaria valutazione del tasso di inclusione, del tasso di impatto sociale generato e la valutazione della qualità, dell’efficacia e dell’efficienza dei progetti sperimentali. Per fare questo è necessario identificare degli obiettivi chiari, raggiungibili e misurabili che permettano una attività di valutazione e raggiungimento degli stessi tramite l’identificazione di indici di misurazione. Lo sviluppo di indici di misurazione delle filiere sussidiarie e welfare aziendale Al fine di valutare il risultato sviluppato dalle filiere sussidiarie è quindi necessario identificare indici di misurazione che vadano a valutare quale è il risultato raggiunto e permettano nelle diverse aree di servizio sociale l’identificazione dei tassi di copertura e degli impatti sociali generati. È quindi importante pensare a una serie di indicatori che dal punto di vista aziendale e sociale misurino le sperimentazioni attuate sul territorio e permettano quindi in maniera trasparente e chiara una possibile valutazione. Se assumiamo la sperimentazione sopra descritta è possibile identificare degli indici per ogni area di servizio di welfare che può essere attuato. Per ogni area si possono creare delle valutazioni relative all’impatto avuto all’interno dell’azienda nei confronti dei propri dipendenti oppure all’esterno dell’azienda nei confronti della comunità territoriale. Identifichiamo alcuni tra gli indicatori da poter utilizzare: Area Interna Azienda - numero di dipendenti coinvolti / numero dipendenti totali (per ogni servizio creato): tramite questo indicatore si valuterà quanti dipendenti vengono coinvolti per ogni progetto e quale è il tasso di risposta del bisogno individuato;- numero dipendenti coinvolti anno t+1 / numero dipendenti coinvolti anno t (per ogni servizio creato): tramite questo indicatore si valuterà quale è la percentuale di crescita di coinvolgimento del numero dei dipendenti nel tempo; - impatto sociale monetizzato / investimento totale: tramite questo indicatore sarà possibile valutare il ritorno sociale derivante dall’investimento attuato nei confronti del bisogno sociale; - incremento numero di ore lavorative totali / investimento totale: tramite questo indicatore si valuterà il ritorno economico dell’investimento effettuato in termini di ore lavorative aggiuntive rispetto all’anno precedente che i dipendenti aziendali svolgono; - utile derivante dal servizio / investimento totale: tramite questo indicatore si valuterà il ritorno economico dell’investimento in termini di entrate e utili derivanti dalla vendita del servizio sul territorio di riferimento. Area Esterna Territorio - numero di persone beneficiarie / numero persone totali nell’area che presentano il bisogno (per classe o categoria rispetto ai beneficiari): tramite questo indicatore si valuterà la percentuale di coinvolgimento e di impatto sui beneficiari scelti, quale è il tasso di copertura del bisogno; - numero di persone beneficiarie t+1 / numero di persone beneficiarie t: tramite questo indicatore si valuterà la percentuale di coinvolgimento e crescita dei beneficiari nel tempo; - impatto sociale monetizzato / investimento totale: tramite questo indicatore si valuterò il ritorno sociale generato sulla comunità; - fatturato totale / numero di persone: tramite questo indicatore si può valutare il fatturato medio a persona beneficiaria coinvolta; - ritorno sociale generale / numero di beneficiari: tramite questo indicatore si può valutare il ritorno sociale medio generato a favore di ogni beneficiario. Gli indicatori descritti sono solo alcuni di quelli che possono essere sviluppati per ogni servizio, al fine di riuscire ad allineare l’efficace uso delle risorse investite. Tramite questi indicatori è possibile valutare l’efficacia della filiera sussidiaria nel rispondere ai bisogni identificati e nell’arrivare ai giusti beneficiari. Tramite la stesura di bilanci di filiera sussidiaria nei diversi territori sarebbe possibile creare un bilancio di territorio di filiera che permetta la valutazione dell’efficacia delle azioni previste. In questo modo i modelli qualitativamente superiori dal punto di vista dell’efficacia dell’impatto potrebbero essere replicati nei diversi territori garantendo un impatto sociale positivo continuativo. In questo modo lo sviluppo di un welfare di secondo livello, strettamente integrato allo sviluppo del welfare di primo livello potrebbe generare un impatto sostenibile economicamente e socialmente nel tempo, unendo sinergicamente le peculiarità delle imprese classicamente profit, le peculiarità delle imprese non profit e le peculiarità della pubblica amministrazione. Il libro, inoltre, pone a tema anche il concetto della società civile che è l’insieme dei cittadini ma è anche l’efficientamento della stessa società tramite l’insieme delle organizzazioni, in un contesto ove lo Stato svolge il ruolo di regolatore. Questa “insocievole socievolezza” dell’uomo che viene indicata da Kant si supera tramite l’assetto sussidiario circolare composto da enti intermedi, che supera anche lo stigma negativo hobbesiano dell’uomo: «Si può superare l’antagonismo fra gli individui […] in modo che la libertà di ognuno possa coesistere con la libertà di tutti gli altri». Con il libro si sottolinea il concetto di “più società meno Stato”, uno “slogan” che può essere interpretato in chiave solo liberista o in chiave quasi antistatale. Tutto ciò viene superato da un modello sussidiario solidale che si nobilita tramite la concezione sussidiaria delle relazioni intersoggettive, familiari associative, una società civile come trama societaria con aspetti etico morali che valorizzano l’economia come insieme di istituti socio economici ove persone, famiglie, imprese, enti pubblici e imprese sociali non profit si integrano fra loro. In termini economico aziendali assumerei il concetto di Gino Zappa, il padre dell’economia aziendale, per il quale «l’azienda viene vista come una realtà complessa in cui tutto è coordinato per il raggiungimento di un unico fine: la soddisfazione dei bisogni umani» e quindi «la filiera sussidiaria aziendale» non è un ossimoro, ma un indispensabile strumento di sviluppo del welfare, fermo restando che: «Il primo passo nell’evoluzione dell’etica è un senso di solidarietà con altri esseri umani» (Albert Schweitzer). 1 L. Violini e G. Vittadini, La sfida del cambiamento: Superare la crisi senza sacrificare nessuno, BUR Rizzoli, Milano 2012. 2 M. Ferrera, Meno stato, più società, in Corriere della Sera, 3 settembre 2010, formula delle condizioni di reazione per il tramite di: 1. Sviluppo di capitale sociale con civismo; 2. Mantenimento e sviluppo di organizzazioni intermedie che affrontano e risolvono probledmi socio-economici aperti; 3. Sviluppo di uno Stato efficiente e “capacitatore”. 3 La disposizione fondamentale in materia è l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione, che recita: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività d’interesse, sulla base del principio di sussidiarietà». 4 Preso atto che, come ha chiarito senza riserve il Consiglio di Stato, «il principio di sussidiarietà orizzontale costituisce il criterio propulsivo in coerenza al quale deve ora svilupparsi, nell’ambito della società civile, il rapporto tra pubblico e privato, anche nella realizzazione delle finalità di carattere collettivo, l’effettiva realizzazione dello stesso può avvenire a patto che si verifichino due condizioni: il settore pubblico deve avere la maturità di strutturare un ruolo regolatore, lasciando nelle mani del terzo settore la gestione di servizi di utilità pubblica, ogni volta che questo sia possibile. Allo stesso tempo il terzo settore, che incorpora al suo interno una mission non legata al profitto – come avviene per lo Stato – e un modus operandi attento all’efficacia e all’efficienza – come avviene per le imprese for profit – dovrà superare la sfida di sostituirsi alle organizzazioni pubbliche attraverso una gestione capace di realizzare nei fatti i benefici auspicati. Non si tratta, tuttavia, di una mera supplenza, poiché è necessario che il terzo settore continui a svolgere l’importante ruolo di intercettore di nuove istanze e portatore di continua innovazione». 5 La valenza sociale è solitamente e paradossalmente valorizzata maggiormente da parte delle imprese profit; molto meno dalle imprese sociali non profit che, anche per definizione giuridica, sarebbero le uniche che potrebbero fregiarsi di tale appellativo e tutto ciò avviene per una sorta di autoreferenzialità delle non profit che considerano il sociale “in re ipsa” e quindi da non far percepire nella sua dimensione di impatto con una valutazione di “metrica sociale”(“social impact”) . 6 Tutto ciò deve avvenire in una dimensione di forte azione e sforzo di sviluppo per incrementare l’assetto socio economico di riferimento per avvalorare la tesi che “non si fanno gli affari con i mendicanti”. 7 Si veda G. Fiorentini e F. Calò, Il welfare aziendale e la filiera sussidiaria, in OggiDomani Anziani, CISL, Anno XXIV, n. 4, 2011.