In questo periodo di globalizzazione dei mercati e di dominio finanziario, la sovranità – dei territori, delle 47 rappresentanze, delle organizzazioni di rappresentanza dei politici – è evidentemente in crisi. Essa è legata per tradizione al sovrano e dal sovrano allo Stato, che è il nuovo sovrano da due o trecento anni a questa parte. Tutta la storia italiana, dal Risorgimento in poi, è legata a questo rapporto con lo Stato; una parte della classe dirigente italiana ci richiama sempre alla realtà e al primato dello Stato, perché esso dà legalità, coerenza, coesione, cittadinanza. Ma questa sovranità c’è ancora? Oppure sta diventando un elemento labile nella società moderna, perché dovunque vai non c’è più sovranità? C’è sovranità oggi nello Stato italiano, che è sottoposto a un attacco speculativo da parte dei mercati internazionali e deve adattarsi a una sovranità sovranazionale, alle lettere della Banca Centrale Europea, alle indicazioni di Bruxelles, alle “indicazioni” della signora Merkel? C’è ancora una sovranità statuale italiana? Questa diminuzione di sovranità è solo dello Stato oppure tutti i soggetti in qualche modo perdono sovranità? Lo dice lo stesso Presidente della Repubblica: noi parliamo di “cessione di sovranità all’Europa” per salvarci e crescere. Se andiamo a vedere che cos’è successo all’Europa in questi ultimi anni, ci accorgiamo che la sovranità non esiste, l’Europa non ha sovranità se non su qualche direttiva o qualche meccanismo di normativa europea, ma nel momento della crisi l’Europa come autorità non è esistita. Qualcuno pensa che Barroso, Van Rompuy o il commissario Olli Rehn abbiano gestito un pezzo della crisi? L’Europa può anche essere insignita del Premio Nobel per la pace, ma di sovranità non ha nulla e quindi non è un punto di riferimento. La sovranità italiana è slittata verso una serie di poteri: la Banca Centrale Europea, il governo tedesco, i meeting internazionali, ma non è andata all’Europa in quanto tale e neppure più in alto. Sovranità vere o presunte Anche la realtà americana è senza sovranità; si attribuisce alla debolezza di Obama questa mancanza, ma non è così. Il Presidente statunitense gestisce un sistema che è condizionato dal fatto che l’impero americano non è più sovrano, perché il suo debito è per metà in mano ai cinesi. Quale sovranità può esserci, infatti, se il debito è in mano a una potenza straniera, forse persino nemica? Attualmente l’unica sovranità sembra essere quella delle grandi banche d’affari internazionali: Goldman Sachs ha certamente più potere di un qualsiasi Stato nazionale. Il presidente di Goldman Sachs ha dichiarato di sentirsi a volte come Dio, muovendo con un gesto capitali come fossero costellazioni, potendo gestire il variare del mondo. In questa posizione uno può sentirsi sovrano, se ha il potere che insiste su un argomento che è pienamente suo. Questo costituisce lo slittamento verso l’alto, ma se andate verso il basso trovate solo strutture non sovrane. Abbiamo fatto il federalismo in Italia, ma non è riuscito a generare una serie di sovranità. Le regioni sono nella situazione in cui sono, addirittura con una revoca imminente dei loro poteri; le province vengono eliminate; i comuni – con i patti di stabilità – non possono decidere neppure se aumentare i marciapiedi o se fare le rotonde con la fontanella in mezzo! Un’altra sovranità mancata è quella delle singole banche: per poter erogare soldi agli imprenditori, infatti, devono aspettare i soldi dalla BCE. Il grande potere bancario, che fino a tre anni fa sembrava vincente in Italia (basterebbe considerare la ricchezza della Cariplo in questi quarant’anni), non rende più, le banche non fanno più neppure profitti (lo ha dichiarato recentemente Giuseppe Mussari). Se non ha più sovranità una regione come la Lombardia o una grande banca, figurarsi se l’ha il sindacato! Esso viene interpellato, ma senza che gli venga lasciato alcun potere decisionale; la trattativa sulle pensioni è stata condotta così e quella sul mercato del lavoro è andata ancora peggio, e i risultati si vedono. Se tutto quello che ha incarnato la nostra concezione di sovranità – il Comune in cui vivo, la regione che gestisce la mia sanità, lo Stato che mi dà cittadinanza, l’Europa – se tutto questo non ha più sovranità, dove sta la sovranità? Essa diventa sempre più – pericolosamente – molecolare. Vince la sovranità nel piccolo: il singolo è ancora padrone e sovrano di se stesso, una comunità locale è ancora sovrana sul proprio territorio. Può non piacere, ma la Val Susa dice: «Questo territorio è mio e sono io il sovrano. Non voglio la sovranità dello Stato che vuole fare l’Alta Velocità, qui la sovranità tocca a me». Non è più la vecchia dizione: «La sovranità spetta al popolo», che è nella Costituzione ma non è più vera. Il problema è che dove c’è una piccola realtà, lì c’è sovranità. Io faccio l’imprenditore, sulla mia azienda sono sovrano. A tal punto che, se perdi la sovranità sulla tua azienda, ti resta una cosa sola: la sovranità di ucciderti, com’è successo nell’ultimo anno. In questo modo si ritorna a una società in cui domina l’ambito piccolo, ristretto: me stesso, la mia azienda, il mio carrello della spesa, il mio territorio; insomma, si afferma una sovranità minimale. Molti sostengono che questo è negativo, perché la sovranità minimale significa non avere più la concezione di un bene comune, non avere più il senso della vita collettiva, non avere più un traguardo condiviso da perseguire; diventiamo tutti asserragliati dentro noi stessi oppure, in quella logica, il piccolo, la persona, la sfera minimale in qualche modo assume una responsabilità forte anche contro una dimensione intermedia che ha fatto aumentare i costi di transazione. Dall’Europa fino al piccolo Comune ci sono infiniti passaggi; quando arriva in fondo, quel flusso è già stato mangiato dai mediatori del percorso. Questo è il problema grave della nostra società: che noi abbiamo caricato la dimensione statuale di una colpa fondamentale, quella di essere inefficiente e corrotta, mentre invece la vera corruzione sta dentro il processo; il percorso dallo Stato al cittadino o da Bruxelles al cittadino, o da Goldman Sachs al cittadino. Purtroppo molte delle crisi che abbiamo oggi – la crisi della cultura federalista, in cui noi tutti, me compreso, abbiamo creduto e che adesso ci sembra un ferrovecchio; o la crisi della più grande ed efficiente regione italiana – danno il segno che non si tratta di una crisi di leadership, di persone, anche qui si tratta della crisi della transazione che non è stata regolata. Si pensava che trovare queste transazioni a cascata fosse un aspetto positivo, un valore aggiunto, e invece sono state i luoghi della corruzione, dell’inefficienza, del declino. Crisi e potere Noi siamo sempre stati ossessionati dal fatto di essere governati da un leviatano, perché noi italiani siamo un Paese governato dalle élite ghibelline, quelle dei principati, delle piccole monarchie, dei sovrani pontefici, e anche lo Stato italiano è stato fatto da un’élite. Quindi noi, popolo, abbiamo sempre vissuto con questa idea, che c’è sopra qualche cosa di più importante, di più intelligente; oggi, se dici che in qualche modo lo Stato risorgimentale ha avuto dei difetti, vieni considerato uno lontano dall’intelligenza risorgimentale italiana. Abbiamo sempre avuto questa estraneità nei confronti del potere. La domanda che mi pongo è se la crisi che stiamo attraversando sia ancora legata a un’estraneità dal potere o se in qualche modo noi stessi, come società, abbiamo contribuito a creare la crisi e a esercitare un potere. Di tutto noi diamo la colpa ai politici, novelli leviatani, ma siamo un po’ tutti noi che stiamo contribuendo, da vent’anni a questa parte, a una riduzione del peso della politica a favore di un nuovismo di società civile che poi si rivela invece la cosa più triste. Preferirei il giacobinismo a questo impasto di una società che, in fondo, pecca tutta insieme. In fondo questa è una società in cui le dimensioni relazionali di transazioni multiple ci toccano tutti. Come sappiamo, sta ritornando l’economia sommersa – il nero –, perché un’azienda non può più fare il contratto a tempo determinato, il contratto a progetto o con la Partita Iva; così manda tutti i collaboratori a casa e chiama qualcuno che lavora in nero, oppure fa esternalizzazione. L’economia sommersa è un fenomeno sociale in cui tutti hanno il loro tornaconto, è il problema di una coscienza individuale che deve capire le cose, non di accettare lo slogan «dobbiamo mettere i conti in ordine, dobbiamo andare in Europa». Questa non è coscienza, si tratta di un modo di interpretare, lo posso fare anche io, lo faccio per mestiere, però non è il modo per far crescere una popolazione. Una popolazione deve crescere nella cultura individuale che capisce le singole cose, purtroppo la cultura di massa in questo momento è tale da non permettere questo approfondimento sull’uomo. La famiglia è una molecola della società. Se non riesce a diventare macromolecola, a collegarsi con altre molecole e a portare avanti un lavoro comune, la soluzione è quella di strisciare sottobanco per ottenere quello che si riesce. Il familismo morale non è altro che la famiglia che non afferma i suoi diritti, i suoi momenti, le sue esigenze, i suoi comportamenti, ma passa sotto. Non afferma che il figlio è bravo, ma fa la raccomandazione; in questo caso la raccomandazione di un papà a un altro papà può funzionare. Il familismo morale è il modo e l’esempio classico in cui le singole realtà molecolari, l’individuo, l’azienda, la famiglia, cercano o non hanno la possibilità di esprimersi in piena limpidezza e trasparenza circa una soluzione sottobanco. Nella società moderna, ma ancor più nella società e nel mondo cattolico, non c’è la capacità di creare complessità. O si resta sulla singola molecola o si fanno discorsi (il bene comune più o meno universale); il rapporto tra questi due elementi ci fa ondeggiare costantemente e alcune volte pensiamo che la nostra “ideologia”, la nostra “cultura”, sia per la singola molecola, per l’individuo, per la classe scolastica, per la famiglia. La complessità non ci interessa, noi vogliamo difendere le singole molecole, la forza delle singole molecole, il cittadino singolo. L’uomo in quanto singolo è più forte di qualsiasi altra cosa. Sinceramente pensavo che l’Europa fosse un modo di fare ulteriore complessità, pensato da tre cattolici, perché solo i cattolici hanno il senso del mondo come complessità, la Chiesa infatti è complessa, non è fatta solo di singoli fedeli. Un cattolico cercherà sempre di esercitare un mandato di complessità; possiamo pensare a de Gasperi che in Italia ha realizzato la Cassa per il Mezzogiorno – per fare complessità nordsud perché non voleva la spaccatura –, pensate a Kohl che fa l’unificazione tedesca; pensate a Montini che chiude il Concilio creando complessità, perché una Chiesa che sia soltanto dei singoli e che non sia invece corpo sociale complesso alla fine farà sì che milioni di cattolici si salvino per la loro fede individuale, ma che la Chiesa in quanto tale non esista. La Chiesa nel mondo moderno è stata il soggetto che ha portato avanti la complessità. I grandi cattolici, anche i politici, hanno avuto l’ambizione della complessità. Io sono figlio di quella cultura e ci credo abbastanza, però so benissimo che nel mondo cattolico c’è anche il primato del singolo, della singola famiglia, del singolo cittadino, del singolo fedele, del singolo peccatore. Il primato del singolo soggetto può essere una soluzione rispetto ai nostri fallimenti. Su questi due pedali la Chiesa ha giocato, perché nessun altra cultura se non quella cattolica ha questo doppio pedale: poter giocare sul singolo e sul complesso. Il mondo laico, laicista gioca solo sul singolo: la libertà individuale, il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, l’essere padrone di se stesso nella nascita e nella morte. Noi cattolici, invece, dobbiamo giocare su queste due cose, e la forza della vita e della Chiesa sta proprio in questa compresenza di complessità e singolarità. Ognuna delle strade ha le sue debolezze, le sue sconfitte, ma insieme sono la ricchezza di una società come la nostra. Intervento all’incontro “L’Italia tra paura e futuro: il tempo della persona”, che si è svolto il 16 ottobre 2012 presso l’Auditorium Centro Congressi Fondazione Cariplo di Milano.
L’Italia tra paura e futuro: il tempo della persona
di Giuseppe De Rita / Fondatore e Consigliere Delegato del CENSIS
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