Visitando la mostra “L’imprevedibile istante. Giovani per la crescita” (realizzata dalla Fondazione per la 35
Sussidiarietà in occasione del Meeting 2012) ho provato un po’ di tristezza perché ho ripensato a quando,
al secondo anno di Economia a Roma, lessi un libro sulle difficoltà del mondo previste per il 2020 e pensai:
«Che disastro, qui c’è bisogno di qualcuno che dia una mano». Allora decisi di fare l’economista e avevo
quel desiderio di contribuire al miglioramento del mondo che nella mostra viene illustrato in modo molto
chiaro. Ora quella voglia ce l’ho ancora, ma è aumentata la preoccupazione per il futuro e sono meno ottimista
sulla nostra capacità di risolvere i problemi che abbiamo davanti. E questo mi rende un po’ triste.
La verità è che siamo in guai seri, e non sto parlando solo dell’Italia e neanche solo dell’Europa: parlo di
un mondo che abbiamo costruito su basi che non reggono più. È come se stessimo guidando una vecchia
macchina: stiamo viaggiando e a un certo punto, si stacca una ruota. Ci fermiamo, la rimontiamo, partiamo
e dopo 100 metri cade la marmitta, la rimettiamo a posto, poi cade lo sportello, e così via. Però facciamo
finta che la macchina funzioni e che tutti questi problemi siano indipendenti gli uni dagli altri: insomma,
mi sembra manchi una coscienza condivisa delle difficoltà in cui ci troviamo e delle ragioni profonde da cui
esse sono determinate.
Da informazione a conoscenza
Per illustrare la difficoltà che abbiamo a capire la realtà vi racconto una breve storiella: un giorno un Presidente
di Regione manda i suoi migliori esperti e consulenti nella Silicon Valley; dopo tre mesi tornano, preparano
il rapporto e glielo mettono sul tavolo. Il Presidente apre il rapporto, fa un salto sulla sedia, chiama
subito gli esperti e urla loro: «Vi ho pagato tre mesi di missione e voi avete preparato un rapporto di mezza
pagina! E poi che cos’è questa storia di costruire garage?». Gli esperti rispondono: «Presidente, abbiamo
scoperto che tutte le principali imprese della Silicon Valley sono nate nei garage, quindi il nostro suggerimento
è semplice: lei deve costruire garage».
Questa storiella mostra che disporre dell’informazione non vuol dire saperla trasformare in conoscenza ed è
proprio questa incapacità che sembra caratterizzare il nostro Paese. Quindi, ho un primo messaggio per voi
ragazzi: dovete studiare tantissimo, e non solo quello che i vostri bravissimi professori vi insegnano. Dovete
studiare e essere aperti a ciò che accade intorno a voi per migliorare la vostra capacità di vivere in un mondo
che è sempre più complesso e che non è necessariamente pronto a realizzare le vostre aspirazioni.
Ma da dove viene questa difficoltà a capire le cause profonde della crisi attuale? Da più fronti. Infatti, sarebbe
un grave errore pensare che il problema sia solo italiano. Poco tempo fa ero in India, al quarto Forum
mondiale dell’OCSE su “Statistica, Conoscenza e Politica”, e l’ultimo giorno Jeffrey Sachs, uno dei più grandi
esperti del mondo in materia di cambiamenti climatici, ci ha mostrato una cartina geografica che mi ha
parecchio preoccupato. Si trattava di una mappa del mondo che illustrava la frequenza degli eventi climatici
eccezionali: nel 1995 c’era una cartina quasi tutta azzurra, colore che rappresentava la quasi totale assenza
di eventi eccezionali, mentre quella del 2011 era quasi tutta rossa a causa dell’elevatissimo numero di
eventi di questo tipo. Ad esempio, quest’anno si è ridotta la calotta polare dell’Artico come mai prima d’ora
e non è detto che durante quest’inverno si riformi come dovrebbe. Secondo alcuni studiosi il rischio è quello che si interrompa la Corrente del Golfo: in tal caso l’Europa settentrionale sarebbe coperta di neve per tutto
l’inverno.
Quest’anno negli USA c’è stata la peggiore siccità nella storia e in Italia si è verificata la seconda estate più
calda della storia dopo il 2003, anno nel quale, a causa di ciò, ci furono decine di migliaia di morti in tutta
Europa: eppure questo fenomeno planetario non mi sembra che abbia occupato le prime pagine dei nostri
giornali. Così come nel caso della crisi finanziaria e economica, l’allarme di coloro che sostengono i rischi
che oggi corriamo non sembrano essere presi in considerazione: piuttosto, anche oggi si preferisce fare
finta di non vedere le nostre fragilità, invece di porre attenzione ai temi chiave del presente e del nostro
futuro.
Purtroppo, la storia si ripete. «La gente di questo Paese è stata erroneamente incoraggiata a credere che si
potesse aumentare indefinitamente la produzione e che un mago avrebbe trovato un modo per trasformare
la produzione in consumi e in profitti per i produttori» diceva, ma sembra oggi, Franklin Delano Roosevelt
intorno al 1932-1933, cioè in piena grande depressione americana. E continuava: «La felicità non viene unicamente
dal possesso dei soldi, ma dal piacere che viene dal raggiungimento di uno scopo, dall’emozione
che deriva dallo sforzo creativo. La gioia e la tensione morale non devono più essere dimenticate a favore
di una folle ricerca di profitti evanescenti. Noi dobbiamo affrontare insieme le comuni difficoltà ma, grazie a
Dio, tali difficoltà riguardano solamente le cose materiali. Senza distinzioni di partito, la grande maggioranza
del nostro popolo ha scelto l’opportunità di far prosperare l’umanità, di trovare la propria felicità. Il nostro
popolo riconosce che il benessere umano non si raggiunge unicamente attraverso il materialismo e il lusso,
ma che esso cresce grazie all’integrità, all’altruismo, al senso di responsabilità e alla giustizia».
Qualcuno potrebbe dire che abbiamo dimenticato quella lezione. D’altra parte, qualcun altro direbbe (a
ragione) che negli ultimi venti anni il mondo – quello occidentale, ma soprattutto quello dei Paesi in via di
sviluppo – ha conosciuto una crescita economica straordinaria e centinaia di milioni di persone sono uscite
dalla condizione di povertà estrema. Parallelamente, il “pendolo economico” si sta spostando verso Est,
tornando a dov’era nel 1700, quando, secondo le ricostruzioni storiche pubblicate dall’OCSE, l’Oriente era
molto più ricco dell’Occidente.
Verso nuovi modelli di sviluppo
Come cittadini del mondo non possiamo non essere felici del fatto che centinaia di milioni di persone siano
uscite da una condizione economica che, in molti casi, portava a morte prematura, anche se, come europei,
siamo spaventati perché la loro crescita sta determinando il nostro impoverimento. Il problema è che se
tutto il mondo seguisse i modelli di consumo dell’Occidente, servirebbero diversi pianeti per soddisfare la
“fame” di energia e il consumo ambientale tipico di quei modelli. Oppure, se l’Europa o gli USA ricominciassero
a crescere del 3-4 per cento l’anno, cioè quanto necessario per riassorbire la disoccupazione attuale,
i prezzi delle materie prime aumenterebbero subito e la crescita si bloccherebbe nuovamente, come nell’esempio
della vecchissima auto. D’altra parte, è impossibile per l’Occidente dire all’Oriente: «Adesso che voi
state crescendo, cambiamo le regole: tornate a vivere nella povertà perché noi non vogliamo ridurre i nostri
stili di vita». Quindi, o ci decidiamo a cambiare modello di sviluppo, oppure non andiamo molto lontano.
Non a caso, in un libro – secondo me molto bello – che si intitola 2030, La tempesta perfetta1, utilizzando
tutta una serie di evidenze che derivano da studi dei futurologi, si sostiene che, mentre nel 2050 saremo
probabilmente tutti “in paradiso”, non perché saremo morti, ma perché avremo a disposizione soluzioni tecnologiche
e energetiche per tutto il mondo, nel frattempo, cioè intorno al 2030, il mondo dovrà affrontare
problemi gravi di insufficienza energetica, di lotta per la terra ancora incolta (quindi per il cibo), di cambiamenti
climatici, che determineranno movimenti di centinaia di milioni di persone.
Ecco perché il ruolo dei giovani, oggi, è così importante per il futuro di tutti. I giovani devono studiare,
cercare, discutere, approfondire tutti questi temi e sono sicuro che, lavorando con questo spirito e in questo
modo, nasceranno delle idee che alla mia generazione non sono venute (questa è un’altra cosa che ci racconta
la mostra) e penso che questo valga per ogni aspetto della nostra vita. Peraltro, ai giovani toccherà
pensare a come farsi carico dei vicini, non tanto e non solo dei vicini di casa, ma dei genitori e dei nonni:
nei prossimi anni, infatti, i giovani saranno relativamente pochi e dovranno farsi carico delle generazioni che invecchiano. Invecchiare è una “buona notizia”, soprattutto se si è in buona salute, ma può essere una cattiva
notizia se non si ha un numero sufficiente di giovani attivi sul piano lavorativo per sostenere la popolazione
anziana. E questo è un problema che stiamo già vivendo in Italia (e non solo, basti pensare alla Cina)
e che diventerà ancora più evidente in futuro.
Oggi abbiamo bisogno di una rivoluzione d’idee e di modi di affrontare le cose, ma anche di tanta saggezza
e lungimiranza. Come abbiamo visto nella mostra, abbiamo in Italia tanti casi di eccellenza, ma purtroppo
essi oggi non sono sufficientemente numerosi per cambiare le sorti del Paese, almeno nel breve termine.
D’altra parte, gran parte delle politiche che dovrebbero essere attuate rischiano di avere effetti negativi a
breve termine e solo in un secondo tempo positivi. Ma come si fa a far accettare tutto questo in una società
spaventata? Chi accetta di pagare il prezzo dell’attesa dei benefici per tutti?
In un dibattito tenutosi alcuni anni fa, un ex ministro dell’ambiente inglese disse: «Io so tutto del cambiamento
climatico e sono convinto che sarà un disastro, ma se io oggi andassi dai miei colleghi ministri dicendo
di rallentare la crescita perché questo ci aiuterebbe a essere più sostenibili, tutti riderebbero e poi non
sarei rieletto». Questo perché alle elezioni tutti vogliono presentare risultati positivi in termini di crescita del
PIL o di riduzione dell’inflazione, per tentare di essere rieletti. «Se io avessi – disse ancora – degli indicatori
in grado di misurare i futuri rischi e potessi dimostrare, insieme ai risultati di output ottenuti nel passato,
che la mia politica ha ridotto la vulnerabilità della società allora avrei una speranza di essere rieletto».
Il danno peggiore che è stato fatto negli ultimi vent’anni da un certo gruppo di economisti è stato l’avere
diffuso l’idea che il rischio fosse in qualche modo misurabile e gestibile in maniera semplice. Un giorno, l’ex
presidente di una delle principali banche italiane mi disse: «Nel giorno del giudizio universale qualcuno mi
dirà che, tra i peccati che ho commesso, c’è stato lo smantellamento dell’ufficio studi della mia banca: l’ho
fatto perché mi ero convinto che i prezzi delle azioni e delle obbligazioni contenessero tutta l’informazione
di cui avevamo bisogno per gestire le nostre attività finanziarie». Ecco, questo tipo di semplificazione ha
generato effetti negativi, che oggi abbiamo grande difficoltà a gestire.
Coscienti delle conseguenze
Un politologo tedesco, Claus Offe, ha recentemente scritto: «Mentre le élite politiche dominanti, insieme
ai loro consulenti tecnocratici e agli staff amministrativi, possono rappresentare se stessi come coloro che
guidano la marcia verso il progresso e vantarsi di aver conseguito risultati quantitativi di riferimento su
tassi di interesse, impieghi, bilancia dei pagamenti, ripartizione del reddito, finanze dello Stato eccetera,
la questione da non trascurare è la situazione dei cittadini normali e la loro valutazione degli effetti secondari
negativi del progresso economico. Il primo dilemma del progresso consiste quindi nel fatto che noi
continuiamo a compiere scelte delle quali, è evidente, che in futuro ci dovremo pentire; e questo tanto sul
piano tecnico-materiale quanto su quello della prospettiva morale. Se continuiamo ad applicare simili criteri
obsoleti continueremo a fare cose che in coscienza non possiamo fare, cioè che non possiamo fare senza
ignorare le conseguenze prevedibili del nostro agire». Questa è una frase molto dura che richiama tutti noi,
come individui e come società, a interrogarci profondamente sul fatto che la crisi sia un’opportunità, come
lo stesso Papa Benedetto XVI ha scritto nella Caritas in Veritate, “per discernere ed eventualmente cambiare
le nostre azioni”. Ma questo richiede impegno, il mettersi in gioco: ecco perché ci aspetta – parlo soprattutto
del mondo occidentale, ma il problema è planetario - una strada in salita.
In risposta ad una risoluzione dell’assemblea generale dell’ONU, il Primo ministro del Bhutan ha avviato una
iniziativa volta a definire un “nuovo modello di sviluppo”: è stato costituito un gruppo di lavoro con sessanta
economisti, ecologisti, psicologi, ecc. e ci è stato chiesto di lavorare nel corso del prossimi 24 mesi per formulare
idee nuove per politiche più orientate al miglioramento della qualità della vita delle persone, e non
solo all’aumento della ricchezza monetaria. Già anni fa, all’OCSE, sviluppammo un modello di misurazione
del progresso della società basato sul concetto di “benessere equo e sostenibile”, fatto di diversi domini
rilevanti per il benessere delle persone e dell’ambiente (salute, educazione, relazioni interpersonali, lavoro,
ecc.). E questi sono solo alcuni esempi per dire che ci sono molte persone, in tutto il mondo, che stanno
cercando di affrontare le tematiche di cui ho parlato e che abbiamo bisogno che anche in Italia vengano
elaborate idee nuove per dare risposte reali alle domande dei cittadini, specialmente dei giovani. Vorrei concludere con un brano di Edoardo Nesi (vincitore del Premio Strega l’anno scorso con Storia della
mia gente2) che nell’ultimo libro racconta dell’idea che l’Italia possa diventare il luogo dove tutte le persone
più intelligenti del mondo vengono a lavorare, visto che è il luogo più bello del mondo. E poi si domanda:
«Ma tutto questo come si fa a realizzare? La mia generazione dovrà fare più di tutte le altre. Del resto
abbiamo gran parte delle colpe, le sconteremo mettendoci al servizio dei nostri figli e delle nostre figlie: gli
faremo il pieno della macchina e gli puliremo il parabrezza, gli allacceremo le cinture di sicurezza e poi gli
daremo una carezza, gli consegneremo il portafogli e gli diremo che possono andare dove vogliono; gli diremo
di non avere nessuna paura di partire per il futuro, senza di noi (come sarebbe giusto) o anche con noi,
se vorranno portarci, ma dovranno essere loro a deciderlo, liberi. Ci vorranno fede e incoscienza, ragione e
sostegno ferreo, ci vorranno affratellamento, una vera unità nazionale d’intenti, che costringerà tutti a cedere
qualcosa in nome del bene comune. Ci vorrà un patto tra le generazioni. Ci vorranno anni, ma funzionerà,
ne sono sicuro. Deve funzionare perché, se non funzionasse l’affidarci alla gioventù, allora vorrebbe dire
che saremmo finiti davvero, e che ce lo saremo meritati. Se vi pare di avere appena letto qualche pagina
del libro dei sogni, se tutto questo vi sembra ingenuo e utopico, se un sorriso cinico vi si è allargato sul volto
e avete iniziato a scuotere la testa, o siete già rassegnati al declino del nostro Paese, oppure, da questo
declino, vi sentite per qualche ragione protetti».
1 Gianluca Comin, Donato Speroni, 2030 la tempesta perfetta: come sopravvivere alla grande crisi, Rizzoli, Milano 2012.
2 Edoardo Nesi, Storia della mia gente : la rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia, Mondolibri, Milano 2011.
Intervento al convegno “L’imprevedibile istante. Giovani per la crescita”, che si è svolto il 26 ottobre 2012 presso la Sala Rossini del
Caffè Pedrocchi a Padova, organizzato dal gruppo universitario Ateneo Studenti.