L’ambito del welfare state rappresenta sicuramente un laboratorio fondamentale per avere un’idea di quali 17 saranno gli esiti di una trasformazione del Paese e dell’Europa che si delinea sempre più, non solo nell’oggettività degli indicatori economici e finanziari (spread, PIL ecc.) ma ormai anche nella soggettività e nella quotidianità di ognuno di noi, quale vera e propria metamorfosi sistemica. Non mi sono mai illuso, sin dal 2008, che fossimo di fronte a una semplice transizione congiunturale, o, dal 2011, a un semplice riassestamento o riaggiustamento dei parametri di bilancio. Il rapido succedersi di violente ondate di crisi sottopone a un’inaudita pressione le fondamenta dell’impianto istituzionale, agendo con particolare efficacia distruttiva sugli assetti nazionali meno strutturati, tra i quali il nostro, avendo nella destrutturazione del welfare state novecentesco un ben preciso bersaglio da minare alla base. Il motivo per il quale esso è oggetto di tale attenzione dal mercato e, ultimamente, anche dallo Stato è noto: il welfare state ereditato dal fordismo è, al di là delle varianti nazionali in seno all’Europa, economicamente insostenibile, mentre in Italia esso ha rappresentato lo strumento attraverso il quale sono state veicolate quelle ingentissime risorse a debito che ci hanno permesso sino a ieri di stare al passo con le economie più avanzate. Mentre queste ultime sono cresciute con la progressiva finanziarizzazione dei dispositivi di inclusione sociale, noi abbiamo privilegiato l’uso spregiudicato della spesa pubblica a debito. Dopodiché, a un certo punto, i mercati hanno cominciato a punire pesantemente questo tipo di scelte, prima quella di matrice finanziaria (2008), poi la nostrana pratica della spesa pubblica senza controllo. Non basta un ragionamento contabile L’idea che basti compiere un pur doloroso ragionamento contabile per riassestare la macchina pubblica è però del tutto illusoria e significa non andare oltre la dimensione del welfare come puro costo, ma pensare al welfare in termini di puro diritto legato alla statualità credo sia altrettanto improponibile, anche quando detto diritto sia ottemperato con meccanismi di esternalizzazione dei servizi a un privato sociale incorporato nelle logiche statuali (ma anche regionali, o municipali) e ridotto a esecutore su mandato pubblico. Se vogliamo tentare di salvaguardare quel diritto universale alla cura che rappresenta un tratto costituivo e distintivo delle conquiste della civiltà europea, occorre, dal mio punto di vista, partire dalla dimensione micro del legame sociale, poiché credo che proprio sul terreno della socialità possano essere prodotte quelle risorse immateriali e materiali convertibili in carburante di pratiche di nuovo welfare a trazione sociale. Con riferimento al nostro Paese, occorre partire – ed è quanto ho cercato di esplicitare nel libro a quattro mani che ho scritto con Eugenio Borgna, Elogio della depressione – dall’antropologia prodotta da quella “crisi di legame” che ha attraversato l’ultimo ventennio della nostra storia. Un periodo breve, se considerato sotto il profilo della lunga durata dei processi di civilizzazione, nel quale si è innescata una rapida e crescente frammentazione sociale identificabile nella progressiva separazione tra i sentieri della crescita economica e quelli della coesione sociale o, per usare una terminologia novecentesca, tra quelli dell’accumulazione e quelli della redistribuzione. Con la globalizzazione – intesa innanzitutto come apertura dei mercati delle valute, delle informazioni e delle merci – sono entrati in crisi quei meccanismi che regolavano i rapporti di classe tra capitale e lavoro, con lo Stato in mezzo a redistribuire e quelli che, a livello delle comunità operose a base territoriale si configuravano come circuiti fiduciari capaci di coniugare crescita economica e responsabilità sociale diffusa. Il dover “produrre per competere” indotto dalla globalizzazione, ha progressivamente svuotato e ridislocato nel mondo le basi materiali del conflitto di classe e, nel contempo, ha prosciugato le sorgenti del capitale sociale delle comunità locali. Al di là delle tante conseguenze provocate dall’imporsi di quella che io chiamo dialettica flussi-luoghi, è importante qui sottolineare come quella separazione abbia prodotto un’antropologia individualista in cui la componente di “responsabilità” che qualificava il modo di intendere la “libertà” viene sterilizzata, ovvero diventa orpello inutile, quando non ostativo, ai fini del perseguimento del benessere individuale. Da qui a credere che il welfare collettivo non sia altro che un ulteriore vincolo al perseguimento di quel benessere, il passo è breve. Così come è breve il passo che deve compiere chi intende speculare sullo spaesamento e il bisogno di protezione delle comunità operose improvvisamente esposte ai venti della competizione globale, rivendicando un welfare state solo per i “produttori”, o una welfare community solo per i membri della comunità locale. D’altra parte abbiamo avuto anche chi di passi non ne ha fatti, né in avanti né indietro, attestandosi su posizioni di difesa a oltranza del welfare state novecentesco. Con il succedersi della crisi, prima dei mercati e poi del debito pubblico, la necessità di ripensare il welfare rimane prigioniera di un dibattito sospeso tra tecnica contabile pubblica e forme di populismo ferme nel denunciare sprechi e privilegi, ma costitutivamente deboli sul piano della proposta (perché incapaci di delineare vie di uscita collettive al conflitto), laddove nei fatti si assiste a un’accentuazione della polarizzazione sociale, a un aumento e a un’articolazione dei bisogni di cura e di assistenza, di educazione e formazione, di qualificazione professionale e previdenza. Riprogettare il rapporto tra ente pubblico e società Nel pieno di una metamorfosi di sistema è difficile delineare come se ne esca, tuttavia nella frequentazione del territorio, vero teatro della dialettica flussi-luoghi e ambito privilegiato per comprendere le ricadute della crisi, appaiono culture e pratiche sociali, più o meno consolidate, accomunate dal tentativo di riconnettere e rilanciare quelle istanze di operosità e di cura che, pur nella centrifuga della modernità, cercano di mantenersi ancorati a una visione in cui il principio di responsabilità tiene insieme libertà ed eguaglianza. Responsabilità verso l’altro che, per tornare a Borgna, deve riconnettersi anche con la dimensione tutta pre-politica del fare “comunità di destino”. Senza questa consapevolezza è illusorio credere che l’antropologia delle persone si rapporti e si riposizioni rispetto a un welfare state in ristrutturazione alla stessa maniera nella quale, in veste di consumatore-cliente, egli si adatta alle trasformazioni del mercato. Il tema del welfare investe infatti dimensioni della persona molto più complesse e, dal mio punto di vista, più alte. Provo qui a evidenziare alcune tracce, tra le diverse che si possono trovare sul territorio, di una comunità di cura in formazione. Per la sua emblematicità partirei dall’esperienza del Fondo Famiglia Lavoro promosso dalla Diocesi di Milano, poiché qui il meccanismo mutualistico agito attraverso i 104 distretti del Fondo attivati, ha messo in moto un processo di ascolto e accompagnamento della fragilità familiare andato ben oltre la dimensione della solidarietà episodica per diventare momento di coscientizzazione collettiva e di costruzione di nuovi intrecci di cura e operosità. Oggi il FFL si appresta a compiere un salto, cercando di coniugare a un livello più alto prossimità e tecnica (microcredito, formazione ecc.), intrecciando mondi associativi della cura di matrice cattolica e comunità operosa finanziaria, puntando così a strutturare un’iniziativa nata per rispondere all’emergenza quando ancora si pensava a una crisi di attraversamento. Dal mio osservatorio sul territorio, credo che possano poi essere individuati almeno quattro contesti territoriali in cui le istituzioni locali o le Regioni hanno portato avanti iniziative tese a riconoscere e valorizzare la dotazione di beni relazionali orientati alla cura, prodotti all’interno delle relazioni sociali in sede locale. Un primo esempio proviene dal Trentino, da sempre laboratorio delle autonomie civiche, dove la Provincia di Trento sta provando ad affrontare il tema di come mantenere e migliorare la welfare community negli oltre 200 comuni-polvere dislocati nelle valli dolomitiche, cercando di innestare la spinta alla razionalizzazione della spesa per i servizi sulla capacità di autogestione delle 16 valli che compongono la provincia. Le comunità di valle sono organi di primo livello di natura elettiva alle quali sono in via di progressiva devoluzione alcune funzioni oggi in capo alla Provincia di Trento, tra le quali anche i servizi socio-sanitari che verranno calibrati in un’unica cornice normativa ma declinati secondo specifiche di “valle”. Un tentativo di sperimentare qualcosa di simile, ancorché in una dimensione territoriale assai più complessa quale può essere la metropoli milanese, è portata avanti dal Comune di Milano con l’idea dei “progetti sociali di comunità”. In questo caso la cornice istituzionale offerta dal Piano di Zona punta alla mobilitazione del potenziale coalizionale degli attori della comunità di cura in una fase in cui il welfare municipale è preso nella tenaglia dei tagli e dell’esplosione dei bisogni indotti dalla crisi, rischiando di produrre ulteriore disgregazione e rancore sociale. In questo caso la sfida, ancora tutta da giocare, risiede nella volontà di considerare la crisi un momento per riprogettare il rapporto tra ente pubblico locale e società civile incentivando e premiando l’attivazione di pratiche di autorganizzazione sociale e di mutualismo comunitario. Su una scala territoriale molto più ampia, quella lombarda, si è mossa ormai da tempo Regione Lombardia, secondo la ben nota logica sussidiaria. Al di là delle tante valutazioni che si possono fare su questo percorso, interessa qui soffermarsi su una problematica che investe l’approccio “sussidiario dall’alto” quando la crisi porta con sé, tra le altre cose, una crescente delegittimazione della società di mezzo (cioè i riferimenti territoriali della sussidiarietà orizzontale), oppure quando tale approccio non si incontra con un adeguato movimento mutualistico dal basso. Nel primo caso il rischio è lo schiacciamento tecnico della sussidiarietà sulla dimensione verticale della filiera istituzionale, indebolendone l’efficacia dell’azione sulle persone portatrici dei bisogni, dall’altra c’è il rischio che i portatori dei bisogni (attuali o potenziali) si percepiscano come utenti-clienti di un sistema di prestazioni e non come soggetti chiamati a contribuire alla strutturazione dell’ambiente di cura. Tra gli esempi di come si possano coniugare sussidiarietà dall’alto e mutualità dal basso, mi sembra importante segnalare l’esperienza di Auser Lombardia, poiché nella fattispecie si è riusciti a innestare su uno strumento di matrice sussidiaria come la telefonia sociale messa a punto da Regione Lombardia, la proliferazione del protagonismo degli anziani, facendo di questa associazione un riferimento credibile della comunità di cura in tantissime comunità locali. Ma il tentativo di rinnovare il rapporto tra Stato e società è presente anche nell’Italia di mezzo sull’asse Toscana-Umbria-Marche. Qui, più che altrove, il welfare state ha goduto di un consenso e di una partecipazione civica altrove debole o assente;qui più che altrove il welfare state è stato effettivamente in grado di regolare lo sviluppo e ridistribuire le opportunità e i rischi, per questo, più che altrove, è oggi difficile innescarne il quantum di necessaria discontinuità con l’assetto del Novecento. In questi territori il rischio è che la potente comunità di cura si faccia comunità del rancore, e quindi cada preda di una qualche forma di populismo riduzionista. Un privato sociale sempre più competente Se ci spostiamo dal rapporto tra regolazione pubblica e comunità di cura a quello tra quest’ultima e la comunità operosa, alcune tracce e percorsi tesi a ricucire quella frammentazione/polarizzazione sociale cui ho fatto cenno in precedenza sono rinvenibili negli esempi virtuosi di welfare aziendale portati avanti da quel nucleo di medie imprese internazionalizzate del made in Italy (Barilla, Ferrero, Luxottica, Della Valle, Diesel ecc.) che riassumono l’adagio weberiano “la proprietà obbliga”, magari nell’accezione moderna dell’accountability sociale o di comunità. È questa una dinamica comune, seppure con caratteristiche proprie, al mondo del capitalismo fondazionale, anch’esso chiamato a ridefinire il proprio ruolo di attore della comunità di cura in un’epoca di finanza distruttiva. Vi è poi il tentativo significativo di rilanciare su nuove basi quella che è stata la capacità di tenere assieme cura e operosità da parte del movimento cooperativo, come mi pare faccia Legacoop Emilia Romagna quando si pone il problema di ridare valore al principio associativo della mutualità in capo ai soci lavoratori e ai soci consumatori, puntando a organizzare la domanda e a ingegnerizzare l’offerta, sulla base di scenari di sostenibilità di lungo periodo, con l’intento di configurare un sistema capace di competere con l’offerta privata di cura oltre al semplice principio di utente/cliente. Nella vasta composizione sociale del terziario professionale (spesso fatto di giovani e donne) che fatica a farsi ceto riflessivo, si agitano deboli tracce di autorganizzazione sociale attive a intermittenza nei contesti metropolitani in cui il fare comunità di cura rimane sospeso tra il virtuale e il neocorporativo. Quest’ultima caratteristica si fa vera e propria patologia se guardiamo agli ordini professioni tradizionali, del tutto incapaci di porsi come soggetti della comunità di cura, laddove spesso singoli o gruppi di medici, avvocati, commercialisti ecc. operano all’interno di varie associazioni volontarie di diversa ispirazione. Alle tracce di nuovo welfare che qui ho delineato se ne potrebbero affiancare molte altre, pescando in un privato sociale sempre più competente e sempre meno riconosciuto dalla statualità, tuttavia mi sembra importante sottolineare come sia necessario fare qualcosa di più per collegare meglio queste isole dell’arcipelago della cura, non solo dal punto di vista economico-finanziario o politico, ma soprattutto dal comune denominatore dell’essere parte di una comunità artificiale di cura che ha nel destino condiviso con l’altro un principio ispiratore di azione.
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di Aldo Bonomi / Presidente di AASTER, Associazione Agenti Sviluppo Territorio
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