Quadrimestrale di cultura civile

Tre sfide dello sviluppo per una Colombia in transizione

di Andrés Felipe López Latorre / Dottorando in Diritto Internazionale dei Diritti Umani, University of Notre Dame, Indiana, USA

Negli ultimi cinquant’anni i colombiani hanno vissuto in mezzo a uno dei conflitti più sanguinosi al mondo, tra il Governo legittimo e diversi gruppi armati organizzati: le due principali formazioni di guerriglia di sinistra e le forze paramilitari illegali di destra, in parte smobilitate nel 2010, delle Autodifese Unite della Colombia (AUC). Di questi gruppi armati organizzati, il più grande e potente è Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejercito del Pueblo (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia-Esercito del Popolo), meglio noto con l’acronimo, FARC.
Il conflitto è costato molto alla Colombia, in termini di vite umane ed economici. I cinquant’anni di guerra hanno fatto otto milioni di vittime. Di queste, sei milioni erano dislocate nel Paese e ora stanno affrontando svariate forme di deprivazione e di violazione dei diritti umani. Il numero delle persone uccise durante il conflitto ammonta a 265.000, il numero delle vittime indirette, per esempio le famiglie dei caduti, a 704.000. In termini economici, si stima che il conflitto sia costato all’economia colombiana l’8,32% del Pil nazionale, ossia il 4,4% della crescita annua del Pil regionale, che rappresenta lo 0,5% della crescita del Pil nazionale (considerando che il tasso di crescita dell’economia colombiana è circa il 3,8%).
Dopo cinquantadue anni di conflitto armato, il governo colombiano e le FARC hanno raggiunto un accordo di pace. Le trattative sono cominciate in segreto nel 2010. Dopo due anni di discussioni preliminari, a ottobre 2012 il Governo colombiano ha pubblicato un documento di trattative con le FARC, nel quale le due parti avevano trovato un accordo su una serie di principi e procedure per un processo di pace prolungato. I negoziati tenutisi a L’Avana sono durati quattro anni, dal 19 novembre 2012 al 24 agosto 2016. Il risultato è stato un accordo di quasi trecento pagine con sei sotto-accordi su riforma fondiaria, partecipazione politica delle FARC, risarcimento delle vittime, giustizia transizionale, soluzioni ai problemi legati alla droga e meccanismi di attuazione. Le due parti hanno ufficialmente firmato l’accordo il 26 settembre 2016 a Cartagena, Colombia, dopo che il presidente Juan Manuel Santos, prima dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, lo aveva presentato come la prova della “fine della guerra in Colombia”.
Malgrado gli accordi fossero stati esposti alla comunità internazionale come definitivi, dovevano ancora essere approvati dal popolo colombiano attraverso un plebiscito tenutosi il 2 ottobre 2016. Nel plebiscito si chiedeva ai cittadini colombiani se accettassero o no l’accordo tra il governo e le FARC. Contro ogni pronostico, la maggioranza dei colombiani lo ha rifiutato.
Dopo un periodo di incertezza, il Governo ha deciso di ascoltare i diversi sostenitori del “no” e altri attori sociali che non avevano potuto partecipare alla prima trattativa, allo scopo di elaborare un nuovo accordo (proposta) da discutere in seguito con le FARC. L’esecutivo ha ricevuto circa cinquecento proposte di modifica da gruppi molto diversi della società colombiana. Il 12 novembre 2016 è stato raggiunto un nuovo accordo di pace che comprendeva alcune delle proposte di modifica, ma non tutte. Il presidente Santos ha dichiarato che stavolta l’accordo di pace non sarebbe stato oggetto di un referendum popolare, ma sarebbe andato direttamente al Congresso per essere approvato. Alcuni leader del “no” hanno ritenuto il nuovo accordo insufficiente perché non includeva tutte le proposte e presentava solo “ritocchi” minimi. Oltre a questo, l’idea che il nuovo accordo non sarebbe stato approvato dal popolo, ma solo dal Congresso, è stata criticata, in quanto ritenuta antidemocratica.
Ciò nondimeno il 30 novembre 2016 il Congresso, nonostante il malcontento socio-politico, ha approvato il nuovo accordo e con esso è cominciato il processo di attuazione, che sarà portato avanti attraverso una serie di norme emesse dal Congresso e dal Governo mediante speciali poteri esecutivi. Gli effetti della divisione sociale e della polarizzazione causate dal plebiscito perdureranno finché il tempo e l’effettiva attuazione dell’accordo di pace non porteranno alla riconciliazione tra questi schieramenti opposti.
Una lettura più attenta della situazione, comunque, suggerisce in modo chiaro come il conflitto armato in Colombia non finirà con l’accordo di pace, ma verrà solo replicato in un’altra forma, in quanto diversi attori, quali i guerriglieri dell’ELN o dell’EPL, così come altri gruppi criminali che hanno ereditato strutture e combattenti paramilitari, sono ancora in aperto conflitto. In altre parole, il raggiungimento dell’accordo con le FARC è solo l’inizio di un processo di transizione dalla guerra alla pace, ma c’è ancora molta strada da fare. La riflessione che proponiamo individua diverse sfide per una Colombia in fase di transizione, spostando l’attenzione su come lo sviluppo sarà necessariamente connesso con il raggiungimento della pace.

Il circolo virtuoso da cui ripartire
I diritti umani, lo sviluppo e la pace sono fattori interdipendenti, sia in pratica che in teoria: essi formano un circolo virtuoso che porta alla fioritura o al declino di una società democratica. Dal momento che il loro legame è di interdipendenza, nessuno di questi obiettivi può essere attuato senza gli altri due. È indubbiamente il caso del periodo successivo al passaggio dalla guerra alla pace in Colombia. Capire la natura interdipendente di questi concetti ci aiuterà a capire le sfide per lo sviluppo in una terra in fase di transizione. Per prima cosa, spiegherò come questi concetti interagiscono tra di loro e, in secondo luogo, come questo circolo virtuoso si traduce in sfide politiche concrete per la Colombia.
Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, il concetto di sviluppo si è allargato da un’iniziale attenzione alla sola crescita economica a ciò che abbraccia diversi aspetti della vita umana, normalmente intesi come sviluppo umano. La causa di questo cambiamento è una diversa comprensione del significato di benessere. Il terzo passaggio consiste nella comprensione dello sviluppo che ha portato a riconoscere l’intrinseca interdipendenza tra sviluppo e diritti umani. Da una prospettiva teoretica, il legame tra sviluppo e diritti umani esiste fin dalla nascita della nozione di sviluppo; i diritti umani sono quei beni alla base della prosperità dell’essere umano nella comunità, e la prosperità dell’essere umano è esattamente lo scopo dello sviluppo umano.
Affinché un modello di sviluppo possa abbracciare i diritti umani, sono necessarie tre condizioni. La prima è che il processo di sviluppo realizzi in modo progressivo i diritti umani, e che il processo stesso sia portato avanti secondo i diritti umani, ossia in modo partecipativo, non discriminatorio, trasparente e responsabile. La seconda è che il processo di sviluppo deve mantenere la persona come obiettivo e ragione primari. La terza è che la crescita economica deve continuare a essere una componente fondamentale dello sviluppo, senza, tuttavia, essere l’unico fattore determinante per questo processo. È fondamentale tenere conto di ognuna di queste tre dimensioni, perché lo sviluppo senza i diritti umani da un lato porta a un aumento delle disparità economiche, dall’altro misura il progresso del Paese solo in base alle mere cifre del Pil e non alle condizioni vissute quotidianamente dai suoi cittadini.
Il legame tra sviluppo e pace è circolare, perché la mancanza di sviluppo da un lato porta al conflitto sociale e dall’altro pone i presupposti per la sua continuazione. Dal canto suo, il conflitto ostacola ulteriormente lo sviluppo di un Paese a causa dei suoi ingenti costi in termini di vite umane e risorse economiche. Questo rapporto fa sì che lo sviluppo e la pace siano interdipendenti. Il sottosviluppo, al contrario, fomenta e pone le basi per il conflitto sociale. Anche se non sempre è così, certamente le disparità ingiuste innescano il conflitto sociale e fanno sì che esso persista. Nel 1967, Papa Paolo VI diceva che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. A continuazione di questa frase succinta e davvero profetica sull’interconnessione tra sviluppo e pace, aggiungeva che la pace non è semplice assenza di guerra, ma anche un impegno quotidiano verso una giustizia più perfetta all’interno delle comunità umane, giustizia, soprattutto, nei confronti dei poveri. Giustizia e pace sono strettamente connesse perché sono beni comuni condivisi in una comunità politica. Quando situazioni ingiuste si protraggono nel tempo, la pace finisce.
I diritti umani e la pace si favoriscono o si minacciano reciprocamente in tre diversi modi: 1) la guerra e i conflitti armati causano la violazione dei diritti umani; 2) la violazione dei diritti umani porta al malcontento e al conflitto sociale e, al tempo stesso, giustifica l’intervento armato da parte degli altri Stati; 3) standard sui diritti umani troppo severi pongono delle sfide al raggiungimento degli accordi di pace, ma l’impunità delle violazioni dei diritti umani apre la strada a nuovi conflitti. La prima e la seconda forma di interazione sono autoesplicative, mentre l’ultima richiede un’ulteriore spiegazione.
Il terzo livello di interazione tra pace e diritti umani, spesso, implica tensione od opposizione durante i processi di pace. La tensione è dovuta a obiettivi apparentemente divergenti tra accordi di pace e norme sui diritti umani. Mentre le norme sui diritti umani richiedono l’obbligo di rispondere delle violazioni, gli accordi di pace cercano di mettere fine ai conflitti, il che può avvenire solo tramite reciproche concessioni tra i due schieramenti. È improbabile che un gruppo armato accetti di deporre le armi per andare in carcere per un lungo periodo di tempo. La sfida diventa, quindi, garantire la giustizia e i risarcimenti alle violazioni dei diritti umani e, al tempo stesso, proporre sanzioni accettabili per entrambe le parti. Più gli standard sui diritti umani sono severi, maggiori saranno gli ostacoli al raggiungimento di un accordo di pace per porre fine al conflitto. L’impunità, dal canto suo, spiana la strada a ulteriori conflitti futuri.
In sintesi, se il sottosviluppo incentiva il conflitto o vi contribuisce, lo sviluppo diventa una condizione necessaria per la pace. In modo analogo, se si considera la persona umana come il principale elemento di interesse per lo sviluppo, allora anche i diritti umani rivestiranno un ruolo di primo piano. Inoltre, la pace può essere raggiunta solo se lo sviluppo si basa sui diritti umani. Quindi, l’idea di sviluppo in quanto pace è possibile solo con il rispetto dei diritti umani.

Alle radici profonde di un conflitto
Il circolo virtuoso formato da diritti umani, sviluppo e pace può essere tradotto in tre sfide concrete che la Colombia deve affrontare per arrivare allo sviluppo. La prima sfida consiste nel diventare attore nel processo di costruzione di pace attraverso molteplici riforme strutturali incentrate sulle disparità socio-economiche, con particolare riguardo ai poveri e agli emarginati. La seconda consiste nel lavorare per la riconciliazione e per evitare di cadere nella tentazione di rinunciare alla giustizia contro la violazione dei diritti umani allo scopo di ottenere la pace, cercando, però, al contempo, la riappacificazione e non la vendetta. La terza e ultima sfida consiste nel promuovere un modello di sviluppo che tratti i poveri come partecipanti attivi, e non come semplici destinatari e che rispetti i diritti tanto dei poveri quanto della gente benestante.
Innanzitutto, gli operatori di pace in Colombia devono prendere in considerazione le cause oggettive che hanno in parte scatenato il conflitto, come discriminazione socio-economica, limitazione delle opportunità, accesso limitato alle terre, esclusione politica, disoccupazione. Infatti, al centro dell’idea di Paolo VI di “sviluppo come nuovo nome della pace” c’è proprio il riconoscimento del fatto che finché viviamo in queste condizioni sociali che fungono da humus per nuovi conflitti sociali, non ci sarà una pace duratura. La lotta contro la povertà e a favore della giustizia per quanti vivono in condizioni di vita non dignitose è, al contempo, una lotta per la pace.
Ciò nondimeno, è altrettanto necessario fare molta attenzione alle cause soggettive del conflitto. Queste ultime riguardano le decisioni individuali prese da particolari attori socio-politici che hanno scatenato il conflitto, incluse le teorie politiche che giustificavano la violenza per portare avanti i programmi sociali, l’influenza di modelli rivoluzionari regionali e le scuse dei circoli intellettuali per la violenza perpetrata. Anche queste cause sociali vanno rigettate, quando si lavora per risolvere cause oggettive.
In secondo luogo, non ci può essere una pace duratura laddove le vittime di violazioni dei diritti umani non ricevono giustizia. La pace senza giustizia è solo un’illusione che mina le possibilità di riconciliazione sociale di cui la Colombia ha bisogno. Ciò significa che, per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani, sono indispensabili indagini, verità, sanzioni e risarcimenti. Anche se il nuovo accordo di pace incorpora un modello di giustizia di transizione, restano ancora dei dubbi sulle sanzioni vaghe e approssimative da applicare agli autori di crimini gravi. È su questo che il Congresso, il futuro tribunale di pace e i difensori dei diritti umani dovranno lavorare in modo che le vittime ricevano una giustizia e un risarcimento appropriati, in una modalità che aiuti a sanare le ferite sociali e a non esacerbare la logica della vendetta.
In terzo luogo, la Colombia ha bisogno di promuovere la comprensione del concetto di sviluppo in quei luoghi dove i poveri non sono considerati il problema, ma la soluzione e dove devono assumersi la responsabilità del loro stesso destino. I poveri possono partecipare al processo di superamento dei cicli di povertà in cui sono immersi se hanno accesso ai mezzi di produzione (in particolare di creazione d’imprese e imprenditorialità) e alle reti di creazione della ricchezza, accompagnate da politiche commerciali che diano assistenza agli emarginati, così come a uno stato di diritto e a degli aiuti che li mettano in condizione di trasformare quello che hanno in un vero benessere.
Inoltre, se prendiamo sul serio l’interdipendenza tra sviluppo e diritti umani, il dibattito politico non deve mai considerare percorsi di ridistribuzione, come la confisca ingiusta, che violerebbe i diritti della gente non povera. Per di più, un tale approccio precluderebbe fortemente le politiche economiche basate su un concetto di sviluppo in senso stretto, che riguarda principalmente la crescita economica, trascurando le conseguenze ambientali, distributive e sociali, come, per esempio, talvolta, il modello di carattere estrattivo della regione.
Lo sviluppo è un processo multistratico che va oltre la crescita economica, perché integra tutti gli aspetti della vita umana di cui i modelli economici non possono tenere conto. Gli aspetti interdipendenti della realtà umana, ugualmente complessa, funzionano in modo che se un anello della catena si rompe, l’intero processo fallisce. La Colombia è un esempio di come il circolo virtuoso costituito da sviluppo, pace e diritti umani sia stato spezzato e debba essere ricostruito.
Constatiamo, speranzosi, che, per la prima volta la mia generazione ha l’opportunità di vivere in un Paese pacifico. Non abbiamo ancora vissuto in una Colombia del genere. Ma questo sarà possibile soltanto se prendiamo sul serio il fatto che la lotta per la pace è una lotta anche per i diritti umani e per lo sviluppo.

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