Quadrimestrale di cultura civile

Il contributo della Chiesa e dei cattolici italiani

di Giulio Albanese / Direttore di Missio, organismo CEI preposto alla cooperazione

In questi tempi di crisi rischiamo di dimenticarci degli ultimi, vale a dire di coloro che vivono nelle periferie del mondo. A questo proposito è bene rammentare che attualmente vi sono 62 persone che detengono la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale. È quanto emerge da un rapporto pubblicato nel gennaio 2016 da Oxfam. Un dato che testimonia l’enorme disuguaglianza di reddito nel nostro pianeta. Si tratta di un fenomeno senza precedenti nella storia dell’umanità, innescato dalla finanziarizzazione liberista dell’economia mondiale. Il sistema è incentrato su investimenti di denaro che generano denaro e poi ancora denaro a non finire. È la cosiddetta “finanza creativa”, con “prodotti tossici” che hanno dato vita a un’immensa bolla speculativa con effetti devastanti sulla povera gente.
E cosa dire poi degli scenari infuocati dove si muore per guerre, inedia e pandemie? Basti pensare alla Somalia o alla Repubblica Centrafricana, alla regione sudanese del Darfur, della Nigeria Settentrionale, a Siria e Iraq. Ecco perché il tema della cooperazione internazionale allo sviluppo è oggi più che mai di grande attualità.
Nell’ambito del variegato mondo cattolico, essa viene intesa come reciproco scambio di beni materiali e spirituali, affermando il mutuo vantaggio nel cammino dell’evangelizzazione per la causa del Regno di Dio. Essendo “scambio”, la cooperazione supera ogni unilateralità e accoglie le domande sui bisogni e le offerte di doni da qualsiasi parte giungano, riconoscendo che anche le nostre Chiese del Vecchio Continente (afflitto da un crescente secolarismo e da una crisi sistemica, con una valenza economica ma anche antropologica e valoriale), hanno bisogni spirituali e materiali e si arricchiscono delle esperienze di cui sono portatrici le Chiese sorelle.
In termini generali, dal punto di vista delle istituzioni pubbliche e dei privati, la cooperazione consiste nelle attività di programmazione, finanziamento e realizzazione di progetti di sviluppo. I soggetti promotori gestiscono tali attività in proprio o associandosi tra loro e con analoghi soggetti dei Paesi interlocutori. Questo indirizzo, con modalità valoriali più accentuate, è attribuito anche alle componenti missionarie e agli organismi di volontariato internazionale.
Come ha sottolineato il Concilio, l’opera di evangelizzazione è un compito fondamentale di tutto il popolo di Dio e tutti i battezzati sono chiamati alla “viva coscienza della loro responsabilità per l’opera di evangelizzazione” (Ad Gentes, n. 36). Cooperazione è agire motivati dal fatto che ogni relazione è significativa, tanto più se amplia gli orizzonti fino all’universale, e consapevoli dei bisogni di ciascuno di fronte all’altro. Nessuno è solo donatore o ricevente. Si coopera riconoscendo di aver bisogno dell’altra persona, dell’altro popolo, dell’altra Chiesa. Ecco perché è utile rileggere la storia, riflettendo su questa circolarità della fede e dei saperi, riconducibile, in gran parte, proprio al movimento missionario e a quello dei volontari laici. Dai grandi ordini – Gesuiti, Francescani, Servi di Maria… – alle congregazioni religiose come i Salesiani o le Figlie di Maria Ausiliatrice; per non parlare degli istituti specificamente missionari come il Pime, la Consolata, i Saveriani o i Comboniani, la Chiesa cattolica si è sempre distinta nell’affermare, evangelicamente parlando, la res publica dei popoli. A ciò si aggiunga il contributo offerto dai sacerdoti Fidei Donum, vale a dire quei membri del clero diocesano delle Chiese locali che svolgono per un periodo di tempo l’attività pastorale nelle giovani Chiese del Sud del mondo. La lista di questi protagonisti della solidarietà è lunga e si tratta comunque di realtà maschili e femminili che hanno avuto nei secoli la perspicacia di coniugare “Spirito” e “Vita”. Oltre che nell’annuncio della Parola di Dio, la loro testimonianza missionaria ha trovato un felice riscontro in moltissime opere sociali e di promozione umana: dalle scuole agli ospedali, dagli orfanotrofi alle cooperative…
In seguito agli accordi di revisione del 1984 del Concordato Lateranense stipulato tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana e secondo quanto disposto dalla legge n. 222/1985, la quota dell’8x1000 del gettito complessivo dell’IRPEF destinato alla Chiesa Cattolica dalle scelte dei contribuenti viene utilizzata anche per finanziare gli interventi caritativi nei Paesi del Sud del Mondo. A questo proposito, la Conferenza Episcopale Italiana, ben consapevole che il suo impegno si colloca in un contesto di testimonianza evangelica e di solidarietà, ha costituito un apposito ufficio e un comitato di valutazione. Si tratta, nel complesso, di un servizio realizzato all’insegna della gratuità e della trasparenza. Nel 2015 sono stati finanziati a livello mondiale 748 progetti per un totale di 94 milioni di euro; l’anno scorso i progetti sono stati 460, pari a 68 milioni di euro. Secondo il regolamento, sono finanziabili i progetti a carattere formativo e di sostegno allo sviluppo economico, sociale e civile delle popolazioni (ad esempio negli ambiti dell’educazione scolastica e della salute). Da segnalare, in particolare, quelli per l’alfabetizzazione di base, l’educazione degli adulti, la formazione universitaria e il sostegno alle associazioni locali, la promozione delle minoranze etniche e la qualificazione e l’aggiornamento degli insegnanti a tutti i livelli. Inoltre, vi è una particolare attenzione ai progetti formativo-produttivi e formativo-imprenditoriali volti a favorire lo sviluppo dell’artigianato locale, i sistemi di risparmio e credito, le attività cooperative. Dal 1990 sono stati finanziati complessivamente 14mila progetti.
Detto questo, va però rilevato che i missionari e le missionarie italiani sono passati, numericamente parlando, da oltre 24mila unità del 1990, a circa 8mila. Il calo riguarda in particolare le vocazioni ad vitam, cioè quelle a tempo pieno, caratteristiche degli istituti ad gentes, poco importa se di vita apostolica o religiosa. Ciò non toglie che nel corso degli ultimi 25 anni abbiamo anche assistito a una crescita rilevante del laicato, nelle sue molteplici articolazioni. La posta in gioco è alta se si considera, come leggiamo nel decreto conciliare Ad Gentes che “La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine” (n. 2). Nonostante i nostri missionari rappresentino il valore aggiunto della Chiesa italiana per lo spirito di gratuità che li caratterizza, la loro vocazione oggi pare abbia perso molto del suo appeal non solo sociale, ma anche spirituale rispetto al passato. Questo lo si riscontra anzitutto nelle famiglie che non sognano per i figli una missione nelle periferie del mondo e, quando si trovano a confrontarsi con la loro scelta vocazionale, finiscono sì con l’accettarla, ma raramente la accompagnano con incoraggiamento e condivisione. Di qui quella “insufficienza” vocazionale che si allarga anno dopo anno e solo parzialmente potrà essere compensata incrementando le vocazioni dalle giovani comunità cristiane del Sud del mondo. Se dal punto di vista teologico è corretto richiamare la fondamentale uguaglianza di tutti i battezzati rispetto alla “perfezione” evangelica, è anche vero che una pluralità di vocazioni ad gentes viene a moltiplicare il ventaglio delle opzioni possibili. Se precedentemente la scelta era tra impegno in ambito di vita apostolica/consacrata, ora le opzioni si ampliano sebbene i numeri complessivi, rispetto al passato, non siano poi così soddisfacenti: dalle fraternità e/o all’associazionismo laicale, dalle esperienze dirette di gruppi missionari parrocchiali al volontariato nell’ambito di Organizzazioni non governative (Ong) e Onlus di vario genere. Comunque, se di crisi stiamo parlando, dobbiamo riconoscere che essa consiste nella discontinuità, un passaggio che segna una differenza marcata tra un prima e un dopo. Ecco che allora il cambiamento della domanda vocazionale nella società italiana dice come occorra rinnovare in profondità le modalità dell’annuncio evangelico e della testimonianza, in un mondo-villaggio globale, nella consapevolezza, come ammonisce papa Francesco, che la Chiesa deve essere davvero “in uscita”.
A partire dal secolo scorso vi è stata una graduale proliferazione di associazioni, gruppi e movimenti ecclesiali che hanno testimoniato l’impegno solidaristico del nostro Paese ad extra. Tra le organizzazioni laiche italiane, il precursore fu, nel lontano 1933, l’Ummi (Unione medico missionaria italiana), ancora oggi attiva e presente in diversi Paesi dell’Unione Europea e del mondo. Su questo filone, legato in gran parte agli istituti missionari o all’attività delle Chiese locali, comparvero le prime cellule di realtà associative come Mani Tese (1964) o lo Svi (Servizio Volontario Internazionale) di Brescia (1968/69) per favorire l’instaurazione di nuovi rapporti fra i popoli, fondati sulla giustizia, la solidarietà, il rispetto delle diverse identità culturali. In quegli anni, gruppi numerosi di giovani, desiderosi di contribuire alla realizzazione di un mondo migliore, dettero vita a quello che sarebbe poi diventato il cosiddetto volontariato internazionale. Essi compresero che sarebbe stato molto più costruttivo e innovativo non limitarsi a inviare fondi a sostegno delle comunità dell’allora Terzo Mondo, ma che occorreva condividere assieme ai poveri i loro problemi, con la professionalizzazione del servizio e con la ricerca di finanziamenti sufficientemente consistenti da far sì che lo sviluppo fosse duraturo.
Si può pertanto dire che la via italiana della cooperazione affonda le sue radici nella cultura solidaristica verso le popolazioni più bisognose, tipica dei circoli cattolici presenti sul territorio nazionale. Solo successivamente la politica ha riconosciuto, attraverso il potere legislativo, l’alto valore di questo associazionismo internazionale. È dunque evidente che, prima ancora che essere questione di progetti, la cooperazione è un rapporto tra persone con interessi comuni. Oggi sono molte le Ong e Onlus di matrice cattolica che operano nel Sud del mondo, a fianco dei poveri. Basti pensare, per citarne alcune, ad Avsi, a Coopi o a Cuamm. In particolare, è bene segnalare il ruolo della Focsiv, la Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario. Oggi ne fanno parte 80 organizzazioni che operano in oltre 80 Paesi a livello planetario. Dalla sua nascita, nel 1972, la Focsiv e i suoi soci hanno impiegato oltre 20mila volontari internazionali che hanno messo a disposizione delle popolazioni più povere il proprio contributo umano e professionale. Un impegno concreto e di lungo periodo in progetti di sviluppo nei settori socio-sanitario, agricolo-alimentare, educativo-formativo, di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, di difesa dei diritti umani e della parità di genere, di rafforzamento istituzionale. A fronte delle sfide imposte dal nuovo scenario internazionale e missionario, nel mondo c’è in gioco la ricerca di una nuova cooperazione che, senza nulla togliere alla competenza e alla professionalità, sia più attenta alle aspettative e alle richieste dei popoli, ispirandosi al magistero missionario e solidale della Chiesa. Indipendentemente dall’impianto legislativo, occorre convincersi che la Cooperazione, intesa evangelicamente come ricerca di alternative positive e sostenibili di sviluppo, come promozione di una cultura aperta al dialogo, alla pace e allo scambio nel villaggio globale, con l’impegno di ridisegnare relazioni eque e solidali tra i popoli, è uno dei migliori strumenti a nostra disposizione perché questo sia un mondo davvero più umano.