Quadrimestrale di cultura civile

La strategia del Giappone e la rivalità con Pechino

di Stefano Vecchia / Giornalista

La firma di un accordo con cui in ottobre il governo giapponese si impegnava a sborsare 800 miliardi di yen, circa 7,5 miliardi di euro, per sostenere la crescita socio-economica del Myanmar, rappresenta un incentivo non secondario per questo Paese del Sud-Est asiatico che, assediato dagli investitori dopo la sua sostanziale riapertura al mondo a seguito di un sessantennio di dittatura militare, fatica a garantire strutture e sicurezza ai 55 milioni di abitanti. Limitando così una parte consistente delle proprie potenzialità ancora per anni a venire, forse riducendo anche i danni che uno sviluppo troppo impetuoso e diseguale potrebbe imporre su una società impoverita ma mai piegata dalla dittatura, in cui il movimento democratico ora al potere fatica a contenere il potere che la costituzione scritta dai militari ancora concede agli uomini in divisa.
Il Myanmar, che ha un ambasciatore di tutto rispetto per credenziali democratiche e oggi per ruolo di governo come il Premio Nobel per la Pace Aung San Su Kyi, ha bisogno degli investimenti giapponesi e di saldi rapporti diplomatici che bilancino i legami tradizionali – e per molti analisti troppo stretti – con la Repubblica popolare cinese. Non è un caso isolato, dato che nelle stesso periodo Tokyo ha siglato un simile impegno per un valore di 6,2 miliardi di euro tre anni con il governo di Manila e un altro accordo triennale per 2,2 miliardi con quello cambogiano.
Quelli appena citati sono esempi significativi, parte dei piani del governo guidato da Shinzo Abe, che prevedono un’espansione dell’assistenza finanziaria per il miglioramento delle infrastrutture e per lo sviluppo di risorse nei Paesi emergenti, in particolare in Asia e in Africa, per un totale di 200 miliardi di dollari nel prossimo lustro.
Di questi, 110 miliardi sono destinati all’Asia, a Stati che sono insieme “vicini di casa” e partner commerciali, ma non solo. Tokyo esprime, monetizzandolo, l’impegno a risarcire – oltre gli indennizzi ufficiali – popolazioni coinvolte nelle conquiste giapponesi dell’ultimo secolo con ferite difficili da rimarginare anche a distanza di molti decenni. Necessaria quindi un’offensiva anche di immagine, ancor più davanti alla crescente presenza cinese che si avvale di tecniche di fatto più subdole e potenzialmente destabilizzanti, ma che non risente del peso di un passato coloniale.
Generalmente, ad esempio, il Giappone propone interessi vicini allo zero per finanziare i progetti infrastrutturali nei Paesi che si rivolgono alle sue tecnologie affidabili e spesso all’avanguardia (si pensi alle ferrovie) segue la prassi di legare investimenti, finanziamenti e donazioni al rispetto di trattati e convenzioni riguardo ai diritti umani. Non sempre, è vero, legati al rispetto pieno delle norme internazionali riguardo l’impiego nelle filiali locali delle proprie aziende, ma questo ha anche molto a che fare con le politiche “a maglie larghe” di tanti Governi che per perseguire occupazione e produzioni necessarie all’export chiudono un occhio sulle normative da essi stessi approvate. Pechino invece non pone precondizioni di principio e ideali, ma propone finanziamenti con interessi elevati, assegnazione dei lavori ad aziende e personale cinesi e di fatto lega ai propri interessi commerciali e strategici le politiche di sviluppo nazionali per lungo tempo a venire.
In ogni caso è l’“asse” Tokyo-Pechino a dominare la scena degli investimenti dall’Asia: il primo con un occhio più all’aspetto commerciale e economico, il secondo con un più ampio risalto ai veri finanziamenti allo sviluppo.
Come ricordato, nell’aprile 2015, in occasione delle celebrazioni dei 60 anni della Conferenza di Bandung da cui nacque il Movimento dei Non allineati, Pechino avrebbe esercitato sui Paesi che ne sono eredi un vantaggio ideologico, un’attrazione che Tokyo, guardata con sospetto per il passato militarista e coloniale e per la stretta alleanza con l’Occidente, non ha. Non a caso, nell’occasione, il presidente Xi Jinping aveva ricordato che i Paesi emergenti devono “unire le loro forze e marciare uniti verso il futuro”. Un’immagine di altri tempi che assimila necessità economiche e politiche, viste dalla prospettiva cinese. Perché se a questa Xi ha aggiunto la chiamata a maggiore rappresentanza dei Paesi meno favoriti negli organismi internazionali e si pone come campione di questo sforzo, “il nuovo capitolo” che accomuni “lotta per l’indipendenza nazionale, sviluppo economico, progresso sociale e un ordine internazionale più equo” è ancora troppo vago per essere realmente credibile.
Sullo “spirito di Bandung” si baserebbe insomma un contributo cinese benefico per l’Asia e per l’Africa attraverso molte iniziative transnazionali che sollevano perplessità sia per la forte impronta cinese e il legame primario con i suoi interessi geopolitici, sia per il contrasto chiaro con iniziative simili in atto (ad esempio la Banca asiatica per lo sviluppo in cui è determinante il ruolo giapponese, o il Fondo monetario internazionale), o in divenire (come il Partenariato Trans-Pacifico, TPP, che rischia di morire prima di nascere ufficialmente per il ritiro degli USA, grande promotore iniziale).
Nel complesso, la cooperazione “made in China” mantiene ancora troppi vincoli per essere attraente per molte economie, se non spinte dalla necessità nella difficile contingenza internazionale o dal timore di isolamento davanti alla crescente penetrazione cinese sui mercati. Oltretutto, la storia recente mostra che il legame con Pechino è meglio accolto da regimi illiberali (Sri Lanka fino a due anni fa, Laos, Cambogia, Thailandia, Malaysia) se non apertamente dittatoriali (Corea del Nord o, fino a cinque anni fa, Myanmar, solo per restare nel contesto asiatico). Non casuale il riavvicinamento in corso tra le Filippine del presidente-giustiziere Rodrigo Duterte e la Cina, con cui ha aperto un duro confronto territoriale nel Mar cinese meridionale ma che non “pretende” di associare investimenti al rispetto dei diritti umani e soprattutto alla fine della guerra alla droga condotta da mesi con migliaia di esecuzioni extragiudiziali.
Un “marchio”, quello del totale affrancamento da regole etiche, che non appartiene al Giappone, il quale se soffre per le sue credenziali iniziali, eredità dell’impero e dei conflitti, chiede una minore fede internazionalista e socialista e offre più attraenti “pacchetti” di finanziamenti e di tecnologia, sebbene a un prezzo iniziale più elevato per una maggiore qualità delle iniziative. Che si situano, in molti casi, appunto nella categoria del sostegno allo sviluppo e non dell’investimento economico.
Un impegno rinnovato lo scorso anno proprio a Bandung dal primo ministro Shinzo Abe, che ha sottolineato come l’intervento giapponese “beneficerà almeno 350mila individui che potranno acquisire capacità tecnologica e industriale” nel prossimo quinquennio. In direzione opposta alla tendenza cinese di utilizzare proprie maestranze e mezzi nei Paesi di intervento e nelle iniziative più importanti per le strategie di Pechino. Oltre alle risorse umane, l’Oda (Official Development Assistance - Assistenza ufficiale allo Sviluppo) nipponica, attraverso una gran numero di organismi e istituzioni, punta a promuovere commerci e investimenti in partenariato tra pubblico e privato, come estensione della prassi interna (alimentando il sospetto che gli aiuti vadano più a beneficio delle imprese nipponiche che dei Paesi di destinazione).
Impegno ribadito in occasioni successive e in modo dettagliato durante l’incontro del G7 in Giappone nel maggio 2016. Non intenzionalmente, a poche ore dall’avvio del vertice, il primo ministro Shinzo Abe ha descritto l’incremento dei piani economici e infrastrutturali nipponici per i Paesi in via di sviluppo. In particolare, i crediti a basso interesse dell’Agenzia internazionale giapponese per la cooperazione, e un incremento dei prestiti e investimenti della Banca giapponese per la Cooperazione internazionale. Verso il rafforzamento anche altri settori, quello dei trasporti, dello sviluppo urbano, delle tecnologie e dei servizi postali... Saranno consentiti anche maggiori investimenti e capitali a garanzia dei debiti nel campo energetico.
La “Carta” che definisce le iniziative giapponesi di sostegno all’estero, nell’ultima versione del 2003, indica come obiettivo “contribuire alla pace e allo sviluppo della comunità internazionale e quindi contribuire ad assicurare la sicurezza e prosperità del Giappone”. Se Tokyo non parla di “dovere morale” nel promuovere uno sviluppo meno disuguale, allo stesso modo non persegue mire territoriali o non impone pesanti tutele sugli Stati vicini.

Sicuramente, più che per la Repubblica popolare cinese, gli investimenti in sviluppo all’estero – che hanno come presupposto espresso il contributo alla sicurezza degli Stati e delle popolazioni – hanno in Giappone importanti risvolti interni. Le necessità della sicurezza rilanciate dal Governo nazionalista al potere nel 2012 guidato da Shinzo Abe e dal suo Partito liberal-democratico, dopo una breve parentesi affidata a una coalizione di centrosinistra, portano in modo crescente Tokyo a investire in Paesi o aree che possano costituire una cintura di sicurezza rispetto alle influenze cinesi che sono anche militari. Investimenti che hanno al centro il controllo di risorse indispensabili per entrambi, ancor più per un arcipelago che dal devastante tsunami del marzo 2011 ha fermato i suoi cinquanta reattori, tagliando del 30% la disponibilità elettrica di origine termonucleare. Inoltre, il perseguimento di una politica della difesa e dell’industria bellica in ormai aperto contrasto con il pacifismo garantito dalla Costituzione post-bellica, ha portato per la prima volta nella storia recente il Paese ad autorizzare lo scorso novembre una missione di carattere militare, seppure umanitario, in Sud Sudan. Una mossa resa possibile dai recenti provvedimenti approvati in parlamento per un uso delle forze di autodifesa sullo scacchiere internazionale se richiesto dal rispetto dei propri impegni in ambito ONU o da alleati sotto attacco.
Come in altri ambiti, tuttavia, molto delle prospettive internazionali del Giappone si giocherà sui piani e soprattutto sulle iniziative della prossima amministrazione statunitense. Un disimpegno anche parziale di Washington dallo scacchiere asiatico incentiverebbe una corsa al riarmo, anche nucleare, e un diverso rapporto di Tokyo con Pechino e con gli alleati regionali. Probabilmente anche una minore disponibilità verso i Paesi emergenti se non nel contesto di alleanze strategiche.