Da quasi 50 anni visito le missioni in Africa. C’è un abisso fra la vita degli africani e le analisi degli studiosi e giornalisti occidentali. Questi vedono l’Africa da lontano e parlano delle cause esterne che spiegano il mancato sviluppo: debito estero, commercio internazionale ingiusto, multinazionali che sfruttano le risorse africane, vendita di armi ai Paesi e alle varie fazioni etniche ecc. Chi conosce dal di dentro la vita degli africani parla soprattutto delle cause interne, storico-culturali e anche religiose ed educative.
Ho chiesto a padre Pietro Bianchi, missionario della Consolata in Tanzania da trent’anni, quali sono le cause fondamentali del sottosviluppo africano. Dice che sono quattro.
- La religione animista, che tiene la maggioranze degli africani ancora prigionieri di superstizioni, malocchio, tabù, timore di vendette, culto degli spiriti con violenze e crudeltà inaudite anche sull’uomo.
- L’analfabetismo e la mancanza di scuole. Gli analfabeti in Africa sono il 35-40% e con gli “analfabeti di ritorno” più del 50%. Nell’Africa profonda le scuole in genere valgono poco, spesso con 60-70 alunni per classe, senza libri, quaderni, strumenti didattici.
- Il tribalismo e la corruzione a ogni livello della vita pubblica, fino ai minimi livelli.Il potere politico (e ogni altro potere pubblico) sono anche intesi come occasione per arricchirsi e aiutare la propria famiglia, il villaggio, l’etnia. Il concetto di bene pubblico si sta formando, ma è normale che questo accada per Stati che sono nati un secolo fa dalle divisioni politiche imposte dalla colonizzazione (l’Italia è nata 150 anni fa e ha lo stesso problema). Nel 2009 secondo la Banca Mondiale il debito estero della Nigeria era di 7 miliardi di dollari, ma i depositi bancari in Occidente dei nigeriani erano di 10 miliardi di dollari.
- I militari sono la prima casta di potere, controllano la politica e l’economia, abusano della forza in tanti modi (anche facendo guerre tribali o territoriali), sono implicati in commerci illegali ecc.
L’Occidente non capisce perchè l’Africa nera, dopo oltre cinquant’anni di indipendenza, non ha un ritmo di sviluppo solido e costante. Dal 1947 al 1953 gli USA col Piano Marshall hanno prestato 20 miliardi di dollari ai Paesi dell’Europa occidentale distrutti dalla guerra, che vennero restituiti con l’interesse dell’1% e permisero anche alla nostra Italia di riprendere il cammino dello sviluppo in regime democratico.
Il Pew Research Centre di Washington ha calcolato che nei primi 50 anni dell’indipendenza africana (1960-2010) i doni, gli aiuti e i finanziamenti dei “Piani di sviluppo” per l’Africa nera sono stati di 300 miliardi di dollari. I popoli europei erano preparati dalla loro storia, cultura e religione, a far fruttare il denaro lavorando; i popoli africani, per la loro storia e cultura tradizionale, non erano preparati.
Nel Congresso di Berlino del 1884-1885, le potenze europee si sono spartite l’Africa nera. I popoli africani (senza lingue scritte) vivevano in condizioni di arretratezza. La colonizzazione, in meno di un secolo e con due guerre mondiali in mezzo, ha portato gli africani nel mondo moderno; non era fatta per preparare i popoli a fare da soli, ma per arricchire la madrepatria. Però nel 1960 l’Africa nera viveva in pace, non c’erano guerre tribali, esportava cibo, non c’erano profughi e, grazie anche alle Chiese cristiane che avevano promosso quasi tutte le scuole e le università, c’era un sistema educativo che stava preparando le élites in ambiente africano e scolarizzando i bambini anche delle zone rurali.
Vivere soggiogati dalla paura degli spiriti
Il 21 marzo 2009, in Angola, Benedetto XVI ha detto ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati. Arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Qualcuno obietta: ‘Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità e noi la nostra. Cerchiamo di vivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità’. Ma – continua il Papa – noi abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, e siamo convinti che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.
Era la prima volta che una personalità non africana ricordava questa radice culturale che impedisce lo sviluppo dell’Africa. Il vescovo di Dundu in Angola, José Manuel Imbamba, in conferenza stampa diceva ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”.
Don Benvenuto Riva, sacerdote Fidei Donum della diocesi di Milano, ha vissuto 20 anni in Zambia e oggi è parroco a Pieve Emanuele (Milano). Ha pubblicato i ricordi della sua missione: “Tu bianco, non puoi capire…” (Marna editore, Milano, 2012), nel quale documenta la doppia vita che vivono la maggioranza degli africani, anche battezzati, catechisti, suore, preti, a volte persino vescovi: l’antica credenza e il culto degli spiriti sopravvive con l’istruzione, la vita moderna, la fede in Cristo e rappresenta, secondo la sua esperienza, il maggior ostacolo alla crescita anche politico-economica del continente. Il libro di Riva testimonia l’amore e la stima che egli nutre per l’uomo africano, le sue virtù e potenzialità, ma racconta anche quanto pesano le credenze e i costumi ancestrali. Solo la conversione a Cristo riesce a modificare questo ostacolo allo sviluppo dell’uomo e della società, salvando quanto è possibile salvare.
Il Premio Nobel per la letteratura Vidia Naipaul, nel suo volume La Maschera dell’Africa, racconta la sua inchiesta (marzo 2008 - settembre 2009) alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. In un anno e mezzo, visita sei Paesi (compreso il Sudafrica) e documenta che “le pratiche magiche sono diffuse in maniera uniforme”. “Da non credente quale sono”, Naipaul incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti e molta gente comune e mette in evidenza come proprio quelle credenze sono radicate nella loro mentalità, rappresentano un punto di riferimento diffuso e un forte ostacolo allo sviluppo. Scrive: “L’africano medio ha molta paura della religione pagana e questa resiste… le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura”. Sono realtà culturali-religiose che non si possono ignorare, senza nulla togliere alla dignità dei singoli esseri umani, all’intelligenza e bontà e cordialità dei singoli africani.
Un giorno a Milano un medico, volontario da quattro anni in Congo, mi ha detto: “Le cause del mancato sviluppo sono molte ma, secondo me, il maggiore ostacolo è la religione tradizionale che blocca la psicologia dell’africano. La mentalità comune, anche in persone istruite, che vivono a un buon livello di vita, è che l’esistenza dell’uomo è dominata dagli spiriti e da un complesso di superstizioni e visioni, che fa vivere l’africano in due vite parallele... Quando c’è una malattia, prima si va dallo stregone, che spesso peggiora la situazione, poi, se non si guarisce, si ricorre alle cure mediche moderne. Quando uno muore, a volte la famiglia vuol conoscere chi gli ha fatto il malocchio ed è ritenuto colpevole di quella morte: di qui sospetti, avvelenamenti, vendette, guerre di famiglie”.
“La povertà degli africani è non conoscere Cristo”
In Costa d’Avorio, padre Giovanni De Franceschi del Pime si è affermato come studioso della tribù e della lingua dei Baoulé, con diverse pubblicazioni su questa tribù maggioritaria in Costa d’Avorio. Ha imparato il baoulé, lingua non scritta, che richiede anni di impegno. In genere i missionari parlano il francese, che è studiato e capito, almeno nei concetti comuni, da buona parte degli africani, ma padre Giovanni sostiene che “parlare e capire bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole, che sono la base della saggezza e della cultura popolare. Secondo la mia esperienza, la cosa più importante per il missionario è sapere bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo. Quante volte mi sono sentito dire dai cristiani: ‘Tu capisci bene quel che diciamo, la nostra mentalità, i nostri problemi. Ormai sei uno di noi’. Anche i pagani vengono ad ascoltarmi quando predico e mi invitano a bere il vino di palma, parliamo di tutti i loro problemi”.
De Franceschi scrive: “La vita del pagano è una continua paura che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito persone adulte, colte, dire: ‘Mi arriverà una disgrazia perchè ho offeso il feticcio’. Sono sicuri che la disgrazia capiterà da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà. Vivono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona... I pagani – continua De Franceschi – non sanno che Dio è un Padre amorevole che ci vuole bene e ci perdona. Pensano Dio come lontano, misterioso, vendicativo. Sentono l’influsso degli spiriti che vivono accanto a loro. Il cristianesimo è libertà, gioia, amore, fiducia nel Padre, liberazione da tutte le paure... Il primo passo verso lo sviluppo è liberare l’uomo dalle paure antiche, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Ecco perché sono convinto, per esperienza personale, che il maggior contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici, pur necessari, ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini”.1
La professoressa Silvia Recchi, dell’associazione “Redemptor Hominis”, insegna diritto all’Università Cattolica di Yaoundé. Nel 2008 nel suo ufficio all’università mi diceva: “Il sud del Camerun è in gran parte cristianizzato e in genere i nostri cristiani sono praticanti e anche ferventi, ma il cristianesimo non è ancora diventato cultura. Nella capitale Yaoundé, gli Ewondo e i Beti sono corsi in massa al battesimo, sono diventati tutti cristiani, oggi con un buon numero di preti e di suore locali, ma credo che ci vorranno decenni o secoli perché la cultura di fondo non sia più pagana. Sono cristiani in un certo senso esemplari per il nostro Occidente, ma la distanza culturale fra cristianesimo e mentalità africana e pagana è ancora profonda. In Dio credono ma poi, dato che non lo conoscono, chi guida la vita dell’uomo sono gli spiriti altrettanto misteriosi, benefici e malefici. L’uomo non sarà libero della libertà che Cristo ci ha portato, sarà sempre vittima delle credenze antiche che regoleranno le sue decisioni fondamentali e non potrà se non con gravissime difficoltà fare il salto dall’egoismo privato o di famiglia o di etnia al bene pubblico di uno Stato moderno”.
“Alla domanda: ‘Qual’è la causa radicale del sottosviluppo dell’Africa?’ rispondo decisamente: è la cultura! Se non si cambia la cultura, possiamo far piovere dal cielo miliardi e miliardi, ma non fruttificano, perché la cultura africana, pur con i suoi valori umani, è tutto il contrario dello sviluppo, perché è una cultura magica che rifiuta l’analisi dei problemi, rifiuta la razionalità. Abbiamo anche preti e vescovi che vanno dal “marabut” (stregone) per risolvere i loro problemi... Il popolo nel Sud Camerun è battezzato, le chiese sono affollate di gente che canta, prega con fervore, crede e obbedisce alla Chiesa; ci sono credenti che fanno chilometri e chilometri a piedi per venire in chiesa, per chiedere una benedizione, per confessarsi e ricevere l’Eucarestia. Ma la loro cultura rimane in buona parte pagana”.
Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio (n. 58) scrive: “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica... La Chiesa educa le coscienze col Vangelo... forza liberante e fautrice di sviluppo...”.
Anche Benedetto XVI nella Caritas in Veritate scrive: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (CV,8); “Il Vangelo è indispensabile per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (CV,13); “Senza la prospettiva di un vita eterna, il progresso umano è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere” (CV,11); e cita le parole di Gesù: “Senza di me non potete fare nulla” (Giov. 15, 5).
Perché l’analfabetismo causa il sottosviluppo
L’educazione è il mezzo che permette di far crescere un uomo, un popolo. “Educazione” non vuol dire solo alfabetizzazione e scolarizzazione dei bambini africani, vuol dire anche cambiare la mentalità e insegnare a lavorare nel mondo moderno, a produrre. Ma chi va ad insegnare nell’Africa profonda delle campagne abbandonate dai propri governi?
In Guinea Bissau un missionario del Pime, padre Luigi Scantamburlo, ha fondato nelle isole Bijagos tante piccole cooperative di pesca di villaggio, portando strumenti moderni e chiamando da Chioggia (Venezia) alcuni tecnici per insegnare a usarli. Con un mare pescosissimo, prima si moriva di fame, poi si è elevato il livello di vita. Ho chiesto a padre Luigi: “Qual è la maggior difficoltà che hai incontrato?”. Risponde: “Convincere i capi villaggio e i capi tribù ad accettare le nuove forme di pesca, barche, reti, cooperative ecc. Per la mentalità tradizionale africana il futuro non sta nel migliorare i sistemi di produzione e di vita, ma nel mantenere il villaggio così come l’hanno lasciato gli antenati, affinché i loro spiriti, tornando nel villaggio, si ritrovino e non si vendichino contro i loro discendenti”.
A Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’Africa nera rurale (cioè escluse le fattorie moderne) solo 5-6 quintali all’ettaro. Nella pianura padana le vacche producono 25-30 litri di latte al giorno, in Africa non producono latte, eccetto uno o due litri al giorno quando hanno il vitellino. E potrei continuare con tanti altri esempi concreti, anche sul piano della produzione industriale.
Nel 2007 sono tornato per la terza volta in Guinea Bissau, a Bambadinca ho visitato Nicoletta Maffazioli, volontaria dell’Alp (Associazione Laici Pime) che ha fondato e gestisce con altri volontari un centro di formazione dei giovani africani che vengono dalle campagne: “Uomini e donne dai 16 ai 25 anni, cordiali e vivaci, molto motivati, ma ai primi passi nel mondo moderno. I nostri corsi accolgono una trentina di persone, assicuriamo il cibo, il letto e i servizi essenziali, tutto gratuito. Facciamo corsi di agricoltura, orti, allevamento animali, malattie delle piante degli orti e degli animali, trasformazione dei frutti in marmellate e sughi, come nutrire i bambini con prodotti locali, la contabilità. Questi giovani prendono contatto con case in muratura, come si aprono i rubinetti dell’acqua, l’uso dei fornelli elettrici e a gas. Pare impossibile, ma questa è la realtà dei villaggi africani lontani dalle città”.
Così si capisce come mai l’Africa nera non produce abbastanza per mantenere i suoi abitanti, importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais, sorgo) e non pochi soffrono la fame o la denutrizione. Il Camerun è uno dei migliori Paesi dell’Africa nera, vive in pace e ha un sistema che assicura l’aumento del Pil (1.165 dollari all’anno pro capite nel 2012): ebbene, importa ancora biciclette, lampadine, frigoriferi, moto ecc. Nel 2014 incontro a Milano padre Carlo Scapin, missionario del Pime da 40 anni in Camerun, mi dice che “negli ultimi tempi i cinesi portano dalla Cina i componenti per moto, biciclette e altri veicoli e li rimontano per i camerunesi. Sono le prime vere industrie. Industrializzano il Paese, ma con macchine cinesi e la proprietà delle industrie è dei cinesi”.
“Chi va con i preti non fa più la guerra”
Nella visita in Guinea del 1988 ho chiesto a padre Giuseppe Fumagalli, in Africa dal 1968, come cambia un villaggio se si converte a Cristo. Mi ha risposto: “Il ‘primo annunzio’ di Cristo ai felupe ha un forte impatto sociale-culturale. Quando i felupe si convertono al cristianesimo, acquistano una mentalità nuova che libera le loro potenzialità umane e li sviluppa socialmente, culturalmente e anche economicamente… Nella mia esperienza sono giunto alla conclusione, che la causa radicale del sottosviluppo in Africa è la cultura e la tradizione, elementi positivi se dinamici, ma negativi se statici. La cultura dei felupe è statica per natura sua, perchè, non conoscendo Dio, non ha sbocchi verso il futuro. Manca il concetto di ‘progresso’, del cammino verso una vita migliore. Il ‘primo annunzio del Vangelo’, la conversione a Cristo e l’inserimento in una comunità cristiana sono fattori di progresso per tutti gli aspetti della vita. Allora, il valore assoluto non è più la tradizione, ma il cammino verso il Padre, la marcia in avanti, il messianismo dei ‘cieli nuovi e terra nuova in cui avrà stabile dimora la giustizia’ (2 Pt. 3, 13). Può sembrare che tutto questo abbia scarso peso nella vita di una etnia africana, invece no: l’uomo si muove in base alle idee che ha, all’educazione ricevuta. Vivendo in Africa, in una tribù ancora non toccata dal mondo moderno, mi rendo conto delle diversità abissali che ci sono nella mentalità, nella cultura, nell’educazione fra Africa ed Europa. L’uomo africano ha tutte le qualità umane dell’europeo, tutte le possibilità di sviluppo, ma è bloccato in una cultura statica, volta al passato e non al futuro”.2
In Guinea Bissau nel 1997, chiedo a padre Giuseppe se il cristianesimo porta la pace ai felupe, una tribù locale. Risponde: “In passato fra i villaggi c’era un perenne stato di inimicizia e di guerra. Si combattevano con archi, frecce e coltellacci, imboscate nelle campagne, si ammazzavano per nulla. I villaggi erano difesi, si viveva nel terrore di assalti notturni. Una donna anziana dice che quando lei era bambina, i suoi genitori non la portavano mai nel villaggio vicino, perchè era considerato nemico. ‘Oggi, dice, i bambini giocano assieme e questo è grazie a Gesù’”.
“Un uomo ha testimoniato che nel 1979 e 1981 doveva esserci la guerra tra Edgin e Katòn per problemi di terre. In passato tra questi due grossi villaggi è corso molto sangue. I cristiani e i catecumeni dei due villaggi nemici si sono intesi e hanno evitato la guerra. La gente lo sa e dice che sono stati i cristiani a fare la pace. La cappella di Kassolol è stata costruita sul campo di battaglia tradizionale. Il terreno è stato concesso perché i capi (non cristiani) hanno detto: chi va con i preti non fa più la guerra, siamo tutti fratelli”.
1 G. De Franceschi, Cristo, la maschera, il tam-tam, in “Mondo e Missione”, dicembre 1975, pp. 673-677.
2 G. Fumagalli, Africa: il Vangelo felupe, in “Mondo e Missione”, ottobre 1988, pp. 531 sgg.