Quadrimestrale di cultura civile

La persona, un tesoro da preservare e da cui ripartire

di Paolo Carozza / Professor of Law Concurrent Professor of Political Science Director, Kellogg Institute for International Studies

Il professor Paolo Carozza, americano di origini italiane, insegna diritto e scienze politiche all’Università di Notre Dame nell’Indiana ed è direttore del Kellogg Institute for International Studies. Dal 2006 al 2010 è stato membro della Commissione Interamericana per i Diritti Umani e nell’agosto 2016 il Papa lo ha nominato membro ordinario della Pontificia Accademia delle scienze sociali.

I grandi organismi istituzionali sovranazionali, in primis l’Onu, sembrano sempre meno capaci di guidare un processo efficace di cooperazione allo sviluppo. Per quali ragioni? Come superare questa impasse?
I grandi organismi internazionali giocano un ruolo importante nel promuovere lo sviluppo, in primo luogo organizzando un dibattito dove interessi diversi possano collaborare insieme nello stabilire priorità comuni e nel mettere in campo risorse comuni. Ma il loro ruolo è limitato, per almeno due ragioni. Primo: oggi il mondo degli attori dello sviluppo è molto più vario e complesso rispetto a com’era anche solo poco tempo fa. Non si parla più, in primo luogo, dei rapporti tra Stati sovrani e dell’invio di aiuti economici e tecnici dall’uno all’altro, bensì delle istituzioni politiche ed economiche locali, della società civile, degli enti commerciali, delle associazioni regionali di vario genere e così via. Secondo: stiamo sempre più diventando consapevoli del fatto che lo sviluppo non può essere un processo dall’alto verso il basso: non è qualcosa che può essere fatto “a” o “per” qualcuno, ma, piuttosto, deve essere fatto “con” qualcuno, è un processo di partecipazione, inclusione e accompagnamento nella costruzione di un futuro comune e nel perseguimento del proprio destino da parte di ogni persona. Lo sviluppo sostenibile parte dalla persona umana e dai suoi desideri, bisogni e capacità e non dalle istituzioni globali. E quindi, quando parliamo del ruolo che i grandi organismi internazionali possono svolgere, dobbiamo essere molto cauti. Questa, dal mio punto di vista, è la chiave per risolvere questo problema: capire e accettare che gli attori internazionali occupano sì uno spazio prezioso, ma quest’ultimo è, per forza di cose, limitato. Non possiamo avere una fede utopistica nella capacità di questi attori di risolvere i problemi legati alla povertà e allo sviluppo globale.

Gli aiuti da parte di organismi internazionali o di singoli Stati sono a volte condizionati dall’accettazione di valori e metodologie di intervento calati dall’alto ed estranei alla cultura delle popolazioni che vengono “aiutate”. Possiamo parlare di una forma di neocolonialismo, al servizio di interessi economici e politici forti piuttosto che delle popolazioni?
Gli attori dello sviluppo globale non sono mai neutrali o esenti da interessi e ideologie nello svolgimento del proprio lavoro. Tali interessi e ideologie possono diventare dannosi quando diventano un’imposizione di valori estranei a chi riceve gli aiuti. Altre volte l’assistenza allo sviluppo può essere uno strumento al servizio dell’espansione del potere economico e geopolitico. Ciò che questi e altri esempi negativi hanno in comune è che le priorità e le forme di assistenza non sono decise dalle persone. Per evitare che gli aiuti degenerino in forme di neocolonialismo, gli obiettivi e i metodi dello sviluppo devono prendere sul serio le capacità e il desiderio delle popolazioni di essere attori, protagonisti, del loro stesso sviluppo.

Come è possibile coniugare l’impegno globale per il bene comune universale e la tutela del pluralismo culturale e giuridico derivante dalla diversità di tradizioni?
Innanzitutto, dobbiamo capire che separare questi due aspetti è una falsa dicotomia. La ricchezza culturale e la varietà della famiglia umana a cui tutti apparteniamo sono parte integrante del bene comune universale, non qualcosa di separato da esso. All’interno di ogni espressione culturale c’è qualcosa di buono, vero e bello, e ogni forma di sviluppo che abbia come obiettivo una vera rinascita dell’uomo deve partire da quello che già c’è di positivo nelle cose presenti. È solo nell’essere disponibili a un incontro serio con coloro che sono diversi da noi che siamo portati a scoprire ciò che abbiamo più profondamente in comune e, quindi, i nostri obiettivi comuni. E solo a partire da questo possiamo lavorare insieme per realizzarli. Al contrario, lo sviluppo in senso tradizionale non può mai portare a un’omogeneizzazione delle società umane; questo sarebbe un chiaro segno, non di sviluppo, bensì di violenza.

Da pochi mesi lei è membro della Pontificia Accademia delle Scienze sociali. In che senso la dottrina sociale cattolica offre indicazioni che, pur essendo formulate da un soggetto “di parte”, possono essere universalmente accettabili?
La rilevanza e la versatilità della tradizione sociale cattolica non derivano da una semplice autorità formale o da un artefatto storico, bensì dalla sua capacità di illuminare e parlare in modo concreto all’umanità oggi, adesso. Per questo motivo essa deve sempre sottoporsi al test dell’esperienza umana e ha continuamente bisogno di imparare dal migliore studio e dalla migliore comprensione che possiamo offrire del mondo in tutto il suo dinamismo e la sua complessità. Se riusciremo a mantenere viva questa esperienza umana con una particolare attenzione alla dignità della persona, e a tenerla sempre in contatto con la realtà che il mondo ci mette davanti, allora il pensiero sociale cattolico potrà essere riconosciuto e accettato come un valore in ogni società e in ogni contesto.

Che ruolo ha l’educazione in una dinamica di cooperazione allo sviluppo che voglia essere davvero efficace?
Oggi, tradizionalmente, diciamo che il nostro obiettivo è lo sviluppo “sostenibile” – per esempio, gli obiettivi internazionali odierni adottati l’anno scorso alle Nazioni Unite sono gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. Ma che cosa si intende per “sostenibile”? Vuol dire semplicemente un uso prudente delle risorse naturali in modo da preservarle per le generazioni future? A mio parere no. Sostenere nel tempo i processi di sviluppo nelle comunità, estenderli a domani, al prossimo anno, ai figli e ai figli dei figli, richiede che si generino continuamente soggetti in grado di lavorare per costruire il bene comune nelle loro comunità, uomini e donne con un’ardente dedizione per la vita e pronti a rinnovare questo impegno in ogni epoca. Senza le persone che sono, per forza di cose, sia gli artefici sia i beneficiari dello sviluppo, cosa rimane? Quindi, l’unico mezzo per promuovere uno sviluppo che sia, di fatto, sostenibile – prolungato nel tempo e trasmesso da una generazione all’altra – è l’educazione. In ogni caso, ciò implica anche che l’educazione allo sviluppo umano non può essere intesa semplicemente come un insieme di nozioni tecniche che rendano i giovani lavoratori, produttori, consumatori o anche cittadini migliori. Affinché sia un fattore decisivo per lo sviluppo, l’educazione deve essere un’introduzione a ciò che è prezioso e significativo nella vita, a ciò per cui vale la pena lavorare e fare sacrifici e a ciò che dobbiamo perseguire insieme. O, forse, per farla più breve, l’educazione è comunicare le ragioni dello sviluppo. Senza una ragione adeguata, nessun processo che intraprendiamo sarà mai uno sviluppo autenticamente umano o sostenibile in modo significativo.

La famiglia può essere considerata un fattore di sviluppo? In che senso? Le politiche di sviluppo la valorizzano o la emarginano?
I paradigmi che hanno dominato il pensiero e la pratica dello sviluppo negli ultimi decenni hanno costantemente sottovalutato la presenza e l’importanza delle famiglie, principalmente a causa di un pervasivo individualismo metodologico all’interno del nostro pensiero politico ed economico. Occasionalmente, uno può anche trovare una forte ostilità ideologica a considerare la centralità delle famiglie, laddove lo sviluppo viene visto come un processo di “liberazione” dei singoli individui dai vincoli dei legami alla famiglia e ad altre cerchie ristrette. In ogni caso, la realtà trova sempre una strada per farsi sentire e, in questo caso, la realtà è che la dignità umana si realizza, inevitabilmente, all’interno di rapporti, in particolare rapporti d’amore, interdipendenza, misericordia, perdono, preoccupazione reciproca e solidarietà. Non c’è da stupirsi, quindi, se valutazioni accurate della pratica dello sviluppo ci dimostrano sempre più l’importanza della famiglia. Per esempio, gli interventi incentrati sulla salute e sull’educazione sono più efficaci se concepiti a livello di unità familiari, intese come l’insieme di tutti i loro membri. Al contrario, ora possiamo vedere più chiaramente come l’assenza di ambienti familiari stabili e salutari possa contribuire a risultati di sviluppo fortemente negativi, dalla salute dei bambini più poveri fino a livelli più alti di disuguaglianza sociale. Nonostante che all’interno della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, già settant’anni fa, si affermasse che “la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società”, solo ora stiamo cominciando a prendere sul serio questa affermazione. C’è ancora molta strada da fare, affinché la famiglia diventi davvero la colonna portante del pensiero e della pratica dello sviluppo.

Quale ruolo può avere un ateneo cattolico come Notre Dame, dove lei insegna, per suggerire linee di ricerca e di intervento ai grandi decisori internazionali?
L’università è, fondamentalmente, una comunità di conoscenza, ossia una comunità destinata alla ricerca, alla condivisione e alla trasmissione della conoscenza della realtà. E, certamente, una conoscenza più completa e accurata dei processi di sviluppo è uno strumento critico indispensabile; ogni ateneo ha la responsabilità di promuovere tutti questi elementi. Ma il ruolo e il contributo di un’università cattolica possono e devono andare al di là di questo. Nella mia esperienza ho constatato che molte università laiche non sono in grado di proporre un dialogo intenso e aperto su tutti gli aspetti del benessere umano. Esse, in particolare, tendono a escludere sistematicamente l’orizzonte del significato, che comprende tutte le forme di discussione sulla religione, per arrivare a tutte le profonde riflessioni sulla natura della persona umana in generale e agli estremi e al destino della vita umana. Se questi elementi non sono al centro della nostra attività di conoscenza e della sua trasmissione, lo sviluppo diventa un esercizio tecnocratico a servizio di una comprensione molto riduttiva della prosperità dell’uomo. Perciò il compito di un’università cattolica è praticare lo studio e l’insegnamento dello sviluppo in modo da unire i migliori metodi e le migliori conoscenze tecnico-scientifiche a una profonda riflessione sul significato e sull’orientamento della vita umana. Per esempio a Notre Dame, negli ultimi anni, stiamo provando a comprendere meglio, attraverso un serio affronto sia della teoria sia della pratica dello sviluppo, quali siano il significato e le implicazioni della dignità umana in questo processo. In che modo metodi e obiettivi dello sviluppo umano devono essere determinati da un’attenzione completa alla dignità di tutte le persone? In che modo l’interesse per una dignità umana al centro delle pratiche e delle politiche per lo sviluppo può fruttare migliori risultati e soluzioni più sostenibili? In che modo l’esperienza della dignità umana emerge da uno sviluppo efficace e, al tempo stesso, vi contribuisce? Queste sono le domande per approfondire le quali le università cattoliche si trovano in una posizione particolarmente privilegiata, in un lavoro che è a beneficio di tutto il mondo.