Nell’attuale contesto di globalizzazione, i flussi migratori, con le loro implicazioni anche di natura finanziaria, sono funzionali allo sviluppo dei popoli, perché influiscono positivamente grazie ai loro rapporti sulla promozione economica del proprio Paese. In particolare, le rimesse sono una fonte primaria di capitali internazionali, specialmente per le economie dei Paesi più poveri, sulle quali incidono in misura elevata. In questi anni, tranne la decrescita recente legata alla crisi economico-finanziaria globale (2008-2009), le rimesse sono state in continua e forte crescita, superando in molti casi l’aiuto pubblico allo sviluppo (Official Development Assistance, ODA) e avvicinandosi al livello degli investimenti diretti esteri (Foreign Direct Investments, FDI). Questi ultimi si concentrano, di norma, nei Paesi a più alta produttività, mentre le rimesse rappresentano un flusso di risorse finanziarie per tutte le aree di provenienza degli immigrati. Inoltre, rispetto agli investimenti diretti che sono andati calando negli ultimi anni, le rimesse hanno conosciuto uno sviluppo crescente anche nei periodi di crisi finanziaria di alcuni Paesi di origine e quindi sono una fonte finanziaria più stabile.
Oltre che per l’incidenza sulla vita del migrante e della sua famiglia, l’impatto diversificato e il rapporto tra rimesse e sviluppo sono oggetto di dibattito. In modo particolare sin dalla metà degli anni Novanta, l’interesse dedicato a livello internazionale alle rimesse, in quanto fonte di finanza globale e di crescita economica per diversi Paesi, è andato crescendo parallelamente all’aumento del loro volume. Attualmente, è riconosciuto unanimemente che le rimesse da sole non possono fare fronte alle esigenze di sviluppo dei Paesi più poveri e nemmeno sostituire gli aiuti esteri, ma certamente collocano i migranti nella posizione di “attori di sviluppo”, come si è affermato nel XXIV Rapporto immigrazione del 2014 di Caritas e Migrantes.
Le più recenti statistiche del fenomeno attestano che le rimesse inviate verso i Paesi in via di sviluppo (da ora in avanti PSV) sono più che raddoppiate negli anni 2002-2007, raggiungendo l’ammontare di 251 miliardi di dollari nel 2007 e di 432 miliardi di dollari nel 2015. Un flusso di denaro certamente importante, ma ancora sottostimato se si pensa ai flussi finanziari tramite canali informali che sfuggono alla registrazione (proprio nel 2007, infatti, la Banca Mondiale affermò che al trasferimento di denaro attraverso canali formali andava aggiunto un 50% in più di flussi monetari circolati attraverso canali informali). Gran parte della crescita delle rimesse nel 2015 è stata inviata nelle regioni da cui proviene la maggiore quota di migranti internazionali: Asia Orientale e Pacifico, Asia del Sud, America Latina e Caraibi. L’India, con i suoi 69 miliardi di dollari, è il Paese che nel 2015 ha ricevuto il volume più alto di rimesse, seguita dalla Cina (64 miliardi di dollari) e dalle Filippine (28 miliardi).
La crisi economico-finanziaria globale deflagrata dalla seconda metà del 2008 e proseguita nel 2009, aveva fatto temere una drastica flessione dei flussi di rimesse a livello mondiale. Così non è stato, a conferma della tendenziale stabilità e anticiclicità di questa fonte finanziaria. Le più recenti stime della Banca Mondiale evidenziano, difatti, una tenuta delle rimesse, diminuite nel 2009 solo del 6% rispetto all’anno precedente (World Bank, Outlook for Remittance Flows 2010-11, Migration and Development Brief 12, 23 aprile 2010). Tuttavia, nel 2015 la Banca Mondiale ha stimato un incremento dello 0,4% rispetto all’anno precedente (World Bank, Migration and Remittances. Factbook 2016), il tasso di crescita più basso a partire proprio dalla crisi del 2008-2009, valore sicuramente sottostimato, tenuto conto dei canali informali di riferimento sopramenzionati. Si può affermare, piuttosto, che il rallentamento della crescita del valore delle rimesse nel 2015 sia determinato dalla ancora non superata crisi economica nei Paesi che costituiscono le maggiori fonti di rimesse, nonché dal deprezzamento del dollaro americano contro le loro valute.
L’analisi dell’andamento dei trasferimenti nelle aree regionali ha permesso di evidenziare, in primo luogo, che i flussi di rimessa sono più “resistenti” alla crisi quando vi è una maggiore diversificazione delle provenienze migratorie; in secondo luogo, quanto più basse sono le barriere alla mobilità lavorativa, tanto più forte è il legame tra rimesse e cicli economici in quel “corridoio”; e, infine, è stat evidenziata l’interdipendenza tra oscillazioni dei tassi di cambio e motivi del consumo-investimento delle rimesse (le prime influenzano i secondi).
Di analogo tenore è lo studio Eurostat del 22 luglio 2010, da cui emerge una sostanziale tenuta delle rimesse monetarie che i lavoratori stranieri hanno inviato nel 2009 dall’Europa verso i Paesi di origine (pari a 29,6 miliardi di euro), principalmente per la componente extra-UE27: difatti, mentre le rimesse infra-europee conoscono un declino già da alcuni anni (-3% nel 2007, -18% nel 2008 e -13% nel 2009), quelle extra-europee, cresciute nel 2008 (+19%) e nel 2007 (+12%), hanno subito per la prima volta una leggera contrazione (-4%). Le elaborazioni ISMU su dati Banca d’Italia, mostrano un andamento ondivago dell’invio delle rimesse dall’Italia nell’arco temporale 2005-2014, con un picco nel 2011, dovuto alle crescenti difficoltà economiche dei migranti presenti in Italia e al cosiddetto “effetto tempo” in virtù del quale al progressivo processo di integrazione, si determini un allentamento dei legami con il Paese di origine (Stark, Migration in LDCs: Risks, Remittances and the Family, Finance and Development, 1991). Tuttavia secondo Arrighetti e Lasagni (Rimesse e migrazione. Ipotesi interpretative e verifiche empiriche, Franco Angeli, Milano 2011), il processo di radicamento che ha permesso una maggiore stabilità economica, non ha ridotto in realtà i legami con la famiglia di origine ed è, invece, accompagnato da un invio maggiore di rimesse; l’entità economica dei singoli trasferimenti che può risultare “modesta”, acquisisce una notevole importanza per la famiglia e/o la comunità ricevente. Senza i flussi finanziari generati dalle rimesse, ad esempio, il deficit di Romania – che riceve un terzo di tutte le sue rimesse dall’Italia – e Polonia, nel momento della crisi del 2009, sarebbe stato superiore del 55% .
Le previsioni di una ripresa dell’economia mondiale hanno portato il Migration and Remittances Team della Banca Mondiale a prospettare, nello studio sopra citato, una crescita delle rimesse nel biennio 2010-2011, rispettivamente del 6,2 e del 7,1% e, per gli anni successivi fino al 2018, tassi che vanno dal 3,8% del 2016 al 4,1% del 2018.
L’ammontare complessivo delle rimesse monetarie verso i Paesi in via di sviluppo, nel 2015, è stimato in 432 miliardi di dollari, un valore più alto dei 414 miliardi di dollari registrati nel 2009.
Dinamiche relative ai Paesi di accoglienza e a quelli di origine
Riprendendo gli spunti più significativi, contenuti nei Dossier e nei Rapporti immigrazione realizzati dalla Caritas e dalla Fondazione Migrantes degli ultimi anni, possiamo sottolineare alcune dinamiche legate alle rimesse relative ai Paesi di accoglienza e a quelli di origine.
Rimesse e Paesi di accoglienza. Di per sé l’irregolarità mortifica la tendenza degli immigrati sia a inviare rimesse che ad accumulare capitale umano e per questo molti studiosi si mostrano preoccupati a fronte delle tendenze restrittive dei Paesi europei, destinate a influire negativamente sul potenziale moltiplicatore economico dell’immigrazione.
È molto importante che l’invio delle rimesse avvenga attraverso i canali formali, perché solo così i fondi accumulati possono produrre interessi, conoscere un utilizzo più efficiente e introdurre gli immigrati agli investimenti finanziari. Inoltre, questi canali trasferiscono i fondi attraverso sistemi di pagamento che godono di economie di scala rispetto alle più costose soluzioni informali individuali. A questo livello si è lontani dall’aver fatto tutto il possibile. Poiché il costo dei servizi è un aspetto tutt’altro che trascurabile, sono auspicabili condizioni convenienti (talvolta i costi arrivano a un quarto delle commesse) e servizi qualitativi nella rimessa stessa (tecnologie di trasferimento, trasparenza, sicurezza). Le innovazioni tecnologiche (l’utilizzo degli SMS, ad esempio) permettono una certa creatività nel facilitare l’invio e la riscossione delle rimesse e ciò è quanto mai importante, perché in cima alle preoccupazioni del migrante vi è l’assicurazione che la transazione sia avvenuta e che la somma sia disponibile per i destinatari in tempi brevi. Con le modalità di invio delle rimesse è in stretto rapporto la cosiddetta bancarizzazione, che aiuta i migranti ad acquisire consapevolezza dei vari servizi bancari e le banche, a partire dal servizio di rimessa, ad acquisire gli immigrati come clienti a tutto campo, aspetto non trascurabile dell’integrazione. Stando così le cose, non resta che auspicare un maggiore impegno a livello nazionale e internazionale per favorire questo aspetto dell’inserimento degli immigrati.
Rimesse e Paesi di origine. La prossimità geografica, e la maggiore facilità negli spostamenti, giocano un ruolo cruciale nelle scelte migratorie degli individui e di conseguenza nei legami anche finanziari. Un’indagine su un campione di migranti entrati in modo irregolare in Italia nel 2003 ha messo in evidenza come i costi diretti sostenuti per intraprendere il viaggio rappresentino in media il reddito accumulato in circa due anni di lavoro nel Paese di origine.
Si può parlare di prossimità anche relativamente alle relazioni economiche, sociali e culturali che possono instaurarsi tra Paese di origine e Paese di insediamento, che assicurano un flusso di informazioni utili ai migranti, e alle reti sociali create dagli stessi, con conseguente riduzione dei costi di “adattamento” alla nuova realtà e maggiore facilità di ritorno nel Paese di origine. Ciò influisce positivamente anche sull’invio di rimesse, per le quali si ricorre spesso anche a canali informali (per esempio direttamente tramite il migrante nei periodi di ritorno in patria, o affidando i risparmi a familiari e amici).
Con i Paesi vicini sono solitamente più ricorrenti anche i progetti di ritorno, ai quali le rimesse possono essere in parte o in gran parte finalizzate.
Nell’utilizzo dei canali formali per l’invio delle rimesse, oltre ai lati positivi prima ricordati, forse ancor più rilevante è l’aiuto che deriva allo sviluppo di un moderno sistema bancario nei Paesi d’origine, riducendo il rischio che somme non indifferenti restino inoperose invece di essere utilmente impiegate a sostegno dell’interessato (specialmente se la persona pensa a un ritorno o a investimenti di ritorno) e alla crescita del suo Paese.
Connessioni tra le rimesse e lo sviluppo
È in fase di continuo approfondimento il nesso di causalità tra rimesse e sviluppo nei Paesi di origine. Le rimesse, anche se utilizzate per sostenere il tenore di vita delle comunità d’origine degli emigranti (è quanto avviene in prevalenza), svolgono una funzione non solo di sostegno alle famiglie beneficiarie, ma anche di stimolo all’economia locale. Nessuno, infatti, può sottostimare l’importanza delle rimesse nell’accrescere il capitale umano, soprattutto attraverso una migliore istruzione per i figli i cui risultati saranno visibili a medio termine. In Italia – secondo il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Moressa (il Mulino, Bologna, 2016) –“mediamente ciascun immigrato ha inviato in patria poco più di 1000 euro nel corso del 2015, con una media di 87 euro al mese” (p. 183), per un totale di 5 miliardi e 251 milioni di euro, quasi il doppio dell’aiuto dell’Italia ai Paesi in via di sviluppo, che è stato di 3 miliardi di euro.
Questa funzione positiva è però parziale e va completata con un impiego propriamente produttivo di queste risorse finanziarie nella prospettiva di utilizzarle come moltiplicatore economico.
Un obiettivo su questa via è scontato perché, come prima è stato accennato, un effetto non trascurabile a livello di macroeconomia consiste nel fatto che i canali formali, comportando l’apertura di conti bancari o l’invio di bonifici, consentono di aumentare la capacità degli istituti bancari nazionali di concessione di prestiti.
La vera posta in gioco consiste nel trasformare gli immigrati in investitori, cosa tutt’altro che scontata senza politiche adeguate, che necessitano della collaborazione tra i diversi Paesi e del coinvolgimento degli stessi migranti. Incentivi all’investimento, con appositi progetti di sviluppo, dovrebbero essere favoriti da entrambi i Paesi (quello dove si lavora e quello di origine), con programmi credibili anche se attuati a distanza, strategie di informazione efficaci, coinvolgimento dei diretti interessati e dei loro familiari. Molto poco sviluppato in Italia è, finora, l’uso delle rimesse a sostegno di interventi di welfare locale, reso noto a livello internazionale dal programma “3x1” (a un dollaro di rimesse si aggiungono un dollaro investito dallo Stato e un dollaro dall’ente locale). Interessante l’iniziativa italiana nel 2013, gestita dal CESPI, www.mandasoldiacasa.it.
Specialmente quando il progetto migratorio è temporaneo, è più agevole destinare parte delle rimesse alle attività da svolgere dopo il ritorno in patria, dove – oltre ai soldi – si porteranno anche le accresciute conoscenze professionali e imprenditoriali.
“L’impatto delle rimesse sullo sviluppo dei Paesi di origine dei migranti – ha scritto lo scalabriniano padre Battistella – è da molto tempo oggetto di analisi. Se vi è accordo su alcuni aspetti piuttosto generali (le rimesse contribuiscono all’economia del Paese di origine perché fanno aumentare i consumi, accrescono l’accumulo di capitale umano, diminuiscono il deficit nella bilancia dei pagamenti, provvedono alla stabilità contro le crisi cicliche), vi è disaccordo sia sull’impatto macroeconomico (se effettivamente le rimesse producano crescita economica) che sull’utilizzo delle rimesse da parte delle famiglie (utilizzo per consumi o per investimenti)” .
Tuttavia, nonostante questo residuo di aspetti problematici, si può concludere che le dimensioni finora raggiunte dalle rimesse consentono non solo di garantire ai PVS, verso cui sono dirette, migliori e più stabili assetti macroeconomici, ma anche e soprattutto di avere un ruolo centrale nell’avvio dei processi di sviluppo locale. I dati della Banca Mondiale per il 2014, infatti, mostrano che sono ben 26 i Paesi del mondo in cui l’incidenza delle rimesse sul PIL supera il 10%, basti pensare, ad esempio, al Tagikistan che registra il massimo della percentuale con il 36,6%, alla Repubblica del Kirghizistan (30,3%) e al Nepal (29,2%).
Nella storia migratoria di ieri e di oggi, la valorizzazione delle rimesse è stato un volano economico, sociale e culturale per i Paesi beneficiari, aprendo anche la strada alla tutela di un diritto fondamentale, quello di poter vivere nella propria terra.