“Le persone sono il centro di gravità di tutto. Un’agenda complessa rischia di essere anonima, mentre noi vogliamo dare una faccia a questa agenda, e la faccia di questa agenda è quella della gente comune, quella ovviamente dei Paesi in via di sviluppo, ma anche della nostra gente che è protagonista di questo sforzo con tanto slancio e tanta azione del volontariato”. A parlare di un nuovo paradigma, della necessità di “cambiare modello di sviluppo” e degli inevitabili intrecci tra cooperazione, sicurezza e fenomeno migratorio è Stefano Manservisi. Già capo di gabinetto dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Federica Mogherini, dallo scorso maggio Manservisi è direttore generale della DG Sviluppo e cooperazione internazionale della Commissione Europea. È l’uomo, cioè, che guida la complessa macchina del primo donatore al mondo, un meccanismo chiamato a nuove sfide in un’epoca in cui, sottolinea lui stesso, “l’assistenza perenne non può esistere”.
Con quali strumenti finanziari la cooperazione europea si presenta davanti a queste nuove sfide?
La Commissione Europea ha appena adottato una proposta per una politica comune della cooperazione allo sviluppo: il Consenso europeo per lo sviluppo, che vuole essere il manifesto dell’Ue per realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Alcuni punti vanno sottolineati subito. In primo luogo: la Commissione evidenzia che i problemi dello sviluppo sono problemi globali, quindi vanno affrontati con politiche corrette. Ovvero, nella lotta contro la povertà non basta aiutare chi è in stato di necessità, ma bisogna mettere in grado le popolazioni che sono in difficoltà di avere i mezzi e il quadro in cui lavorare. Il che vuol dire avere soprattutto politiche e un dialogo.
È fondamentale quindi aprire tutti i canali con i Paesi partner...
In questa agenda globale siamo tutti uniti. Questo concetto era già abbastanza evidente per chi lavorava nello sviluppo, però c’era sempre l’idea di fondo della “buona azione”, del “noi vi aiutiamo a uscire dalla povertà”. In realtà quello che noi davamo con una mano lo toglievamo con l’altra, perché distribuivamo fondi per realizzare progetti ma poi, con politiche di sfruttamento delle risorse naturali, ci riprendevamo quello che stavamo dando. Ora, il nuovo Consenso (per il quale l’obiettivo è di arrivare a un accordo tra le tre istituzioni europee nel 2017, ndr) sottolinea che lo sviluppo è una politica globale perché si occupa delle contraddizioni della globalizzazione. E quindi in primo luogo vuol dire per tutti quanti, ivi compresa l’Unione Europea, mettere in opera delle politiche che siano “development friendly”, che favoriscano lo sviluppo. Si tratta di attuare una politica agricola sostenibile, che contribuisca a un cambio di modello dello sfruttamento della terra e delle risorse comuni. Si tratta di avere una politica energetica che sia in grado non di sfruttare le risorse fossili ma di accompagnare l’utilizzo delle risorse naturali rinnovabili come il sole e il vento. Insomma, si tratta di cambiare un modello di sviluppo. Per essere credibile l’attività di cooperazione deve accettare alcune sfide, una è quella di collegarsi meglio allo sviluppo umanitario, che non può essere solo portare il primo aiuto, ma costruire un legame stretto tra intervento umanitario e quello che succede dopo, come stiamo facendo ad Haiti.
E quanto alla sfida della sicurezza?
Per troppo tempo si è pensato che lo sviluppo non aveva nulla a che fare con la politica di sicurezza, perché questo si traduceva nell’impiego di militari e polizia. Ora noi diciamo: certo non possiamo occuparci delle questioni militari, ma dobbiamo comunque occuparci della sicurezza, cioè delle situazioni in cui la sicurezza stessa non c’è, come ad esempio nella regione del lago Ciad, dove agisce Boko Haram, o nella regione del Sahel, dove ci sono gruppi criminali e terroristi. Dobbiamo lavorare con le comunità e i Paesi perché si possa aiutarli a essere in grado di difendersi ed essere presenti sul territorio. Non si tratta di finanziare eserciti, ma di finanziare capacità affinché uno Stato e una società possano essere resilienti e produrre anticorpi contro i fattori che li destabilizzano.
In questo panorama si inserisce anche il fenomeno migratorio…
Esattamente, è qui che entra il nesso tra sviluppo e migrazione. Nesso che per tanti anni è stato negletto o semplicemente sopportato. Noi sosteniamo che la migrazione è parte del fenomeno globale della mobilità. Ovvero: in un mondo globale la gente, mossa dal bisogno o semplicemente dalla volontà di cercare nuove opportunità, vuole muoversi. Vede muoversi i capitali, vede muoversi le merci e dice: perché non posso muovermi anch’io? Ci sono vari motivi, tra i quali ovviamente quelli che costringono la gente a spostarsi: i conflitti, la povertà estrema, i risultati dei cambiamenti climatici come la siccità. Ma c’è anche la volontà dei giovani di trasferirsi per trovare nuove opportunità. La politica di sviluppo non deve restare a guardare, ma può essere protagonista attiva. Anche per rispondere alle nostre società, pronte sì ad accogliere i migranti ma solo quelli in regola. Quindi, nel momento in cui la legge europea porta al rimpatrio dei migranti nei loro Paesi di origine, si può intervenire per aiutarli a reintegrarsi nelle loro comunità, ad avere una formazione per trovare un lavoro, ad avere una condizione che non sia di nuova marginalità ma di protagonismo.
In questo senso la reintegrazione dei migranti nelle loro società di origine può essere definita cooperazione?
Sì, ed è quello che stiamo facendo nel Sahel con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e con tanta società civile. C’è poi l’analisi delle cause che spingono le persone a partire, la mancanza di opportunità. Abbiamo analizzato i luoghi di origine, e abbiamo visto che si caratterizzano come ambiti con un’assenza totale di opportunità di lavoro e di accesso ai servizi, cioè sostanzialmente nessun futuro. Stiamo quindi aiutando a creare opportunità di lavoro, anche per le micro-imprese e le start up, in modo da potere almeno dare un’opportunità di scelta. Stiamo anche lavorando sulla possibilità di reinserire i giovani al lavoro nell’agricoltura, che è sempre stata un fattore di stabilizzazione per le persone. E poi i servizi di salute con le nuove tecnologie, ad esempio attraverso sistemi in cui si mettono in grado infermieri e dottori di lavorare con la telemedicina. Non c’è bisogno per forza degli interventi di una volta che costavano molto, ma si devono diffondere delle capacità. L’agenda della migrazione è un’agenda di reintegrazione, di creazione di opportunità e di aiuto agli Stati a far rispettare le loro leggi, in particolare contro i trafficanti. E l’esempio migliore è quello del Niger, dove dopo quasi un anno di intervento attraverso i trust fund di Valletta (Emergency trust fund for Africa, lanciati dalla Commissione Europea nel novembre 2015, ndr) dai 70mila passaggi all’anno di irregolari attraverso la Libia si è scesi a circa 1.500-2.000 persone. Il nesso cooperazione-migrazione è fondamentale.
Negli ultimi anni una delle novità più rilevanti per il mondo della cooperazione è rappresentata dal blending, cioè la fusione di contributi pubblici e privati. Questo strumento sta funzionando? E come?
I mezzi per fare cooperazione sono diversi. C’è il buon vecchio aiuto pubblico allo sviluppo, che rimane fondamentale, e noi come Commissione spingiamo affinché l’Unione mantenga l’impegno a destinarvi lo 0,7% del Pil. L’aiuto pubblico viene poi supportato da due strumenti. Il primo è quello dell’utilizzo delle risorse nazionali, ma parliamoci chiaro: in tanti dei Paesi che noi aiutiamo non c’è un sistema fiscale decente, in grado di produrre risorse che possano essere utilizzate per lo sviluppo da unire alle nostre, e noi sottolineiamo che bisogna lavorare in questo senso. L’altro strumento è appunto quello del blending, degli investimenti pubblico-privati, su cui siamo agli inizi, nel senso che dobbiamo stabilire con i partner privati un quadro perché comprendano ciò che si vuole promuovere e che questo è nel loro interesse. Inoltre, ciò va fatto in maniera sostenibile. Gli investimenti privati devono entrare dalla porta principale nelle politiche di sviluppo. Ci sono già esperienze dalla metà degli anni Duemila, che hanno reso possibili investimenti che sarebbero stati altrimenti proibitivi. Attraverso la proposta dello “European external investment plan” abbiamo istituzionalizzato l’attività di blending che copre tutto il mondo, con un focus particolare sull’Africa e sui Paesi vicini.
Cosa significa in sostanza?
Che per ogni euro che mettiamo ce ne sono quattro, cinque, dieci che possono essere utilizzati. Ad esempio: progetto di un’agenzia di uno Stato membro europeo per la valorizzazione della cultura a Capo Verde. In questo quadro viene aggiunto un elemento di investimento sul settore, rendendolo competitivo sul mercato internazionale. E questo è un investimento che fa la Direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo per affrontare il problema che ha il Paese, che non è solo quello di vendere una partita di prodotto, ma quello di diventare competitivo. Altri esempi ci sono in materia di energia: ci siamo dati l’obiettivo che 600mila persone l’anno abbiano accesso all’energia, sostenendo in questo il programma africano di energie rinnovabili, che vale numerosi miliardi. Tutto questo attraverso il blending ma anche attraverso la technical assistance facility che serve a fare in modo che un’idea si trasformi in progetto bancabile, e cioè a passare dall’idea alla messa in opera del progetto. Quindi, riassumendo, al di là degli obiettivi ci sono i mezzi: aiuto pubblico allo sviluppo, risorse nazionali dedicate e risorse internazionali dedicate. Il lavoro che abbiamo davanti è importante ma poggia su un patto di responsabilità, cioè non è soltanto un lavoro (come si diceva una volta) di “noi per voi” ma è un lavoro di “noi tutti insieme”.
Con questo approccio e con i nuovi Obiettivi di sviluppo sostenibile stiamo assistendo quindi a un cambiamento di prospettiva?
Io ci credo profondamente. Intanto perché nell’esperienza europea c’è il “fare insieme”, e l’elemento della solidarietà è fondamentale. Con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile la comunità internazionale sottolinea che la povertà non può essere battuta soltanto trasferendo risorse dal Nord verso il Sud, ma con politiche corrette tanto nel Nord quanto nel Sud. Abbiamo davanti una nuova sfida: anche le nostre politiche, il nostro modo di fare, il nostro modo di vivere sono messi in qualche modo in discussione. Non basta salvarsi un po’ la coscienza con il trasferimento di risorse e poi pensare di fare a casa nostra come ci pare. Prendiamo ad esempio il tema del cambiamento climatico: non si possono aiutare i Paesi in via di sviluppo a trasformare il loro modo di produrre, a ridurre le emissioni di CO2, ad avere accesso a più energia pulita, e poi continuare a formulare politiche che non vanno nella stessa direzione, perché butteremmo via soldi, riducendo il tutto a un aiuto di breve periodo. Dobbiamo invece essere in grado di mettere tutti in opera le decisioni sul clima della conferenza Cop21 di Parigi e di essere conseguenti con le conclusioni della Cop22. E questo vuol dire che dobbiamo agire insieme. Le grandi città del Sud e del Nord del mondo si trovano in fondo a confrontarsi con gli stessi problemi. Ecco, è questo il cambiamento ed è il solo modo di affrontare la globalizzazione, le sue sfide e le sue opportunità. Come realizzarlo? Abbiamo a disposizione anche una garanzia sui rischi per gli investimenti privati, complementare alle garanzie che esistono nei vari Paesi, per incentivare l’investimento privato in zone che in teoria sconsiglierebbero di operare. Noi invece vogliamo che il privato vada in quelle zone, da un lato perché il profitto è possibile, dall’altro perché questo genera attività economiche e occupazione. E vogliamo aiutarlo coprendo il rischio, tanto che se l’investimento va male noi copriamo tutto.
Che posto ha l’Italia nella politica di cooperazione dell’Ue, anche considerando che storicamente è in fondo agli aiuti pubblici allo sviluppo?
La situazione dell’Italia è un panorama ricco di contraddizioni, ma credo che si possa essere comunque positivi. Da un lato è vero che l’aiuto pubblico allo sviluppo italiano resta scarso, e da anni. Però, a fronte di ciò, c’è stata e c’è una società civile tra le più dinamiche, intelligenti e innovatrici che ci siano in Europa. Io la vedo ogni giorno. Vedo la creatività, la passione, la partecipazione.
E la società civile riesce a compensare le debolezze delle istituzioni?
Può anche darsi che in Italia come nel resto d’Europa ci sia uno scollamento tra l’istituzione, la politica e la società civile. Credo sia una caratteristica comune. Però rimane il fatto che nella società italiana, nei confronti dell’apertura al resto del mondo, ci sono un’iniziativa, un senso di solidarietà, di responsabilità e di modernità che sono straordinari. Non è necessariamente qualcosa che passa per i canali pubblici, ma rimane il fatto che è un asset formidabile. Inoltre, anche perché è esposta in prima fila sulla questione migratoria, in particolare a causa delle rotte del Mediterraneo centrale, noto che l’Italia ha preso l’iniziativa ormai da mesi, insieme con la Commissione, per mettere l’Africa al centro della discussione. E non l’Africa nel senso un po’ pietista, ma l’Africa nella sua realtà. Cioè un continente giovane, che cresce, ma le cui opportunità restano poche rispetto alla sua demografia. E quindi occorre lavorare sul fatto che c’è bisogno certamente di gestire i flussi, ma soprattutto di affrontare in modo decisivo e chiaro le cause profonde dell’emigrazione forzata. Questo ha permesso all’Italia di dare l’indicazione che sull’emigrazione non si tratta di gestire le prossime 48 ore, ma di agire su un fenomeno che ha radici molto profonde e in cui ci deve essere una più credibile politica dell’emigrazione legale. Quindi in questo l’Italia ha mostrato, rispetto ad alcuni anni fa, di poter proporre una linea organica e lungimirante sulla questione, soprattutto perché la vive nella sua quotidianità.
Gli strumenti italiani sono sufficienti?
L’Italia si sta dotando di strumenti nuovi. C’è l’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo per le attività più tradizionali, ma c’è anche la Cassa Depositi e Prestiti, che si sta ritagliando un ruolo importante come attore che presenta progetti di finanziamento bonificato attraverso il blending e che è presente in tante realtà. Riassumendo: l’Italia si sta dotando di una visione, dispone di strumenti tradizionali come l’Agenzia e poi ha la Cassa Depositi e Prestiti che è l’interfaccia con tutta la politica degli investimenti, quindi accetta la sfida di portare avanti progetti a rischio. Vedremo cosa succederà con i privati, soprattutto quando questo strumento di investimenti sarà adottato, spero in primavera, vedremo cosa altri attori saranno capaci di fare in modo da portare gli investimenti privati anche nei luoghi più difficili.
Per finire, immagini di essere il presidente degli Stati Uniti d’Europa: cosa imporrebbe di fare sul fronte cooperazione allo sviluppo rispetto a quello che l’Ue già fa?
Due cose. La prima: fare della politica di sviluppo una politica che aiuta a definire le nostre politiche interne, perché interno ed esterno sono ormai la stessa cosa. E se noi facciamo cattive politiche, investire soldi è inutile. Pensiamo all’agricoltura, al commercio, all’energia. Quindi: la politica di sviluppo come migliore alleato per poter indirizzare le scelte politiche che si fanno in Europa.
La seconda: insisterei sul settore privato. Dicendo: “Venite, investite insieme a noi nello sviluppo, perché investire nello sviluppo è investire in un mondo sostenibile in cui non solo potete fare del profitto adesso, ma soprattutto potrete continuare a farlo in modo sostenibile”. Non significa trasformare il privato in un’organizzazione benefica, ma mostrare che ci sono delle opportunità da cogliere. È ora di farlo tutti insieme.