Quadrimestrale di cultura civile

L'Europa in movimento: tendenze e problematiche

di Gian Carlo Blangiardo / Professore ordinario di Demografia, Facoltà di Scienze Statistiche, Università degli Studi di Milano “Bicocca”

Il bilancio demografico del decennio 2001-2011 attribuisce al complesso dei ventotto Paesi che oggi formano l’Unione europea quasi 14 milioni di persone in più, rispetto a quanto sarebbe stato lecito attendersi in base al solo movimento naturale (nascite meno morti).
Di fatto, è come se nei primi dieci anni del secolo si fosse inserita, entro il collettivo dei residenti in EU-28, una popolazione equivalente alla somma del totale degli svedesi e dei danesi. Si tratta di un risultato importante che se, da un lato, accredita l’immagine del “vecchio continente” come persistente meta della mobilità internazionale, dall’altro, non va però generalizzato, confondendo in un unico saldo positivo comportamenti di mobilità che sono alquanto differenziati entro l’insieme dei partner comunitari.
Infatti, se analizziamo la dinamica di ogni singola realtà nazionale riguardo alla consistenza numerica della popolazione guadagnata (ma in alcuni casi anche persa) nell’arco del periodo in esame, possiamo identificare tre diversi gruppi di Paesi.
Il primo è costituito dalle cinque realtà nazionali demograficamente più importanti, caratterizzate da un’attrazione netta mediamente superiore a 100mila unità annue, che tuttavia rispecchia inversamente il loro peso demografico privilegiando, nell’ordine, Spagna, Italia, Regno Unito, Francia e Germania. Un secondo gruppo include sedici Paesi, che presentano anch’essi un contributo netto positivo, ma ad attrazione ben più moderata e con un apporto inferiore alle 50mila unità annue (in media): Belgio, Svezia, Irlanda, Austria, Portogallo, Olanda, Repubblica Ceca, Grecia, Danimarca, Ungheria, Cipro, Finlandia, Croazia, Lussemburgo, Slovenia e Malta.
Infine si identifica un terzo insieme di Paesi membri, tutti collocati in Europa dell’Est, che sono stati caratterizzati da una perdita netta di popolazione durante il decennio 2001-2011.
In tale ambito il dato medio annuo negativo più consistente si rileva per la Romania, con -161mila unità nette “in uscita”, seguita da Bulgaria e Lituania, entrambe con un saldo negativo superiore a 30mila; vi sono poi Lettonia e Polonia, con una perdita media annua di quasi 20mila, e quindi Slovacchia ed Estonia con bilancio anch’esso negativo, ma del tutto modesto (poche migliaia di unità annue).

Tutto ciò avviene nel quadro di una sostanziale crescita del fenomeno degli “europei mobili”, ossia di quei cittadini dell’UE che si sono mossi dal proprio Paese verso un altro Stato membro. Tra il 2000 e il 2011 il loro numero è più che raddoppiato, passando da 6 milioni a poco meno di 13 milioni, spinto quasi esclusivamente dagli intensi flussi di neocomunitari verso l’Europa occidentale. D’altra parte, a cinque anni dall’ingresso nell’UE circa l’11% dei romeni vive in un altro Stato membro, e ciò vale altresì (sempre nel 2011) per quasi il 7% dei lituani, il 6% dei bulgari e il 4% dei polacchi (Recchi, 2003, p.102). Nel periodo 2005-2011 la percentuale di comunitari tra gli immigrati presenti entro il grande spazio dell’UE sale dal 33% al 38,4% e la loro incidenza raggiunge il 2,5% del totale dei residenti (3,1% in UE-15), là dove per i cittadini di Paesi terzi essa è pari al 4,1% (e si raddoppia in UE-15).

Capitale umano e migrazioni: quale contributo al “patrimonio demografico” della vecchia Europa?
I movimenti di popolazione non sono solo un fattore di crescita (o di decremento) della consistenza numerica di un collettivo demografico; essi ne influenzano la struttura agendo su caratteristiche che, a loro volta, possono alterare le condizioni e gli equilibri nei Paesi d’origine e di destinazione, con conseguenze che risultano favorevoli o problematiche in relazione alle circostanze, ai contesti, alle modalità e all’intensità con cui i flussi migratori si manifestano. In tal senso, la composizione per età (ancor meglio se nel dettaglio per genere) rappresenta uno degli aspetti che maggiormente risente dei processi di mobilità ed è generalmente il carattere più preso in esame nel formulare un bilancio costi-benefici delle migrazioni.
Innanzitutto è sulla popolazione in età attiva - convenzionalmente definita tra il 15° (talvolta il 20°) e il 65° compleanno - che si è soliti fissare l’attenzione al fine di valutare i riflessi della mobilità sulla dinamica della forza lavoro. Sotto questo profilo, il dato che indubbiamente va considerato nel panorama europeo di questi ultimi anni è quello del crescente apporto di migrazioni internazionali al sottoinsieme dei residenti 15-64enni. Se tra il 1991 e il 2001 per il complesso di EU-28 tale contributo è stato di poco inferiore a 6 milioni di unità (pari all’1,7% della potenziale forza lavoro a inizio secolo), nel decennio successivo esso risulta più che raddoppiato: nel 2011 la popolazione in età attiva ha infatti beneficiato di ben 13 milioni di unità aggiuntive (corrispondenti al 3,8% del suo totale).

Si è trattato di un apporto netto che – nel decennio 2001-2011 assai più che nel precedente – è andato a interessare quasi esclusivamente le fasce di potenziale forza lavoro giovane, in primo luogo i 20-29enni, e che appare sostanzialmente circoscritto ai quindici Paesi del nucleo precedente il primo allargamento dello spazio comunitario. Infatti, mentre la popolazione in età attiva di EU-15 registra, nel suo complesso, un’aggiunta netta di 7 milioni di unità nel periodo 1991-2001 e di poco meno di 14 milioni nel decennio successivo, l’insieme dei nuovi 13 membri dell’Unione “allargata” mostra un deficit in entrambi gli intervalli: -1,5 milioni di tra il 1991 e il 2001 e -660 mila tra il 2001 e il 2011.
Ma l’azione delle migrazioni sul cambiamento della struttura per età delle popolazioni interessate non è certamente limitata all’intervallo che delinea i confini della vita potenzialmente attiva. Un’opinione ricorrente è anche quella che attribuisce alle migrazioni un ruolo determinante nel contrastare il processo di invecchiamento demografico che, già da tempo, investe i Paesi economicamente più sviluppati e nel mitigarne le conseguenze più assillanti: dalle difficoltà nella quadratura dei conti del sistema previdenziale, al bisogno crescente di risorse sul fronte della sanità, sino alla definizione di nuovi equilibri nei rapporti tra generazioni, negli orientamenti culturali, nelle regole del vivere sociale e nelle scelte della stessa politica. Tuttavia, se è legittimo ritenere che il contributo di flussi migratori mediamente giovani possa rivelarsi importante nel rallentare - pur senza la pretesa di invertirne il segno - il crescente invecchiamento della popolazione europea, è altrettanto ragionevole (e conveniente) considerare il loro apporto come se fosse “la soluzione”, del tutto efficace e definitiva?
La risposta può essere decisamente affermativa solo sposando la logica del “vivere nel presente”; andando cioè alla ricerca dell’equilibrio “oggi”: tra il numero degli attuali anziani (il carico sociale) e il corrispondente numero di attivi (il potenziale supporto). Se invece ci orientiamo a un approccio che guarda al “domani”, tenendo cioè conto del contributo dei flussi migratori anche nella prospettiva di futura permanenza nella società ospite (spesso in via definitiva) da parte di chi lì vive, allora il ruolo dell’immigrazione come “antidoto” all’invecchiamento demografico appare talvolta meno risolutivo (Blangiardo, 2003). Infatti, mentre è facile osservare come nel breve periodo il rapporto di dipendenza nella popolazione “che si aggiunge” sia largamente inferiore alla media del corrispondente indicatore nel Paese ospite, e quindi contribuisca ad abbassarne il valore “corrente”, se ragioniamo nei termini dei futuri anni di vita che gli stessi immigrati (ove permangano) spenderanno sia in età attiva che da anziani, il rapporto di dipendenza “potenziale” che ne deriva – anni da anziani per ogni 100 da attivi – si prospetta largamente superiore al valore “corrente”. Detto in altri termini, l’immissione di immigrati in una popolazione crea un beneficio immediato sul fronte dello “svecchiamento”, che tuttavia spesso si attenua nel bilancio di lungo periodo. Paradossalmente, mettendo in conto la tanto enfatizzata integrazione e il, non meno auspicato, radicamento degli immigrati, si finisce col ridurne il contributo a sollievo di una problematica - come è appunto l’invecchiamento demografico - che certamente ha un posto prioritario nella società ospite.
In proposito, è il caso di documentare (tabelle 2 e 3) come, per l’insieme di EU-15, il rapporto di dipendenza entro la popolazione acquisita attraverso i flussi di mobilità (in genere gli immigrati) sia inferiore del 74% rispetto a quello calcolato sul complesso dei residenti ove si consideri il dato “corrente” (7,6% a fronte del 28,7%), ma tale riduzione è solo del 28% (52% vs. 72,2%) ove si faccia riferimento al rapporto “potenziale”. E la stessa osservazione può ripetersi, quand’anche con talune specificità, in corrispondenza dei principali Paesi che nel decennio in oggetto hanno sperimentato forti acquisizioni di popolazione.

L’invecchiamento “importato/esportato”
Dopo aver chiarito come il luogo comune di flussi migratori che, per la marcata caratterizzazione giovanile dei soggetti coinvolti, tendono a produrre invecchiamento nelle popolazioni di origine e ringiovanimento in quelle d’arrivo vada accettato solo con l’aggiunta dell’avverbio “temporaneamente”, riservando adeguati approfondimenti alle sue conseguenze di medio-lungo periodo, è bene altresì prendere atto di un ulteriore importante aspetto dell’interazione tra mobilità territoriale, invecchiamento demografico e welfare; ossia di un fenomeno che, in presenza di flussi di insediamento/abbandono divenuti definitivi, potremmo definire “invecchiamento importato/esportato” (Blangiardo e Loi 2013) e che consiste nell’accentuazione (nei Paesi di destinazione dei flussi) o nell’attenuazione (in quelli di provenienza) della numerosità di coloro che, nel corso degli anni, raggiungono l’età che segna l’ingresso nell’universo degli anziani.
Si tratta di un effetto della mobilità pregressa che può quantificarsi semplicemente calcolando, per ciascun Paese, la differenza tra il numero di individui che ogni quinquennio raggiungono la soglia dell’età anziana - posta convenzionalmente al 65° compleanno - e il corrispondente ammontare di nascite registrate (nel Paese in oggetto) 65 anni prima, adeguatamente depurato dall’azione riduttiva svolta dalla mortalità. In pratica, assumendo come fonte di riferimento il data base con cui la Population Division delle Nazioni Unite (United Nations, 2013) fornisce sia la ricostruzione della struttura per sesso ed età, sia la dinamica naturale della popolazione di ogni Paese dal secondo dopoguerra al 2010 e, in termini previsivi, per ogni successivo quinquennio di questo secolo, la dimensione dell’invecchiamento importato/esportato nei prossimi decenni può agevolmente ricavarsi come differenza tra la popolazione 65-69enne stimata al 31 dicembre degli anni 2020, 2025,…,2050 e l’apporto teoricamente atteso (al netto della mortalità) dalle corrispondenti generazioni nate in loco negli anni dal 1951 al 1985.
Ad esempio, se confrontiamo il numero complessivo di nuovi anziani attesi nell’Unione europea, nella sua attuale configurazione a ventotto membri, in base ai sopravviventi delle corrispondenti coorti di nascite, con quelli effettivamente risultanti dalle stime della popolazione che si ipotizza entrerà nella fascia d’età 65-69 nel corso dei quinquenni 2016-2020, 2021-2025, …, 2046-2050 ci si rende subito conto di sensibili divergenze a favore di questi ultimi. Già dal primo quinquennio (2016-2020) il surplus netto relativo al complesso di UE-28, alimentato dalla forte incidenza di accessi alle età anziane di parte di soggetti nati al di fuori del Paese in cui si apprestano a invecchiare, ammonta a più di un milione di unità: a fronte di 28,4 milioni di nuovi 65-69enni attesi nel quinquennio 2016-2020, se ne presenteranno verosimilmente 29,7 milioni, con una quota di invecchiamento importato pari al 4,5% del totale dei nuovi anziani “attesi”. A distanza di un decennio, tra il 2026 e il 2030, il divario tra la nuova popolazione 65-69enne attesa e quella effettivamente stimata aumenterà a 2,6 milioni (con un invecchiamento importato del 8,4%) e si accrescerà ulteriormente per poi raggiungere il picco massimo nel quinquennio 2046-2050, allorché l’invecchiamento “importato” sarà pari al 18,7% (27 milioni di nuovi anziani attesi contro ben 32 milioni effettivi).

Volendo analizzare i dati più nel dettaglio, possiamo distinguere i Paesi comunitari che vivranno più direttamente il fenomeno dell’invecchiamento “importato”, da quelli che invece, nell’arco degli stessi anni, beneficeranno della sua “esportazione”. Spiccano tra i primi la Germania, la Francia, la Spagna e l’Italia, con un andamento che tuttavia appare differente: la Germania e la Francia, pur partendo da un elevato apporto di invecchiamento nel quinquennio 2016-2020 (il divario tra nuovi anziani effettivi e attesi è, rispettivamente, di 738mila e 570mila), subiranno poi una fase di deciso rallentamento, specie la Francia. Diverso è il caso di Italia e Spagna, due Paesi nei quali i bassi valori di invecchiamento “importato” registrati nel corso del primo quinquennio in esame sembrano destinati a venir immediatamente riscattati in epoca successiva con picchi che, nel caso della Spagna (con oltre un milione nel quinquennio 2041-2045), saranno da “primato” nel panorama dell’UE. A giustificazione di tali andamenti va ricordato come Francia e Germania siano Paesi di antica immigrazione, dove già prima degli anni Ottanta i flussi migratori hanno favorito l’insediamento di persone destinate a invecchiare in loco, mentre Italia e Spagna vivono l’esperienza di Paesi di immigrazione solo da tempi recenti, così che i loro flussi di immigrati produrranno importanti effetti di invecchiamento solo tra qualche decennio.
Sul fronte opposto, nazioni come la Polonia, la Romania, la Bulgaria, l’Irlanda e il Portogallo spiccano tra quelle che verosimilmente saranno più caratterizzate, in termini di valori assoluti, dal fenomeno dell’invecchiamento “esportato”. In tale ambito sono particolarmente degni di nota l’Irlanda e il Portogallo in quanto, dopo due decenni contraddistinti da valori nettamente negativi, a partire dal quinquennio 2030-2035 si prevede che invertiranno la loro condizione da “esportatori” a “importatori”, registrando valori di invecchiamento dovuto alla componente migratoria pregressa, che toccherà il vertice di quasi 90mila unità nel corso del quinquennio 2046-2050.
Per una più approfondita comprensione della portata del fenomeno in ambito europeo, può anche essere interessante mettere a confronto la dinamica dell’invecchiamento importato per UE-28 con quella degli USA e del gruppo di Paesi emergenti che, nel loro insieme, compongono i così detti BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica). In termini di percentuali, si può subito rilevare come nel complesso dei BRICS l’incidenza dell’invecchiamento importato sia sostanzialmente nulla: il contributo moderatamente positivo di Russia e Sudafrica viene infatti largamente compensato dai valori negativi di Brasile e Cina. Viceversa, per gli USA si prevedono incidenze superiori al 15% già dal quinquennio 2016-2020, per proseguire poi con un aumento netto che sfiorerà la punta record del 35% di invecchiamento importato tra il 2040 e il 2045. Una situazione intermedia è dunque quella di UE-28 dove, come si è visto, l’incidenza del fenomeno parte da valori pari al 4,5% nel primo quinquennio e tenderà ad accrescersi progressivamente sino ad avvicinarsi al 19% nel corso del quinquennio 2046-2050.
In conclusione, i dati mostrano come sino alla metà di questo secolo l’UE nel suo complesso, quand’anche con significative differenze tra i membri che acquisiscono e quelli che cedono popolazione per effetto della mobilità territoriale, sarà caratterizzata da un crescente livello di invecchiamento “importato”. Una componente che, aggiungendosi alla perdurante bassa natalità e al continuo allungamento della sopravvivenza, contribuirà ad appesantire una struttura per età che già di per sé potrà avere riflessi problematici sui futuri equilibri socio-economici del vecchio continente e rispetto alla quale l’antidoto migratorio potrà rappresentare solo un palliativo temporaneo. E se appare confortante osservare che almeno il fenomeno dell’invecchiamento importato ci pone in una condizione più favorevole rispetto a uno storico concorrente nella competizione internazionale, come sono gli USA, non altrettanto può dirsi sulla base del confronto con le nuove economie emergenti. I futuri scenari mostrano che Cina e India, giusto per richiamare i Paesi demograficamente più importanti, non dovranno certo subire appesantimenti strutturali legati a flussi migratori pregressi e, più in generale, ciò varrà anche in corrispondenza di quell’importante nuovo blocco di competitors economici dell’UE che viene ormai ad identificarsi con l’insieme dei BRICS.

Riferimenti bibliografici
Blangiardo G.C. (2003), L’antidoto migratorio all’invecchiamento demografico nelle società europee, in Rivista Italiana di Scienze Sociali, CXI, aprile-giugno 2003, pp. 135-145.

Blangiardo G.C., Loi F. (2013), L’invecchiamento importato (o esportato) nel panorama europeo, in Statistica & Società, anno 2, n. 3, pp. 14-17.

United Nations, Department of Economic and Social Affairs, World Population Prospects: The 2012 Revision, http://esa.un.org/wpp/index.htm

Recchi E. (2013), Senza Frontiere. La libera circolazione delle persone in Europa, Il Mulino, Bologna.