Quadrimestrale di cultura civile

E' possibile un nuovo inizio? Il contributo di una esperienza

di Riccardo Ribera d’Alcalà / Direttore Generale delle Politiche Interne del Parlamento europeo

1. Ringrazio Roberto Fontolan per la sua introduzione e ringrazio don Julián Carrón per avermi invitato a partecipare a quest’incontro che rappresenta anche per me oggi una provocazione e un invito a interrogarmi sulle ragioni del progetto europeo, ma anche sulla mia personale esperienza europea, oltre che su una serie di domande che sono state poste nell’introduzione e nel volantino.

2. L’osservazione e lo sguardo
Comincerei con un riferimento a coloro che sono all’origine della costruzione europea perché credo che non si possa capire l’Europa se non la si guarda con gli occhi di coloro che l’hanno concepita, che l’hanno voluta.
Jean Monnet, uno dei grandi artefici della costruzione europea, racconta nelle sue memorie che quando partì per il suo primo viaggio all’estero suo padre gli disse: “Non portarti dei libri, nessuno potrà riflettere al tuo posto. Guarda alla finestra, parla con la gente. Presta attenzione a chi è accanto a te”. Ecco, credo che l’intuizione europea scaturisca prima di tutto da un’attenta osservazione della realtà, senza pregiudizi. Dice Hanna Arendt che “il pregiudizio impedisce di fare un’effettiva esperienza del presente”, è proprio questa esperienza che i fondatori dell’Europa hanno accettato di fare, guardando con coraggio e con verità alle sfide del loro presente.
Jean Monnet e gli altri padri fondatori dell’Unione Europea hanno coniugato realismo e visione. È questa relazione affettiva con la realtà che ha fatto intravedere loro che dalla tragedia del disastro della guerra poteva sorgere un’occasione di bene.
I popoli europei condividevano, certo, una comune tradizione culturale basata sulle radici cristiane, sull’umanesimo e sulle correnti di pensiero di ispirazione razionalista. Oggi viene spesso sottolineato il contributo dell’Illuminismo. Ma è nell’esperienza cristiana che si ritrovano in primo luogo i principi essenziali della dignità della persona, della libertà, della responsabilità, della distinzione tra politica e religione che poi sono stati sicuramente trasferiti anche ad altre esperienze culturali. Tuttavia, anche queste comuni radici non hanno impedito che fino a quel momento l’assetto del continente europeo venisse definito soprattutto dalle guerre. La novità consisteva proprio in uno sguardo diverso sulla realtà, ma anche in un modo diverso in cui quelle persone si sono guardate fra di loro. Schuman, Adenauer e De Gasperi erano anche coscienti del carattere trascendente della loro missione che faceva dire a De Gasperi: “Noi non abbiamo il diritto di disperare dell’uomo, né dell’uomo individuale, né dell’uomo collettivo; non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio è al lavoro non solamente nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli”. Era anche un processo che si sarebbe compiuto in varie fasi attraverso un cammino progressivo d’integrazione: “L’Europa non si farà in un solo momento, né con una costruzione d’insieme, si farà invece attraverso delle realizzazioni concrete, creando prima di tutto una solidarietà di fatto” (Robert Schuman).

3. L’Europa: l’unità nella diversità
L’Unione europea è nata quindi come un grande disegno di pace dando vita a un modello originale di unità nella diversità dei suoi popoli. Ha dato vita a uno spazio dove le persone, beni e servizi possono circolare liberamente, con un mercato di 500 milioni di persone, con la possibilità per ciascun cittadino di spostarsi liberamente, di studiare, di lavorare in un altro Paese, a una politica di coesione e di sviluppo regionale, a un modello di sviluppo sostenibile dell’ambiente, a relazioni internazionali basate sulla cooperazione e l’aiuto allo sviluppo. Non bisogna dimenticare che l’Europa è il primo erogatore di fondi per l’aiuto allo sviluppo nel mondo. Si tratta anche di un’unione fondata sui principi dello Stato di diritto, dotata di una carta dei diritti fondamentali che è stata recepita nei Trattati e che tutela il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza. E tra questi diritti figura, proprio nella carta dei diritti fondamentali, la tutela della libertà di pensiero, di coscienza e di religione.

4. Un viaggio a Berlino
Tutto ciò può sembrare scontato oggi e potrebbe forse sembrare scontato anche per molte delle persone riunite in questa sala, molti giovani che non erano neanche nati al momento di quelle realizzazioni. Basti pensare a una serie di acquisizioni, come la libera circolazione nell’Unione europea o nell’ambito dello spazio Schengen o una moneta comune, che fanno parte oggi del nostro quotidiano. Tuttavia basta fare qualche piccolo passo indietro nel tempo o solo nello spazio per rendersi conto che tutto ciò non è affatto scontato. Vorrei ricordare la mia esperienza agli inizi degli anni Ottanta, quando giovane “stagiaire” presso la Commissione europea, effettuai il primo viaggio a Berlino est. Quella esperienza è rimasta impressa nella mia memoria: il ricordo del Muro che divideva la Germania, la cortina di ferro che divideva l’Europa in due, l’ingiustizia evidente di un sistema che non aveva mantenuto la sua promessa di felicità traducendosi invece in una mortificazione dell’uomo, i controlli subiti. Ricordo che portavamo dei libri di studio che, a un controllo a uno dei check point, vennero considerati materiale di propaganda e ci furono requisiti. Quell’esperienza mi aiutò quindi a capire e ad apprezzare meglio l’Europa, ma aprì anche il mio sguardo verso gli altri popoli europei; dopo quell’occasione ebbi la possibilità di visitare anche altri Paesi dell’Europa centrale e dell’est prima del 1989 e riscontravo alcuni punti comuni: la naturale aspirazione di questi popoli a far parte del grande progetto europeo, le forti radici culturali comuni, sia pur nella ricchezza di tradizioni diverse, ma anche un desiderio di felicità che era stato semplicemente anestetizzato da quei regimi autoritari. Mi è apparsa quindi ancora più straordinaria la storica adesione di questi Paesi all’Unione europea dopo il crollo del Muro e della cortina di ferro: dieci Paesi nel 2004 e altri due successivamente nel 2007.

5. Un bene non irreversibile
Ma il progetto europeo non è irreversibile. Di fronte a tante difficoltà assistiamo spesso al manifestarsi di tendenze involutive e protezionistiche che riguardano non solo la moneta unica ma anche la libera circolazione delle persone nell’ambito dello spazio di Schengen e la politica di immigrazione, per la quale si sente il bisogno di un maggior spirito di solidarietà tra i vari Paesi europei – nei confronti per esempio di un Paese come l’Italia che è chiamato a far fronte a drammatiche emergenze umanitarie come nel caso di Lampedusa. L’abolizione delle frontiere interne tra i Paesi dell’Unione comporterebbe, infatti, delle responsabilità condivise nella salvaguardia delle frontiere esterne, anche dal punto di vista delle implicazioni umanitarie che ne conseguono. Ma anche la pace non è irreversibile; basterebbe pensare ai recenti avvenimenti in Crimea, ma anche alla guerra dei Balcani che data appena agli anni Novanta e che ci ricorda con le atrocità, i massacri e la pulizia etnica che la caratterizzarono, come la convivenza pacifica dei popoli e le ragioni del dialogo non sono scontate, soprattutto quando non c’è un grande progetto di pace federatore come quello dell’Unione europea.

6. La crisi del progetto europeo
Questa è una storia – diciamo – sicuramente positiva, una “narrativa” positiva dell’Unione europea. Ma, come affermava recentemente il Presidente della Commissione José Manuel Barroso, in occasione del lancio di una campagna di dialogo con i cittadini di 28 Paesi dell’Unione: “Non possiamo rimanere alle pagine iniziali della nostra storia anche se fossero le più belle, ma dobbiamo continuare a scrivere il libro del presente e del futuro”. Ed è chiaro che si manifesta oggi una disaffezione dei cittadini nei confronti dell’Europa, del progetto europeo anche in Stati tradizionalmente europeisti. Negli ultimi sondaggi condotti dalle istituzioni europee nell’ambito dell’Eurobarometro, il 47% degli intervistati si dice insoddisfatto sul modo di funzionamento dell’Unione europea, talvolta con una rimessa in discussione dello stesso progetto. Nonostante le notevoli realizzazioni dell’Unione europea, sembra essere venuto meno quello slancio ideale, quella “commozione” profonda di fronte al progetto, quel coinvolgimento che pure ha mobilitato tante energie. Si è creato un divario con la società europea, con la percezione di un’Europa piena di tecnicismi, troppo burocratica, difficile da comprendere nei suoi meccanismi decisionali. Credo sia importante quindi interrogarsi sulle ragioni di questo disagio indicando alcuni fattori.

7. Il ruolo della crisi economica
Un fattore importante in questo calo di fiducia è stato sicuramente rappresentato dalla crisi economica che ha costituito una vicenda drammatica per la vita di molti cittadini dell’Unione europea. Tutti conosciamo le cause immediate della crisi finanziaria, a partire dal settembre 2008, con il fallimento della Banca Lehman Brothers e la crisi del debito sovrano. La crisi ha evidenziato due elementi: un’incapacità delle democrazie europee d’internalizzare, quindi di recepire gli effetti dell’interdipendenza causati dall’euro (ed era evidente che l’euro causava delle interdipendenze molto forti tra i vari Paesi) ma anche il vizio d’origine della stessa moneta unica creata senza un’adeguata integrazione economica, fiscale e del mercato del lavoro. Non è vero che il mercato regola tutti i problemi, come alcuni avevano erroneamente sostenuto in quegli anni. Affidarsi semplicemente ai mercati ha consegnato l’Europa agli speculatori. Ma in realtà la crisi economica ha messo in evidenza un altro fattore più profondo che è di natura esistenziale, morale e spirituale. Una visione distorta dell’economia, che da mezzo è diventata fine, dando vita a delle dinamiche speculative che ben conosciamo. Benedetto XVI parla proprio di questa deriva quando afferma che: “L’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono essere mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per se stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale”. (Enciclica Caritas in Veritate,  par. 36, capitolo 3). Sono questi i fattori che sono in gioco ed è proprio questa la visione che dobbiamo recuperare.

8. Crisi economica e crisi di legittimità
La crisi economica ha visto a livello europeo un coinvolgimento di varie istanze – dal Consiglio europeo ai Governi, alla Commissione, al Parlamento europeo, alla Banca Centrale Europea – al fine di disinnescare la spirale della speculazione, di creare un quadro di regolamentazione e di sorveglianza dei servizi finanziari e porre le basi di una nuova governance economica. Tuttavia le modalità dell’intervento europeo hanno fatto anche sorgere dei dubbi sulla legittimità democratica di decisioni spesso assunte in un ambito intergovernativo e al di fuori di ogni controllo parlamentare, specialmente in quei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi e dalle sue conseguenze. Mi riferisco, in particolare, ai memorandum d’intesa conclusi con i Paesi in difficoltà finanziaria (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro) dalla cosiddetta Troika, composta da Commissione europea, Banca Centrale e Fondo Monetario Internazionale e sulla quale il Parlamento europeo si è espresso recentemente, chiedendo a larghissima maggioranza una maggiore trasparenza del suo operato ma anche che la Troika venisse sottoposta a un controllo democratico da parte dei cittadini, tramite i loro rappresentanti democraticamente eletti. Maggiore chiarezza nei meccanismi decisionali e legittimità democratica sono state anche alcune delle indicazioni fornite dai cittadini europei nell’ambito di vari sondaggi condotti dalle Istituzioni.

9. Europa, Stati nazionali e sussidiarietà
In terzo luogo, assistiamo spesso a tentativi volti ad attribuire genericamente all’Europa responsabilità per problemi e contraddizioni che trovano invece le loro cause proprio negli Stati membri: ciò avviene anche di fronte a certe tergiversazioni o cacofonie che si registrano nella politica estera dove, in realtà, nonostante i progressi introdotti dal Trattato di Lisbona, il grado di coerenza dell’azione europea dipende dalla volontà dei singoli Stati.
In momenti di crisi viene poi risuscitato un dibattito che oppone all’integrazione europea un ritorno agli Stati nazionali, ipotizzando magari di rimpatriare delle competenze verso questi ultimi. Coloro che animano questo dibattito non si rendono conto forse che il modello westfaliano di Stato caratterizzato da una grande omogeneità interna e indipendenza dall’esterno e che risale al 1648, è già da tempo superato. È importante ricordare che ci troviamo oggi in un mondo multipolare, globalizzato e interconnesso, caratterizzato da molteplici livelli di governance, dove il potere politico già da tempo non è più monopolio di un singolo attore statuale. Esso è invece distribuito in una ”articolazione verticale che va dal livello locale al regionale, al nazionale, al continentale, fino al globale”. Molto rilevante è il ruolo dei cosiddetti “corpi intermedi”. In questo senso, l’integrazione europea – ed è importante sottolinearlo – non solo è compatibile ma deve nutrirsi dell’apporto vivo di movimenti, associazioni, cooperative, volontariato e lasciare loro libero spazio rinunciando invece alla pretesa di voler dare risposte a ogni tipo di aspirazione dell’uomo e del cittadino.
Vorrei citare un altro dato. Da uno studio sull’Europa 2025 (che va anche al di là di quella data che è puramente indicativa) elaborato in seno al Parlamento europeo, emerge, in base a dati socio-economici e demografici, che nessun Paese europeo nei prossimi anni sarà in grado di reggere da solo, individualmente, il confronto con altre potenze continentali quali Stati Uniti, Cina, India o anche Brasile.
Alcuni dati fanno riflettere. Dato demografico: l’Europa totalizza solo il 7% della popolazione mondiale rispetto al 50% degli asiatici; la percentuale dei giovani al di sotto dei 25 anni in Europa rappresenta solo il 27% di fronte al 49% dell’India, il 47% dell’Indonesia, il 36% della Cina. L’Europa soffre anche di una grave dipendenza energetica: il 60% dell’approvvigionamento di forniture di gas e petrolio dipende da aree sensibili come Russia, Medio Oriente o Africa. Anche Paesi considerati prosperi come la Germania o il Regno Unito si collocanoo solo al quinto, sesto o settimo posto sullo scenario mondiale se si guarda a parametri economici quali la crescita o il prodotto interno lordo. C’è qualcuno che indicava che nel G8, da qui al 2030, rischiano di esserci ben pochi paesi dell’Unione europea se continuiamo ai ritmi attuali. È solo in quanto Unione europea che riusciamo a mantenere una posizione di primo piano anche rispetto agli Stati Uniti. Ora, l’influenza economica dell’Europa non deve essere fine a se stessa. Essa dovrebbe proprio servire a tutelare un certo tipo di società e di concezione dell’uomo basate sul rispetto della persona, sul rispetto della libertà, in Europa come pure in altri Paesi.

10. Il costo della Non Europa
Si parla spesso del costo dell’Europa. Ora, i dati sui costi reali dell’Unione europea sono abbastanza evidenti, sono chiari, sono trasparenti. Il bilancio dell’UE non totalizza che l’1% del PIL globale di tutti gli Stati membri per coprire una gamma molto ampia di azioni e di programmi. Ma in realtà non si parla di un dato molto più rilevante che è il costo della Non Europa, dell’assenza di Europa. Credo che sia giusto spiegare ai cittadini qual è il valore aggiunto dell’azione europea quando essa si giustifica. Ed essa non si giustifica in ogni caso; d’altra parte l’Unione europea opera nel quadro di un rigoroso principio di sussidiarietà.
Per rendere questo dibattito trasparente il Parlamento europeo si è dotato quindi di strumenti capaci di valutare, sulla base di dati oggettivi e scientifici, il costo dell’assenza dell’azione europea o il suo valore aggiunto in vari settori. Possiamo citare alcuni dati: quello che costa all’Europa, ad esempio, la mancanza di un mercato unico digitale, la cui realizzazione comporterebbe un guadagno di 260 miliardi di euro, mentre gli effetti di completamento del mercato unico per i consumatori sono stati valutati attorno a 235 miliardi di euro, e un mercato integrato per l’energia comporterebbe risparmi di almeno 50 miliardi di euro e via di seguito. Da questo studio emerge che la mancanza di integrazione europea in vari settori ammonterebbe a 800 miliardi di euro. L’assenza di Europa talvolta non crea semplicemente dei doppioni ma anche una mancanza di efficienza, laddove invece la realizzazione di politiche e azioni comuni, che spesso già esistono sulla carta, potrebbero condurre a delle importantissime economie di scala.

11. La deriva burocratica
Una delle critiche ricorrenti nei confronti dell’Europa verte poi sulla burocrazia tecnocratica: spesso si attaccano in maniera generica i cosiddetti “tecnocrati di Bruxelles” che sarebbero all’origine di tanti problemi nelle nostre società. Anche qui sarebbe bene fare un po’ di chiarezza. Diceva Jean Monnet che: “Niente è possibile senza gli uomini ma che nulla può durare senza le istituzioni”. È importante però che le istituzioni siano solo uno strumento per realizzare il progetto e non diventino autoreferenziali. Quando parliamo di istituzioni, di burocrazia, di strutture, mi vengono in mente due concetti: uno è quello della missione che non dovrebbe essere mai perduta di vista perché le istituzioni europee e le strutture che a esse sono preposte sono parte di un grande progetto di pace e di libertà. Il secondo è lo spirito di servizio, servizio alla società, servizio ai cittadini.
Vorrei ricordare quanto Václav Havel disse a questo proposito quando visitò il Parlamento europeo nel 1994: “Ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a una macchina moderna assolutamente perfetta e immensamente ingegnosa. Deve essere un grande piacere studiare una macchina del genere per un ammiratore delle invenzioni tecniche, ma io sono un essere umano che ha interesse per il mondo, che non si soddisfa nell’ammirare delle macchine ben lubrificate, trovavo che qualcosa mancasse seriamente. Forse, per semplificare un po’ le cose, si può parlare di una dimensione spirituale, morale o emotiva. Ci si era rivolti alla mia ragione, ma non al mio cuore”. Ecco, credo che l’Europa e le istituzioni dovrebbero maggiormente rivolgersi al cuore della gente.

12. Le prossime elezioni europee
Vorrei ora parlare brevemente delle elezioni al Parlamento europeo che avranno luogo il 25 maggio prossimo. Il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’Unione eletta direttamente dai cittadini europei. Queste elezioni sono sicuramente importanti per vari fattori: il ruolo crescente del Parlamento europeo come legislatore su scala continentale, responsabile per l’adozione, congiuntamente al Consiglio dei Ministri dell’UE, di leggi che si applicano a 507 milioni di europei nel rispetto del fondamentale principio di sussidiarietà, in settori molto rilevanti per i cittadini dell’Unione (dall’economia, alla cultura, alla sicurezza alimentare, alla ricerca, alla politica industriale, alla coesione economica e sociale, all’ambiente, alla sicurezza dei trasporti, alle libertà civili, all’immigrazione). Il Parlamento è autorità di bilancio congiuntamente al Consiglio dell’Unione ed è anche responsabile per la ratifica di tutti i principali Trattati internazionali conclusi dall’Unione europea, basti pensare al prossimo TTIP (partenariato transatlantico per il commercio degli investimenti con gli Stati Uniti). Ciò che è più importante, il Parlamento è l’Istituzione responsabile di assicurare il controllo democratico sulle decisioni assunte in sede europea. Anche perché il Parlamento ha il potere di nomina della Commissione europea e di controllo democratico del suo operato (può anche mandarla a casa con un voto di censura qualora venga meno questo rapporto di fiducia con la Commissione). Spesso, molti rilievi che vengono mossi quanto alla trasparenza, alla responsabilità delle istituzioni, alla mancanza di chiarezza con la quale certe decisioni vengono assunte, possono trovare una risposta proprio nell’importante ruolo di controllo e di raccordo con i cittadini esercitato dal Parlamento europeo.
Nell’attuale legislatura il Parlamento ha adottato 952 atti legislativi legiferando su una serie notevole di proposte, ad esempio, nell’ambito della lotta contro la crisi economica, sostenendo spesso le preoccupazioni dei cittadini intese a favorire, oltre alla politica di rigore anche misure di stimolo della crescita e dell’occupazione. Talvolta ha discusso anche di questioni controverse in Europa: se per esempio gli investimenti volti a creare posti di lavoro debbano essere esentati dalle regole della disciplina finanziaria fissate dal patto di stabilità e crescita. Nel recente negoziato con i rappresentanti dei governi sull’unione bancaria, il Parlamento europeo ha svolto poi un ruolo essenziale per rompere il circolo vizioso tra crisi delle banche e debito sovrano e per stabilire un sistema di supervisione, di risoluzione e risanamento delle banche in dissesto, credibile e indipendente, con un obiettivo: quello di mettere il settore finanziario al servizio della crescita e dell’economia, ed evitare che il costo del risanamento delle banche potesse ripercuotersi invece sul contribuente e sui cittadini dell’Unione europea.
Tra i vari progetti nei quali in Parlamento si è investito, vorrei ricordare il programma Erasmus, che con un finanziamento rafforzato di 14 milioni di euro consentirà a cinque milioni di giovani di studiare nell’Unione europea; la garanzia giovani (Youth guarantee) per offrire una prima occupazione ai giovani al di sotto dei 25 anni; e il programma Horizon 2020 che sarà il più grande programma di Ricerca e Innovazione che copre un periodo di 7 anni e che prevede anche una corsia preferenziale per le piccole e medie imprese.
Infine, in un periodo di crisi nel quale, secondo i dati del 2011, circa un quarto degli europei (120 milioni) sono a rischio di povertà o di esclusione sociale, il Parlamento europeo si è battuto con determinazione contro la proposta iniziale degli Stati membri, così da ripristinare la dotazione di 3,5 miliardi del Fondo europeo di aiuto agli indigenti che consente, tramite la straordinaria rete di solidarietà dei Banchi alimentari, di soccorrere ai bisogni di milioni di cittadini. Infine, di fronte alla crescente esigenza di trasparenza delle decisioni adottate in sede europea, va ricordato che il Parlamento – a differenza di altre istituzioni dell’Unione – discute e delibera in pubblico e che tutte le sue riunioni, dalle commissioni parlamentari alle audizioni, vengono trasmesse in diretta streaming. Quindi ogni cittadino, in qualsiasi momento, può seguire nella propria lingua che cosa succede al Parlamento europeo.
Ma c’è un altro motivo ancora più importante e più immediato per il quale le elezioni europee questa volta potranno essere diverse ed è l’elezione del Presidente della Commissione europea e di tutta la Commissione europea nel suo insieme. In base al Trattato di Lisbona, nel designare il candidato a Presidente della Commissione europea, il Consiglio europeo, il consesso dei Capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea, deve tener conto dei risultati delle elezioni al Parlamento europeo. Il candidato a questa importante funzione, è proposto dal Consiglio europeo ma è eletto dal Parlamento europeo che dà anche il voto d’approvazione a tutta la Commissione europea nel suo insieme. Ora, per dare un reale contenuto a questa disposizione, le principali famiglie politiche europee hanno designato dei candidati alla Presidenza della Commissione tra i quali dovrebbe essere scelto il candidato Presidente, in base ai risultati delle elezioni, proprio con l’obiettivo di creare un vero spazio di dibattito politico europeo che è mancato negli ultimi anni. Cinque famiglie politiche: il Partito Popolare Europeo, il Partito Socialista, i Liberali, i Verdi e la Sinistra Europea hanno designato i loro candidati che fin da ora stanno dibattendo in pubblico sui loro programmi e la loro visione dell’Europa.
A questo proposito, il Presidente Giorgio Napolitano, nel corso della sua recente visita al Parlamento europeo, raccontava in occasione della commemorazione dei trent’anni dal Trattato costituzionale di Altiero Spinelli, che un giorno un appassionato europeista chiese a Spinelli: “Ma quando veramente noi potremo dire che la costruzione dell’Europa unita avrà toccato il punto di non ritorno?” La risposta a questa domanda è stata: “Quando sarà diventata politica la lotta per il potere in Europa”. Ed è quello che in qualche modo si vuol fare con questo tipo di dinamica: fare delle elezioni europee non un prolungamento delle questioni di politica nazionale ma l’occasione privilegiata per lanciare un ampio dibattito sulle questioni europee, consentendo quindi ai cittadini di pronunciarsi anche su chi guiderà in futuro i destini dell’Europa.

13. Conclusioni
Nel corso della sua evoluzione, il progetto europeo si è sempre basato su dei punti di forza rappresentati, all’inizio, dalla riconciliazione tra i popoli e dalla salvaguardia della pace; alla fine degli anni Novanta il fattore determinante è stata la storica riunificazione dell’Europa culminata nell’allargamento che ha portato 100 milioni di cittadini dei Paesi dell’Europa centrale e dell’est nell’Unione europea.
Jean Monnet riteneva che “tutto può diventare un mezzo, anche l’ostacolo”; ed è proprio dall’attuale situazione di crisi che potranno sorgere delle opportunità di rinascita per il progetto europeo.
La crisi economica e la sfida della globalizzazione possono rappresentare oggi l’occasione per riscoprire un rinnovato ruolo dell’Europa, che vada al di là di una generica convenienza di tipo economico e sia incentrata su un recupero dell’umano e sul valore della persona: mettere l’uomo al centro del processo di globalizzazione e di innovazione tecnologica può rappresentare la nuova missione dell’Europa oggi.
Nel corso di una recente visita al Parlamento brasiliano, nell’avveniristica sede progettata da Oscar Niemeyer, mi ha colpito una frase di Ulisses Guimarães, uno dei principali protagonisti della lotta democratica del Brasile contemporaneo. Esprimendosi sulle sfide di quel grande Paese, ha affermato che: “Gobernar è encurtar as distancias” (governare significa accorciare le distanze). Mi sono chiesto se questo non sia anche il compito dell’Unione europea e delle sue istituzioni: accorciare le distanze tra Europa e i cittadini, tra centro e periferia dell’Europa, ma anche colmare le distanze che nelle nostre società ci separano dalle “periferie dell’esistenza”.
Vorrei ora concludere dicendo che l’Europa è, come tutta la nostra vita, una grande sfida che mette in gioco la nostra libertà:
di fronte a tutte le difficoltà che il progetto europeo incontra oggi, alla percezione di un’Europa tecnocratica e autoreferenziale, credo che un’Europa diversa non sia solo possibile ma sia anche indispensabile affinché il processo di integrazione europea possa ritrovare la sua vitalità e suggestione e preservare la nostra stessa civiltà da una globalizzazione senz’anima;
vorrei anche affermare che il disimpegno non è una risposta di fronte a tutte le incomprensioni e insoddisfazioni che si sono create attorno all’Europa; esso invece non farebbe che favorire proprio quell’Europa che non vogliamo: una impostazione culturale relativista e avulsa dalla persona che è l’antitesi del progetto europeo. Il rilancio dell’Europa passa invece per la riscoperta di una convivenza basata su una comune tensione al vero in uno spazio che non rifiuti la provocazione della libertà;
infine, impegnarsi per una rinascita dell’Europa, utilizzando tutti gli strumenti di cui disponiamo, a partire dalle elezioni per il Parlamento europeo, non è solo un atto ragionevole ma, per dirla con le parole di Václav Havel, è “un modo per assumersi le proprie responsabilità oltre che una posizione profondamente morale”.
 

L'intervento è stato pronunciato nell'ambito dell'incontro "E' possibile un nuovo inzio", tenutosi a Milano il 9 aprile 2014