Quadrimestrale di cultura civile

Un passaggio decisivo per costruire la casa comune

di Emilio Colombo e Gianmaria Martini / Professore associato di Economia internazionale, Università degli studi di Milano Bicocca; Professore ordinario di Economia Politica, Università degli Studi di Bergamo

L’Europa è la nostra casa comune? Possiamo considerare le spinte anti-europeistiche presenti in vari Paesi dell’Unione europea come dei fisiologici momenti di protesta nell’ambito di un generale processo di convergenza? Queste semplici domande rappresentano una possibile chiave di lettura di questo numero monografico di Atlantide, dedicato appunto all’Europa.
Le varie riflessioni presenti sono tentativi di verificare a che punto siamo nel processo di formazione di una effettiva Unione europea, di valutare in modo approfondito i passi che sono stati fatti e di identificare le principali sfide future.
L’idea di un’Europa unita nasce in modo imprevedibile al termine di un conflitto che ha generato il più alto numero di morti della storia. La maggior parte sono europei. Nasce tra Paesi in macerie, città distrutte, economie disintegrate, popolazioni in condizioni di estrema povertà. Imprevedibile perché Paesi nemici fino a qualche anno prima riescono a fondare una nuova comunità, la base della futura Unione europea.
Nel corso dei decenni l’Unione europea cresce: l’idea di libertà rappresenta il fulcro di questo sviluppo. Libertà per le persone e per le imprese. Si assicura allora una sempre maggiore possibilità di libera circolazione delle persone all’interno degli Stati membri, fino ad abolire le frontiere interne con l’entrata in vigore degli accordi di Schengen. Si incentivano gli scambi tra studenti universitari: il programma Erasmus è uno dei più grandi successi per le politiche comunitarie. Si creano le condizioni per una maggiore libertà di impresa nel mercato interno della UE, abbattendo i vincoli che possono limitare l’operatività territoriale delle imprese. La liberalizzazione del mercato aereo è forse l’iniziativa di maggiore successo: ogni compagnia aerea con una quota di maggioranza di capitale in possesso di cittadini europei è libera di aprire collegamenti all’interno dello spazio aereo dell’Unione. Si sviluppano le compagnie low cost (Ryanair, easyJet ecc.), si crea un mercato competitivo con prezzi sempre più bassi e un’offerta di collegamenti e di frequenze sempre maggiore, si valorizzano aeroporti minori che fungono da “cancelli di ingresso” per le economie locali, si permette alla stragrande maggioranza della popolazione di godere dei benefici della mobilità. Si creano incentivi alla formazione di un effettivo mercato del lavoro europeo.  
Il processo sembra toccare un culmine nella creazione dell’Unione Monetaria Europea, e dell’introduzione dell’euro: gli 11 Paesi membri che inizialmente aderiscono hanno la stessa moneta, al loro interno si possono facilmente confrontare i livelli dei prezzi dei beni e dei servizi, hanno una politica monetaria comune, sono al riparo dai rischi del cambio. Eppure questo passaggio si trasforma, progressivamente, da una grande conquista a un pericoloso tornante: la politica monetaria comune sminuisce gli interessi nazionali nel governo del mercato monetario e quindi nella crescita economica. Paesi abituati a fondare la propria concorrenzialità anche su svalutazioni competitive non possono più farlo. Paesi più spregiudicati dal punto di vista dei controlli delle spinte inflazionistiche sono costretti a fare i conti con nazioni più rigorose nelle politiche di controllo dell’inflazione: i primi non possono più usare la leva dei prezzi per mantenere i margini di profitto, ma devono agire sui costi. Le imprese e i professionisti in posizioni di monopolio sfruttano la variazione nell’unità di misura della moneta per praticare prezzi più elevati (in Italia in taluni casi 1000 lire diventano 1 euro, con un raddoppio di quasi il 100%), una pratica non consentita alle imprese che operano in mercati competitivi e ai lavoratori a reddito fisso.
Tutti questi processi creano delle asimmetrie e delle disuguaglianze sia all’interno dei singoli Paesi membri (all’inizio dell’era euro) sia tra i Paesi membri (nella fase più recente con la crisi economica globale).
In questo contesto dovrebbero avviarsi i primi tentativi di implementazione di politiche solidaristiche tra Paesi. I membri dell’Unione a maggiore benessere e con economie più robuste e competitive, in grado di sfruttare i vantaggi connessi alla moneta unica e al mercato comune, dovrebbero spingere per adottare programmi di redistribuzione di parte di questi vantaggi verso i Paesi che hanno invece subito un aggravarsi delle condizioni economiche con la moneta unica. Tutto questo però non avviene, perché con l’avvento dell’euro sembra quasi che l’Europa sia diventata soprattutto una unione monetaria, e che la Banca Centrale Europea (BCE), indipendente dalla politica e votata al rigore monetario, sia la sua principale istituzione.
Il Parlamento europeo non è in grado di interpretare i bisogni delle popolazioni, tanto meno la Commissione europea – il governo dell’Unione – che spesso sembra avere ben poco potere. Nel momento in cui sarebbe stato necessario un forte intervento della politica, con adeguate politiche fiscali di redistribuzione del reddito tra Paesi membri (e di assunzione di responsabilità da parte dei governi nazionali in merito ai processi di riforme economiche), questa viene progressivamente meno: si diffonde l’idea dell’Europa dei banchieri. Nel dopoguerra il punto di partenza era l’Europa dei popoli.
Il processo esplode nel 2009 con l’inizio della crisi economica globale. Inizialmente coinvolge il sistema bancario e solo alcuni Paesi membri; ma successivamente passa anche all’economia reale, con chiusure di imprese e perdite di posti di lavoro. È la crisi economica più grave dall’avvento dell’Unione europea, più grave e più persistente di quella del 1929.
La gestione della crisi richiede l’adozione di una politica monetaria e fiscale espansiva. Gli Stati Uniti adottano immediatamente una impressionante politica di stimolo fiscale, finanziata dalla leva monetaria. La UE non può adottare questa strada: mentre la politica monetaria è gestita unitariamente e in modo indipendente dalla BCE, le politiche fiscali sono affidate ai singoli Paesi e in molti casi si scontrano con i rigidi vincoli di rispetto dei limiti di deficit e debito pubblico, finendo per acuire ulteriormente la crisi. Si avvia un circolo vizioso di crisi di crescita e peggioramento dell’indebitamento pubblico che porta – nel 2011 – all’esplosione del problema dei debiti sovrani nell’UE soprattutto nei Paesi del Mediterraneo (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo) e in Irlanda. I mercati chiedono premi sempre maggiori per prestare denaro ai governi nazionali fortemente indebitati, fino a raggiungere livelli insostenibili.
La Grecia è il primo Paese a capitolare: ristruttura il debito, passa attraverso una crisi durissima, viene aiutata dalla Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) ma in un modo giudicato insufficiente dalla maggior parte della popolazione. In questo contesto altri Paesi con bilanci pubblici più in ordine ottengono denaro addirittura a tassi di interesse negativi, sfruttando ancora una volta la debolezza di altri Paesi.
Ancora una volta in questo periodo di grave crisi, viene meno la spinta solidaristica tra le nazioni. L’Europa non è comunità, o lo è – come vedremo – solo in parte. Non emerge una disponibilità a chiedere certamente maggiore responsabilità (i governi non possono indebitarsi in modo indiscriminato e sono responsabili di non aver aggiustato i conti quando la situazione era favorevole, come è avvenuto, ad esempio, in Italia) ma anche a condividere le difficoltà. Sembra prevalere la politica dell’austerity. Questo fa progressivamente venir meno l’idea della casa comune europea.
Proprio in questo grave momento di difficoltà, di venir meno degli ideali comunitari, con forti spinte nazionalistiche, si prendono decisioni innovative, importanti, che gettano le basi di una nuova fase del processo di costruzione dell’Unione europea. Si decide di dare maggiore potere al Parlamento europeo, affidandogli la responsabilità di eleggere la Commissione europea. Si istituisce il Ministro degli esteri dell’Unione europea. Vengono costituiti dei fondi monetari per finanziare le crisi bancarie e dei debiti sovrani, la BCE annuncia in modo irrevocabile che è disposta ad adottare qualsiasi decisione pur di difendere l’euro. Quest’ultimo annuncio spegne progressivamente la crisi dei debiti sovrani, assieme alle dinamiche nei mercati dei capitali che spostano gli investimenti dai Paesi emergenti a quelli dell’eurozona in grado di emettere titoli di debito pubblico a tassi interessanti e protetti dalla BCE rispetto al rischio di default.
Si avvia il processo di unificazione bancaria con la BCE come organo di sorveglianza delle grandi banche europee. La Commissione europea punta sulla crescita e abbandona progressivamente l’idea dell’austerity, lanciando l’ambizioso e largamente finanziato programma Horizon 2020, che dovrebbe agire come impulso per una crescita progressiva fino al termine del presente decennio.
Sia chiaro, nonostante le difficoltà illustrate, l’integrazione economica realizzata in Europa ha portato benefici notevoli che sono osservabili da chiunque. Oggi uno studente può iniziare, ad esempio, una laurea triennale in Fisica a Milano, all’interno della quale può svolgere un semestre con Erasmus ad Amsterdam. Lo stesso studente può completare il percorso di studi con un master a Cambridge e trovare lavoro presso un laboratorio in Germania, il tutto attraverso il riconoscimento automatico dei titoli di studio e dei percorsi formativi. Per i giovani il mercato del lavoro unico costituisce una opportunità colossale per mettere in gioco i propri talenti. Al tempo stesso l’euro ha consentito non solo maggiore trasparenza nei prezzi ma anche tassi di interesse sensibilmente minori che si sono tradotti in minori costi dei mutui per le famiglie e dei prestiti per le imprese.
Eppure tutto questo non basta. La seppur breve ma intensa storia dell’Unione europea ci mostra che, nonostante sia nata con l’idea di costruire una vera e propria Europa dei popoli, arrivando a una piena integrazione sociale e politica, per le difficoltà di questo percorso e la mancanza di figure carismatiche che hanno succeduto i cosiddetti “padri fondatori”, i vari governi hanno cercato di arrivare all’unione dei popoli attraverso l’integrazione economica.
Ora l’Europa è sostanzialmente molto integrata dal punto di vista economico, ma non lo è da quello sociale e politico e questo divario richiede di essere colmato, anche perché il grado di integrazione realizzato è tale che non è più possibile pensare né di fermarsi né di tornare indietro, si può solo andare avanti.
Stiamo dunque vivendo un passaggio decisivo in cui è quanto mai necessario riprendere lo spirito comunitario degli inizi, su nuove basi, adatto alle sfide in essere e in grado di rilanciare il processo di formazione della casa comune europea. Per questa ragione una parte dei contributi di questo numero sono dedicati ad affrontare i temi legati ai fondamenti sui quali costruire la casa comune. Dai temi ideali a quelli costituzionali. Dagli obiettivi di governo delle istituzioni alle responsabilità dei popoli. In quest’ottica è necessario comprendere attraverso quali strumenti implementare le politiche solidaristiche tra Paesi membri che rappresentano un punto essenziale per rilanciare il processo di formazione dell’Unione.
È importante riflettere su questi temi proprio perché i prossimi passi che dovremo compiere in Europa saranno su aspetti sempre più delicati su cui i cittadini europei hanno posizioni  e storie genuinamente diverse che occorrerà comporre nelle istituzioni comunitarie. Ad esempio, è sempre più evidente come non sia sostenibile una unione monetaria che non si accompagni anche a una unione fiscale. Ma tutto ciò richiede ai diversi Paesi di pensare in modo congiunto il nuovo modello di welfare da adottare in un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione e di una crescita esponenziale dell’immigrazione.