Ormai da tempo i Paesi europei stanno sperimentando un consistente aumento della vita media dei propri cittadini. Nello stesso tempo, i tassi di natalità sono rimasti costanti se non addirittura diminuiti. Ciò ha comportato un generale invecchiamento della popolazione. Dal punto di vista politico ed economico, le conseguenze di questo fenomeno sono estremamente rilevanti. Innanzitutto, una popolazione sempre più anziana richiede maggiori servizi di assistenza, sia sanitari che pensionistici; inoltre, una popolazione che invecchia significa anche una forza lavoro che invecchia: ciò comporta un ripensamento, tra le altre cose, delle soglie di accesso e di uscita dal mondo del lavoro, nonché dei meccanismi di protezione e di riqualificazione dei lavoratori quando il lavoro dovesse mancare. Si tratta di conseguenze economiche in cui però l’aspetto politico non è secondario: perché anche l’elettorato tende a invecchiare ed è quindi più resistente ai cambiamenti e maggiormente incline a conservare lo status acquisito.
Come reagiscono dunque i sistemi pensionistici a questo nuovo trend demografico? E quali misure stanno prendendo i legislatori nazionali? In questo contributo, presentiamo e commentiamo dati utili a capire la dinamica della spesa pensionistica in diversi Paesi europei; illustriamo inoltre alcune tra le riforme più recenti in una selezione di Paesi europei; infine, prendendo a pretesto e ad esempio l’Italia, concludiamo con qualche riflessione di carattere più generale.
Le pensioni in Europa tra passato e futuro
Cosa ci dicono i dati sulla spesa pubblica per pensioni nei principali Paesi europei? Come mostrano i dati dell’OCSE, la spesa pensionistica è aumentata in tutti i Paesi nel corso degli ultimi venti anni. In particolare, questa crescita ha riguardato proprio l’Italia, Paese in cui la quota di spesa pensionistica su PIL è cresciuta in vent’anni di circa il 50%, nonostante le numerose riforme che si sono succedute proprio a partire dal 1992.
Si tratta in questo caso di pensioni “old age” , vale a dire pensioni di vecchiaia o anzianità. Questa precisazione è importante, perché i sistemi pensionistici gestiscono anche altre forme di trasferimento, quali le pensioni per “superstiti” (in altre parole, quelle di reversibilità), quelle di invalidità e, infine, quelle assistenziali (trattamenti al minimo o integrazioni). È questo per esempio il caso proprio dell’Italia, Paese in cui il sistema pensionistico è stato ed è utilizzato come strumento redistributivo del reddito non solo tra periodi diversi della vita di una persona (il lavoro e la pensione, appunto), ma anche tra lavoratori diversi, tra generi diversi e tra generazioni diverse.
Da che cosa dipende la spesa pensionistica? Essendo la spesa pensionistica il prodotto di valore delle pensioni erogate e numero dei percettori di pensione, il crescere della spesa pensionistica può essere effetto dell’aumento del primo fattore, del secondo o di entrambi. La Tabella 2 aiuta a rispondere.
Il numero di pensionati è ovviamente molto variabile da Paese a Paese; più stabile se si guarda alla sua quota rispetto alla popolazione totale. Le differenze si possono spiegare in due modi: da un lato, per diversità demografiche. Uno sguardo alla Tabella 3 ci aiuta a rispondere che, in effetti, i i Paesi considerati sono caratterizzati da quote di popolazione anziana (gli over 65) su popolazione attiva (tra i 15 e i 64 anni) non sempre simili tra loro.
Dall’altro lato, le differenze nel numero di pensionati si possono spiegare con le differenze nei requisiti dei sistemi di welfare per accedere alle pensioni (“indice di eleggibilità”). Notiamo per esempio come in Spagna e Gran Bretagna la percentuale di pensionati (quindi non necessariamente tutti gli anziani) sulla popolazione sia circa del 20% mentre negli altri Paesi è ben oltre il 25%. Innalzare l’età pensionabile ovviamente diminuisce il numero di persone anziane che hanno diritto a ricevere una pensione.
Infine, un’altra variabile molto rilevante è il tasso di occupazione, visto che i contributi per finanziare le pensioni sono versati proprio dai lavoratori. Se un Paese è caratterizzato da un tasso di occupazione elevato significa che gli istituti pensionistici nazionali possono contare su un largo numero di contribuenti per finanziare le prestazioni erogate. La Tabella 4 illustra le differenze tra i Paesi considerati. La differenza tra il nostro Paese e la Spagna, da un lato, e Svezia e Germania, dall’altro, è abissale.
Quale sarà dunque la conseguenza di questi indicatori oggi sull’andamento della spesa pensionistica in futuro? La Tabella 5 presenta proiezioni dell’indicatore spesa pensionistica su PIL nei prossimi decenni. L’andamento rispecchia, oltre che le diverse situazioni economiche e demografiche dei Paesi, anche la capacità di interventi legislativi degli stessi nel corso di questi anni. È evidente come alcuni Paesi, come la Svezia, sembrano avere la situazione sotto controllo, mentre altri, come la Spagna in particolare, dovrebbero intervenire presto per evitare un’esplosione di questo capitolo di spese.
È dunque utile, prima di concludere, dare uno sguardo al funzionamento dei sistemi pensionistici in Europa e accennare brevemente alle riforme intraprese.
Riforme pensionistiche in Europa
Come stanno reagendo i Paesi europei che stiamo analizzando? In questa sezione presentiamo brevemente gli ultimi interventi approvati, tralasciando, per motivi si spazio, l’illustrazione del funzionamento e delle caratteristiche dei singoli sistemi pensionistici.
In Italia si è intervenuti in campo pensionistico sin dal 1992, anche se le riforme non sono mai state radicali e hanno sempre previsto periodi di applicazione molto lunghi. Unica eccezione la riforma Fornero del 2011, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile per uomini e donne a 67 anni dal 2018 (un aumento più lento per le donne del settore privato, mentre invece immediato per le altre categorie).
In Svezia, l’età pensionabile è di 61 anni, ma la sua caratteristica è di essere fortemente flessibile, in base alle esigenze, le preferenze, la carriera del lavoratore stesso. Da sottolineare come la riforma svedese del 1998 abbia sostanzialmente copiato la riforma Dini del 1996, prevedendo però una fase di transizione molto più veloce.
In Spagna, a seguito della riforma del 2011, l’età pensionabile è aumentata da 65 a 67 anni, con possibilità però di ottenere pensionamenti anticipati con un numero sufficiente di anni di contribuzione.
In Gran Bretagna, l’età pensionabile per gli uomini è di 65 anni, cui convergerà nei prossimi anni anche quella per le donne (al momento pari a 60 anni), in seguito alla riforma del 2007. Ulteriori innalzamenti di età sono al momento discussi dal legislatore.
Anche in Germania l’età pensionabile, al momento pari a 65 anni, sarà innalzata a 67 anni anche se nel corso di ben due decenni. Tuttavia, l’età pensionabile è già pari a 67 anni per coloro che sono nati dopo il 1964.
Infine, in Francia il diritto alla pensione si ottiene sia raggiungendo una certa età pensionabile (60 anni, in aumento a 62), sia avendo contribuito al sistema per 40 anni (in aumento a 41,5). In alternativa, è possibile ottenere la pensione al raggiungimento dei 67 anni.
Pensioni in Italia: siamo destinati a una guerra tra generazioni?
Il dibattito sulle pensioni assume spesso i contorni di una guerra tra generazioni. In effetti, in una popolazione che invecchia, le generazioni più giovani si trovano a contribuire sempre di più a finanziare quei trattamenti di welfare da cui loro, probabilmente, saranno esclusi in futuro.
La controversia ruota spesso attorno alla parola generosità. Le generazioni più giovani lamentano un sistema pensionistico troppo generoso per le persone anziane; queste ultime sostengono, dati ISTAT alla mano, che circa la metà delle pensioni non raggiunge i mille euro. Posizioni inconciliabili?
In realtà, il problema nasce dalla definizione che si dà al termine “generosità”. In un sistema pensionistico, una prestazione non può essere definita generosa o meno semplicemente in base al suo valore assoluto, bensì in base al rapporto esistente tra l’ammontare della prestazione erogata e i contributi versati al sistema nel corso della propria vita lavorativa. Le generazioni più giovani otterranno una pensione che sarà esattamente pari al valore attuale dei loro contributi versati, mentre le generazioni anziane hanno beneficiato di flussi pensionistici ben oltre i contributi versati. E che dire poi di chi ottiene un trattamento pensionistico senza avere mai contributo, ma solo perché ha raggiunto la famosa soglia dei 65 anni? Non sono forse pensioni d’oro anche queste? La differenza emerge come risultato di due metodi di calcolo: il contributivo, quello attuale, e il retributivo, quello passato, che sono completamente diversi.
Inoltre, non solo l’ammontare dei contributi versati rispetto alla pensione ricevuta è nettamente a favore delle generazioni anziane. Anche gli anni di contribuzione, alla fine, saranno inferiori. Anche un giovane che abbia deciso di continuare a studiare e che pure abbia cominciato a lavorare a venticinque anni, dovrà lavorare probabilmente fino a 70, quindi ben oltre i famosi quarant’anni considerati dalle generazioni passate come soglia massima di partecipazione al mondo del lavoro.
In quest’ottica, quindi, immaginare che anche gli attuali pensionati o lavoratori anziani possano partecipare a ulteriori riforme pensionistiche non sembra affatto una proposta scandalosa.