Quadrimestrale di cultura civile

Perché l'Europa è al tempo stesso vittima e indiziata?

di Berna González Harbour / Giornalista

Noi che coltiviamo il vizio del romanzo nero e giallo, affrontiamo ogni volta i problemi che sopraggiungono come lo scenario di un crimine, come un enigma che va risolto. E non è che nella crisi europea ci siano morti da arma da fuoco o che sia necessario lavorare nel settore giudiziario per capire da dove sia uscita la pallottola o in quale parte del cervello si sia conficcata, prima di sapere chi ha sparato.
In questo caso, il crimine è la debacle economica nella quale ci troviamo, che ha fatto piombare milioni di persone nella disoccupazione e migliaia di imprese e di progetti nel fallimento irrimediabile, così come l’incredibile caduta del mito della politica come toccasana di tutti i problemi. Anche la politica, infatti, è gravemente ferita. Così, quando proviamo a verificare quello che è successo, calandoci nei panni di grandi investigatori, emergono le prime domande basilari: Chi è la vittima? Chi è il colpevole? E ci troviamo di fronte a una verità inedita e scioccante: l’Europa è la vittima. E l’Europa è il colpevole. O, perlomeno, uno dei principali sospettati.
Le elezioni del prossimo mese di maggio al Parlamento Europeo, che rappresentavano una manifestazione di prim’ordine negli anni di maggior illusione in Spagna e negli altri Paesi, con il progetto europeista implicito, si trasformano in uno specchio nel quale nessuno di noi vorrebbe guardarsi. L’immagine riflessa non ci piace. In primo luogo, perché, per esempio, la partecipazione, che era del 63% nel 1979, è scesa al 45,5% nel 2004. E quest’anno non sarà tanto maggiore. In secondo luogo, perché le risposte che sono arrivate dall’Unione europea sono state insufficienti per affrontare una crisi di questa mole ed eccessivamente esigenti nell’imporre duri programmi di aggiustamento simultaneamente a tutte le economie in difficoltà. Quando la Germania e la Francia hanno affrontato le deviazioni dei rispettivi deficit annui, hanno anche affrontato tagli in un ambiente di sviluppo nato intorno alle loro economie. In quell’occasione lo abbiamo fatto tutti insieme. E abbiamo toccato il fondo tutti insieme.
Negli ultimi anni, inoltre, abbiamo imparato che le decisioni non si prendono tutti insieme, ma le prende Berlino. Noi europei non dobbiamo dividerci per ideologie o tendenze trasversali, per una maggiore o minore apertura all’immigrazione, per un maggiore o un minore impulso o per molteplici questioni di primo piano che oggigiorno dovrebbero articolare i veri pilastri della nostra convivenza. Tuttavia, la vera linea divisoria tra di noi è quella tra creditori e debitori. Il risultato di ciò è la divisione, l’esaltazione del valore patriottico di fronte al sud che sperpera o al nord che impone le sue condizioni: una gran fomentazione del populismo e la xenofobia in erba. Ho qui un dato: in Spagna, oggi, solo il 48% della popolazione ha fiducia nell’Ue, a fronte del 68% nel 2007 (Eurostat).
La convivenza europea è, quindi, la vittima, così come lo sono le tasche degli europei di fronte a una politica di aggiustamento simultaneo in un continente che ha sempre avuto bisogno di stimoli per crescere. E i colpevoli? Sono molti di quelli che hanno dato luogo alla prima onda dello tsunami. Però, dobbiamo riconoscerlo, i responsabili della mancata promozione di politiche più “ardite” per prevenire il crimine sono l’Europa in quanto progetto e i Paesi europei membri dell’Unione, nella quale siamo entrati privi di idee. E il non avere evitato questo ci ha reso, quantomeno, complici.
Ed è per questo che l’Europa, oltre che vittima, diventa anche un sospettato.