Si rincorrono brividi e sensazioni moleste nell’attuale corso dei rapporti fra la Russia e l’Amministrazione degli Stati Uniti. Qual è, infatti, la politica del Presidente Vladimir Vladimirovic Putin nel proprio Paese scosso dal vibrante post comunismo di molte repubbliche ex sovietiche come l’Ucraina, la Moldova e il Kirghizistan? E soprattutto quale sarà la sua politica in Medio Oriente? Il consenso americano alla politica russa in tema di lotta comune contro il terrorismo sembra attenuato, incalzato da altri avvenimenti quali i diversi atteggiamenti nei confronti della questione palestinese o della nuova dirigenza iraniana e delle sue propensioni nucleari. Persino i rapporti personali tra i due leader russo e americano sembrano in fase calante, se il Presidente Bush ha ritenuto, parlando a Riga il 7 maggio di quest’anno, di rivolgere una critica secca agli accordi di Yalta, monumento della alleanza tra Roosevelt, Churchill e il dittatore Stalin, oggi definiti, con critica retrospettiva, come intesa “per spaccare il mondo, consegnando al massacro dei gulag ed all’oblio popoli interi dell’Europa”. La Russia torna dunque a far notizia sulla stampa internazionale, sia dal punto di vista della azione repressiva di Putin contro gli oligarchi del proprio Paese, sia per l’incerta sua condotta nei confronti dei movimenti popolari nelle ex Repubbliche Sovietiche a forte presenza islamica. Putin inoltre, con la sua visita a Ramallah dello scorso aprile, ha voluto ricordare che lo Stato russo ha molto da dire sul conflitto arabo-palestinese e sulla via da percorrere per appianarlo. Anche gli interessi petroliferi dello Stato russo in Irak sono consistenti e devono fare ora i conti con l’occupazione americana di quel Paese. Il recente accordo con la Turchia e l’Italia per la costruzione e la gestione del gasdotto asiaticoeuropeo è una misura che rafforza il fronte dei musulmani moderati e la lotta comune occidentale contro l’integralismo. I conti con il terrorismo ceceno vanno invece a rilento e con ambigue condotte, visto che, a mesi di distanza, le inchieste sul massacro della scuola di Beslan non sono ancora giunte a conclusioni presentabili, nonostante il personale impegno del Presidente. Il rispetto e la memoria delle vite umane in Russia sono ancora carenti. Intanto, all’interno della Federazione Russa, va avanti la lotta contro gli oligarchi e il loro avvenire. La dura sentenza contro il più ricco e potente di loro, Mikail Khodorkovskij (da 12 a 25 miliardi di dollari di patrimonio) è sicuramente un monito per gli altri componenti della cupola di potere di Boris Eltsin, ormai scomparso dalla vita politica ufficiale assieme alla intraprendente figlia. In ombra, ma non del tutto scomparsi, sono momentaneamente il petroliere Boris Berezovskyij e il magnate della televisione Vladimir Gussinskij: in difficoltà ma non impotenti. Il “re dell’alluminio”, Oleg Deripaska, con un patrimonio di 3,3 miliardi di dollari, ha acquistato incautamente proprio la dacia che fu di Stalin in Abkhazia, accanto alla Georgia. La storia si ripete. “I figli dei nostri padroni saranno i padroni dei nostri figli”, prevede, amaro il quotidiano Obshajia Gazeta. Infatti, all’inizio di quest’anno, è stato nominato dirigente della Gazprombank, che detiene il monopolio del gas russo, il ventiquattrenne Alexsandr Ivanov, figlio dell’attuale Ministro della Difesa, già pari grado di Putin; il figlio dell’ex capo dell’amministrazione del Cremlino, Ilya Voloshin, è diventato dirigente della Conversbank. Il figlio del capo del Governo, Pyotr Fradkov, è stato nominato, a 26 anni, Vice Direttore Generale della terza compagnia marittima della Russia, la Fescp. Il figlio del Governatore della Regione di San Pietroburgo, la potente signora Matviyenko, che si chiama Sergei e ha 31 anni, è stato nominato Vice Presidente della Banca Statale Vneshtorgbank. Nella lista vi sono numerosi altri casi. Tanti da far pensare ad un incastro elaborato a tavolino, più che a un prodotto del caso, anche perché esso è un relitto del passato zarista e sovietico. Serve a preservare e circoscrivere il potere entro una cerchia privilegiata e sicura. Assomiglia assai da vicino al metodo usato da Eltsin che nominò Vice Ministro degli Interni Yuri Churbanov, marito di Galina Brezhnev, figlia del Segretario Generale del Partito Comunista. Il potere in Russia non è stato mai disponibile per la gente comune. Neanche sotto Putin, come sembra. Sta sorgendo una forma precisa di potere che non sfugge alla cultura politica nord americana e la allarma, perché del tutto sottratta alla scelta in un Paese che capitalista non è, anche se non è più una conquista, puramente di facciata, dei lavoratori. Insomma, che cosa è oggi lo Stato postsovietico? Certo, esso non è lo Stato illiberale del passato, strettamente bolscevico e perciò burocratico e classista, privato di ogni libertà, a struttura accentrata e senza alcuna forma di autonomia locale e di corpi intermedi. Esso pare, e forse è, soprattutto uno Stato slavista nel senso del suo orgoglio multinazionale e della sua voluta caratterizzazione in Europa e nel mondo. Aspira a svolgere un ruolo di cerniera forte con l’Islam a tendenza prevalentemente antiamericana. Non accetta al proprio interno nessuna spartizione con altre forze rilevanti in campo economico e nelle comunicazioni di massa, presentandosi come un regime limitativo in campo parlamentare e con una amministrazione pubblica fortemente autoprotetta e selettiva. È forse ancora troppo presto per poterlo definire con precisione e nemmeno noi lo facciamo, se non cogliendone le peculiarità e le tendenze nei vari settori. Da una parte, esso frena lo slancio di ogni clamorosa insorgenza contro il passato, ma soprattutto è attento ad evitare che l’Occidente cristiano si esaurisca in una troppo morbida acquiescenza all’amministrazione Bush. Infine, il legame con la Chiesa ortodossa è tale da non permettere ancora una chiara e reale libertà per tutti gli altri culti e Chiese. Parlando il 31 luglio 2003 a Sarov, un tempo città chiusa perché “città della bomba all’idrogeno”, nel centenario di San Serafino, il presidente Putin ha detto: “Queste celebrazioni sono rese possibili grazie al ristabilimento in Russia delle libertà spirituali e religiose. Noi apprezziamo altamente il contributo di ogni confessione religiosa che rafforzi lo Stato russo, la concordia tra i popoli della nostra Russia e la pubblica moralità”. Poi, spostandosi nel vicino “santuario” della potenza nucleare, dinanzi a duecento “pellegrini” selezionati, ha aggiunto: “Noi resteremo una superpotenza nucleare. Abbiamo accettato sul piano internazionale molte restrizioni legali ai test nucleari. Ma ciò non deve influire sul vostro lavoro, sulle vostre ricerche e studi. La Russia resterà una superpotenza nucleare”. Egli mostra di non gradire che nel vecchio spazio sovietico si installino basi militari degli Stati Uniti, come è avvenuto in Usbekistan e nel Kirghizistan. Ha già subito uno scomodo accordo per la presenza americana in Georgia. A Tiblisi non c’è più un interlocutore come Eduard Shevardnadze, né Leonid Kuchma a Kiev o Askar Akayev in Khirghisia. In Cecenia nonostante, anzi soprattutto, per il sangue sparso e gli orribili delitti di massa, il problema rimane irrisolto, aggravato da ritorsioni sanguinose. Ciononostante Putin sembra infaticabile nel suo sforzo di tessitura del nuovo Stato, di fronte alle attese del vicino Islam e del mondo. A me pare agisca soprattutto nel legittimo rafforzamento dello Stato economico dopo che la liquidazione della Yukos, la seconda azienda petrolifera del Paese, sembra aver spaventato gli investimentori stranieri in Russia. Ricevendo con inusuale solennità un gruppo di industriali, egli ha detto di essere favorevole ad una legge per ridurre da dieci a tre anni la prescrizione per i reati economici commessi in occasione delle incredibili privatizzazioni selvagge nella prima fase della arruffata presidenza Eltsin. E l’evidente ramoscello d’ulivo è stato così presentato: “Ciò permetterà alla nostra comunità di affari di guardare al futuro con maggiori certezze, di progettare piani di sviluppo e fare nuovi investimenti.” Putin, insomma, non ha ammainato il cartello che egli ha incorniciato sulla porta del Cremlino di Mosca e delle altri capitali delle Repubbliche fedeli: “Business as usual”. Una accorta combinazione di rispetto delle urne, a Mosca, e della piazza dove vi è costretto, come in Ucraina per il successo di Michail Yushenko (che purtroppo è già in difficoltà), di convenienza e spinte ideali, sorregge Putin e alimenta la sua difficoltà di gestire la transizione. “Avanti sulla via delle riforme”, lo ha incoraggiato un uomo che accese molte speranze e molte ne sprecò, Michail Serghevic Gorbaciov, oggi quasi dimenticato in Russia, almeno sul piano elettorale. “A distanza di venti anni la mia Perestroika ha vinto”, egli osserva con l’ottimismo della memoria. “Ci sono ancora tentazioni autoritarie, attacchi alla sanità pubblica, al diritto allo studio gratuito per tutti. Comunque, Putin ha presentato un perfetto progetto socialdemocratico nel suo messaggio politico di quest’anno all’Assemblea Federale e in quello dello scorso anno”. “Ora Putin dovrà scegliere: alcuni ingranaggi delle riforme si sono arrugginiti e vanno rimessi in moto al più presto”, ha concluso l’ex Presidente che nel 1985 divenne segretario del PCUS. Ascolterà questo consiglio il nuovo gestore del Paese più millenaristico della terra, la Santa Russia, dopo più di settant’anni di comunismo? Il nonno paterno di Putin, Spiridion, faceva il cuoco, e per la sua bravura lavorò in varie riprese presso la famiglia di Lenin e in una dacia di Stalin, dove rimase per molto tempo. Egli non ha trasmesso nessun gene pericoloso al nipote, pur avendo lavorato nella casa di vacanze del partito comunista a Iljinskoje passando, quindi, attraverso mille oculati scrutini della polizia politica. Putin è l’uomo della nuova Russia che più ha fatto per la riabilitazione e la riammissione della proprietà privata fra i valori cardine del nuovo Stato, che più si è impegnato nella mutazione strutturale dell’economia e nella promozione di piccole e medie imprese, che infatti appoggiano il Presidente, che è riuscito a contenere l’inflazione in limiti sopportabili, anche favorendo i consumi interni e la non totale dipendenza dall’esportazione di petrolio. Sembra pertanto che abbia le caratteristiche positive per guidare la Russia verso la trasformazione in un Paese “normale”. È accreditato di un indice di gradimento elettorale che s’avvicina al 70% dei suffragi, per la sua determinazione nella lotta contro il terrorismo domestico, responsabile tra l’altro, di eccidi come quello della distruzione di un intero palazzo a Mosca con tutti i suoi abitanti. Gli saranno di ostacolo i fantasmi di quegli ingranaggi del potere predominante che fu, più del partito, il KGB? Lo esalta l’idea dell’orgoglio “Grande russo”, come forza e ruolo dello Stato da grande potenza e “specificità russa”? Correttamente, secondo il parere di chi scrive, un saggista ed esperto di storia russa già inviato a Mosca e a Pechino, Fernando Mezzetti, ha scritto nel 2003: “I prossimi anni ci diranno se nella storia Putin occuperà una nota a piè di pagina quale responsabile di un nuovo autoritarismo in Russia, o come scrittore di densi capitoli di una meravigliosa trasformazione della Russia quale parte integrante dello spirito europeo”. Una cosa rilevante, comunque, Putin di recente l’ha fatta, emblematicamente. Egli ha cancellato con un suo provvedimento la festa del 7 novembre, che ricordava universalmente l’inizio della Rivoluzione bolscevica del 1917, e l’ha sostituita con quella del del 4 novembre, Festa dell'Unità Nazionale, in ricordo della vittoria alla Beresina nel 1812 dei russi sui francesi e i polacchi che avevano invaso il Paese e occupato Mosca. La rivoluzione quindi non dovrà essere più ricordata né festeggiata. Con un sapiente e accorto colpo di spugna il Presidente ha abrogato il passato e innovato il futuro.
Approfondimento. Putin: tra passato e futuro
di Massimo Caprara / Editorialista de Il Giornale
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