Italia: un deficit crescente di competitività
Di fronte alla crescente concorrenza indotta dalla globalizzazione dei mercati, l’Italia si trova a dover far fronte a un’attrattività e competitività decrescenti. Riguardo al primo punto, la United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD) ha diffuso nei giorni scorsi il World Investment Report 2005. Della dettagliata analisi vale la pena di sottolineare, in particolare, la bassa quota degli investimenti diretti esteri (IDE) nel nostro Paese, che nel 2004 si è aggiudicato solo il 2,5% dei capitali mondiali, una quota cioè significativamente inferiore a quella conseguita da altri Paesi dell’Ue. Sul fronte della competitività, i vari indici elaborati a livello internazionale segnalano un costante arretramento del nostro Paese. Un dato su tutti può essere emblematico: l’export italiano sta perdendo quote di mercato sul fronte internazionale tanto che, a prezzi correnti, l’incidenza delle nostre esportazioni a livello mondiale è passata dal 4,8% del 1996 al 3,8% del 2004. Non è possibile qui analizzare dettagliatamente le concomitanti cause storiche di questo fenomeno, che comunque può essere riduttivo imputare unicamente alla dinamica dei tassi di cambio e all’ascesa di nuovi Paesi emergenti sulla scena mondiale (ascesa talvolta caratterizzata da una concorrenza sleale o, addirittura, da fenomeni di illegalità). Se è pur vero che l’ingresso di questi nuovi soggetti sul mercato mondiale ha comportato una continua erosione delle quote detenute dai Paesi sviluppati, è tuttavia necessario identificare alcuni elementi che rischiano seriamente di porre il nostro Paese in una situazione ad alto rischio, specie nei confronti di non auspicabili future crisi economiche internazionali.
Il peso dei costi e della rendita
L’Italia presenta alcuni inopportuni freni allo sviluppo economico e alla competitività delle sue imprese. Tra questi, è opportuno ricordare che negli ultimi dieci anni il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) nell’industria in senso stretto è cresciuto del 23% in Italia, mentre non ha subito particolari variazioni in Germania (+1,4%) ed è addirittura diminuito in Francia (-9%). Ciò è dovuto ai diversi andamenti sia del costo nominale del lavoro, sia soprattutto della produttività del lavoro stesso. Occorre, poi, sottolineare la scarsa concorrenza nel settore dei servizi: il persistere di monopoli ed oligopoli rende il loro costo più elevato in Italia che negli altri paesi europei. Un esempio di ciò può essere rintracciato nel costo dell’energia elaborato dall’Eurostat, che pone l’Italia al secondo posto nell’area dei principali paesi euro. Un altro elemento degno di essere evidenziato è l’eccessiva regolamentazione legislativa e burocratica. Secondo uno studio dell’OCSE del 2003, l’Italia risultava, infatti, uno dei paesi più regolamentati tra le economie sviluppate, prendendo in considerazione le procedure amministrative, le privatizzazioni, la regolamentazione dell’economia e le restrizioni al commercio e agli investimenti. Analoghe considerazioni si possono trarre dal rapporto Doing Business redatto dalla World Bank nel 2004 che evidenzia l’abnorme carico di costi che avviene in Italia. Da ultimo, si può ricordare che l’ultima edizione del World Retail Banking ha evidenziato che i costi di un conto corrente bancario in Italia nel 2005 sono stati oltre il doppio della media mondiale. Da queste sintetiche considerazioni, risulta evidente che, proprio nella fase storica in cui il nostro paese si trova a dover affrontare la sfida di una maggiore concorrenza, i soggetti economici devono fare i conti con costi non competitivi, determinati da un eccessivo carico fiscale, da una maniacale regolamentazione e da distorsioni del mercato determinate soprattutto da privilegi e da posizioni di rendita. Su quest’ultimo punto è interessante ricordare un’osservazione dei due economisti Rajan e Zingales: «Un mercato competitivo è una forma di bene pubblico (un bene, come l’aria, di cui tutti beneficiano ma che non può essere venduto ai singoli) … I peggiori nemici del capitalismo non sono i sindacalisti agitatori con la loro critica corrosiva verso il sistema, bensì i dirigenti in abiti gessati che decantano le virtù dei mercati competitivi in ogni discorso, mentre tentano di sopprimerli con ogni azione»1. Quanto appena detto non sottintende una dichiarazione di cieca fede in presunte automatiche capacità salvifiche del libero mercato, ma vuole riconoscere che il mercato stesso dev’essere «un gioco trasparente ed equo, al quali tutti possono partecipare e nel quale prevalgono coloro che fanno fruttare le risorse nel migliore dei modi» .
Il territorio come fattore di competitività …
Per superare il serio problema di competitività dell’Italia, è necessario porre rimedio alle distorsioni cui si è appena fatto cenno e anche riconoscere l’importante elemento di sviluppo luppo costituito dal territorio, che è un prodotto complesso e composito, caratterizzato dalla coesistenza di elementi fisici strutturali, componenti transitorie, fattori immateriali, relazioni tra soggetti e servizi. Considerare il territorio come leva di crescita è importante perché «la competizione in un’economia globale tende a porsi come competizione tra sistemi regionali, e le decisioni d’insediamento e investimento delle imprese dipendono da specifiche condizioni ambientali più facilmente realizzabili a livelli sub-nazionali piuttosto che nazionali: agilità burocratica, flessibilità dei fattori della produzione, equilibrio tra gli stessi, possibilità di cooperazione tra imprese»2. Fino a un certo periodo della storia italiana, il territorio era considerato solo un “contenitore” in cui operavano singole attività, singole imprese, singole amministrazioni, cioè monadi separate che si comportavano in modo indipendente le une dalle altre. Raramente si configurava come un sistema organizzato di imprese di produzione, di servizi, di amministrazioni, di persone fisiche con i loro bisogni e le loro aspettative. In tempi più recenti (grazie anche al ruolo assunto dai distretti industriali), il territorio ha cominciato, invece, ad assumere una sua identità e una sua responsabilità di sviluppo. Si è compreso, cioè, che ogni attività economica è radicata in un luogo fisico e che, in particolare, «l’uomo è sempre “contestato”, è sempre dentro la trama, la ressort di un contesto»3. L’economia ha riscoperto il territorio soprattutto perché, in un’ottica di competitività, esso svolge almeno due fondamentali ruoli, strettamente collegati tra loro.
… perché è depositario di conoscenze e di capitale sociale …
Il primo riguarda il valore cognitivo presente nel territorio. È sempre più chiaro che il territorio è, innanzitutto, depositario di conoscenze, che - essendo legate all’esperienza di chi opera e vive nel contesto locale - sono condivise da produttori, lavoratori, consumatori, istituzioni locali. Oggi si prende coscienza che una parte sempre più importante delle conoscenze è localizzata, ossia legata ai luoghi in cui ha preso forma e in cui viene riprodotta e continuamente rinnovata. I fattori di competitività e attrattività sono sempre più dipendenti non tanto dalle convenienze localizzative classiche (distanza, posizione, dotazioni, costo del lavoro, ecc.) quanto dal capitale cognitivo che si è sedimentato in quei luoghi, rendendoli diversi l’uno dall’altro. Diventa sempre più evidente che «vince non chi è grande o piccolo, non chi è americano o giapponese, ma chi - facendo parte di una rete estesa ed efficiente - impiega creativamente le sue conoscenze intellettuali, relazionali e sociali»4. Per esempio, è significativo sottolineare che uno dei motivi principali della forte capacità imprenditoriale presente nel territorio milanese può essere ritrovato proprio nella sua propensione a creare relazioni (spesso informali) tra gli attori del sistema locale e a sviluppare network tra soggetti portatori di interessi diversi. La recente storia della Fiera di Milano può essere, da questo punto di vista, un’esemplificazione significativa: la sinergia tra soggetti pubblici e privati nell’arco di poco più di due anni ha portato alla realizzazione del nuovo polo fieristico di Rho-Pero, che svolgerà un ruolo propulsivo a favore dello sviluppo economico dell’intero territorio lombardo e nazionale. Quest’ultima osservazione permette di chiarire che il concetto di “capitale territoriale” è al tempo stesso relazionale e funzionale, e comprende elementi eterogenei e diversi tra loro, come il patrimonio storico materiale e immateriale, il capitale fisso derivante da impianti e infrastrutture, il capitale cognitivo sociale. Tutti questi fattori hanno però in comune queste caratteristiche sostanziali: essere stabilmente incorporate ai luoghi, essere difficilmente reperibili altrove con le stesse qualità, non essere ovunque producibili nel breve periodo e con le stesse performance. Il “capitale territoriale” - specie nel suo aspetto cognitivo, di “capitale sociale” - non è mai rientrato nei canoni dell’analisi economica classica perché si fonda prevalentemente su elementi che possono essere condivisi mediante l’esperienza diretta di vita o di lavoro nel luogo dove sono sedimentati. L’accesso per esperienza non è né pubblico, né privato, ma è invece legato alla condivisione pratica di problemi e urgenze storiche, soluzioni tecniche, linguaggi da mantenere e innovare, relazioni tra soggetti privati e istituzioni pubbliche; si assorbe in questo modo tutto il sapere accumulatosi nel luogo, «un sapere che è facile osservare ma che, per essere assimilato, richiede di essere interpretato attraverso la capacità tacita che solo la condivisione diretta può dare»5. Vorrei, su questo punto, proporre due osservazioni aggiuntive e complementari. Innanzitutto, il “capitale sociale” ha un potere moltiplicativo, cioè ha la capacità - proprio attraverso la condivisione - di diffondersi e, diffondendosi, di aumentare di significatività e capacità di incidenza. Inoltre, questo tipo di conoscenza può essere condivisa e moltiplicata senza costi, perché non si consuma con l’uso. Il processo cognitivo, attivabile all’interno del territorio, diventa quindi una convenienza esplicita ed esplicitata. Se il ruolo del territorio in termini di aumento della competitività è la valorizzazione del suo complessivo capitale cognitivo, il punto qualificante riguarda la necessità di investire sul cosiddetto “capitale umano”, inteso come la sistematica e continua formazione di coloro che, mossi da un ideale e dal loro desiderio, vogliono partecipare al cambiamento della realtà propria ed esterna. In altri termini, la concorrenzialità di un sistema economico non dipende solo dal capitale fisico in cui si è investito, ma anche e soprattutto dalle conoscenze possedute dal capitale umano che vi partecipa. Questo comporta che l’organizzazione dei sistemi di istruzione e di formazione professionale, anche in termini di aggiornamento durante l’arco della vita lavorativa, è fondamentale per determinare il livello di produttività e di competitività del territorio ed è un elemento che influisce direttamente sulla sua crescita economica. In quest’era della conoscenza, sta diventando sempre più chiaro che sviluppo e posizionamento competitivo dipendono, in realtà, dalla quantità e dalla qualità dei processi di apprendimento - realizzati sul territorio - “da” e “per” il capitale umano; dalla possibilità di accedere alle conoscenze distribuite in reti ampie e affidabili di specialisti esterni e partner strategici; e, infine, dalla capacità di propagare, in bacini d’uso sempre più ampi, le conoscenze possedute, estraendone, alla fine, il massimo valore sociale ed economico possibile. Per sostenere la competitività delle aziende occorre introdurre nuove figure aziendali capaci di gestire filosofie e governance che implichino miglioramenti di tipo organizzativo, gestione di nuove metodologie e di tecniche sempre più avanzate. Non a caso le imprese dell’area milanese, che costituiscono uno dei sistemi territoriali tra i più avanzati d’Italia, hanno investito in modo rilevante sulla formazione. Un’autorevole indagine6 condotta tra le aziende di questa provincia ha messo in evidenza che:
• la diffusione delle attività di formazione è passata dal 57% del 1992 al 73% del 2004, arrivando a sfiorare la totalità (97%) nelle aziende con oltre 100 dipendenti;
• lo skill ratio (la percentuale di dipendenti ad elevata professionalità) nello stesso lasso di tempo è aumentato complessivamente del 27%, mostrando una significativa crescita (+33,5%) anche nelle PMI. Per evitare una possibile implosione dell’economia italiana, è necessario, quindi, porre seriamente il problema di un cambiamento di mentalità nei confronti del capitale umano. La “produzione di merci a mezzo merci”, che Sraffa descriveva mezzo secolo fa, è diventata produzione di valore a mezzo conoscenza e, in certi casi, produzione di conoscenza a mezzo conoscenza. In un mondo in cui la velocità dei cambiamenti tecnologici è tale che il contenuto insegnato (o appreso lavorando) in un dato istante è reso obsoleto nell’istante successivo, la migliore formazione consiste nella comunicazione non tanto di un contenuto (specifico o generale che sia), ma soprattutto di un metodo di apprendimento, di un percorso professionale che consenta a ciascuno di dotarsi di quegli strumenti (concettuali e relazionali) necessari in una realtà in continua evoluzione.
… e perché è il luogo dell’innovazione
Il secondo ruolo del territorio riguarda la sua funzione di stimolo all’innovazione. Non c’è innovazione vera senza capitale cognitivo, senza capitale territoriale, senza capitale umano. La capacità innovativa di un’area geografica dipende in misura notevole dal network di conoscenze che le imprese sono in grado di attivare sul territorio, sia con altre imprese, sia con altri soggetti, quali università e centri di ricerca. La produzione di conoscenza, indispensabile per attivare innovazione e crescita, resta radicata sul territorio, nonostante il trasferimento di informazioni a livello globale avvenga ormai in tempo reale. Di conseguenza, le fonti del vantaggio competitivo continuano a risiedere nelle caratteristiche dei sistemi locali di innovazione, luoghi di generazione delle conoscenze e delle relazioni tra soggetti economici. L’attività innovativa ha una natura cumulativa: ogni nuova innovazione poggia sulla conoscenza scientifica generata da precedenti innovazioni e contribuisce ad aumentare la base cognitiva dalla quale si svilupperà ulteriore innovazione. Per questo, le regioni che hanno accumulato nel tempo alti livelli di attività innovativa possiedono un patrimonio che facilita la generazione di altre innovazioni. È importante a questo punto, però, proporre un’osservazione: a mio avviso, è riduttivo legare aggettivi alla parola “innovazione”; sempre più spesso, infatti, si sente parlare di innovazione di tecnologie, di processi, di prodotti, di relazioni, di approcci ai mercati, ecc. È necessario, invece, pensare all’innovazione come a un fatto globale e continuo, che comprende tutti gli aspetti sopra citati ma che non si esaurisce in nessuno di essi. L’innovazione è, prima di tutto, un atto imprenditoriale che lega il sistema dei mercati alle potenzialità emergenti dal progresso tecnico e dalle conoscenze. Essa stessa è una forma privilegiata di conoscenza, perché sperimenta possibilità che nascono dall’intuizione e dall’assunzione di rischio da parte dell’imprenditore. In quest’ottica, si può dire che l’innovazione fa da cerniera tra la sfera economica e quella cognitiva, perché garantisce che l’economia possa utilizzare ai propri fini i progressi del capitale sociale e che questo possa essere rialimentato, a sua volta, dalle risorse economiche generate. E questo processo biunivoco è certamente facilitato dalla prossimità territoriale dalla rete di relazioni tra i diversi attori del panorama locale.
Due ultime considerazioni
Al termine di questo contributo, è opportuno proporre due brevi considerazioni finali. La prima: il contesto territoriale in cui opera l’impresa ne influenza pesantemente le prestazioni. Diventa sempre più evidente che il successo aziendale passa attraverso la crescita del sistema produttivo locale a cui l’azienda stessa appartiene. Questa consapevolezza implica che i soggetti economici riconoscano che innovazione, qualificazione del lavoro, produttività delle risorse non possono essere efficientemente perseguite in modo individuale. L’obiettivo è quello di passare da un sistema di imprese competitive a un sistema competitivo di imprese. La seconda: quanto auspicato a proposito del territorio ha due nemici, che sono sia la deriva localistica, sia la pretesa accentratrice statalistica. Il territorio non è un rifugio davanti al turbinio della globalizzazione, ma può essere il luogo dove affrontare l’inarrestabile processo di globalizzazione in modo competitivo e concorrenziale, a patto che vengano valorizzate appieno le sue caratteristiche e sviluppate le condizioni che lo possono portare all’eccellenza. Una ragionevole strategia di sviluppo non può che partire dal riconoscere l’eccellenza dove essa già esista e deve indirizzare le risorse al sostegno e al consolidamento di queste stesse eccellenze.
Note e indicazioni bibliografiche
1 R. G. Rajan e L. Zingales, Salvare il capitalismo dai capitalisti, Torino, 2004
2 R. G. Rajan e L. Zingales, Salvare il capitalismo dai capitalisti, op. cit.
3 L. Antonini e G. Lombardi, La difficile democrazia. La speranza della sussidiarietà in AA.VV., Un “io” per lo sviluppo, Milano, 2005
4 L. Giussani, Una presenza che cambia, Milano, 2004
5 E. Rullani, Economia della conoscenza. Creatività e valore del capitalismo delle reti, Roma, 2004
6 E. Rullani, Economia della conoscenza. Creatività e valore del capitalismo delle reti, op. cit.
7 Centro Studi Assolombarda, Indagine annuale sul lavoro - Anno 2004, Milano, 2005