Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. Capaci di rischiare

di Daniele Manca / Caporedattore responsabile della pagina economica del Corriere della Sera

N.M. ha 40 anni. Due figli. Da tre anni anche una laurea in scienze politiche. È impiegata in un ministero romano come operaia. Della sua laurea tra i suoi superiori nessuno le ha mai chiesto nulla. Lei è contenta, i suoi figli la guardano con più rispetto e la utilizzano assieme agli amici un pochino di più quando li aiuta negli impegni scolastici. Sta pensando di prenderne un’altra. S. F. ha poco meno di 17 anni. Fa parte di quegli oltre 700 ragazzi italiani che non sono riusciti a entrare tra i 26 italiani che a ottobre sono partiti chi per Singapore chi per il Canada chi per Duino per frequentare gli ultimi due anni di studi superiori presso lo United World Colleges. Due anni lontani dalla famiglia, in un collegio di lingua inglese e lingua del paese locale per essere educati ai valori della tolleranza e della solidarietà, per sviluppare spirito di iniziativa e di adattamento. Nessuno probabilmente contatterà quei 700 ragazzi. È un fatto purtroppo: lo spirito prevalente nel Paese è quello di chi è impegnato a garantirsi il passato, più che il futuro. Più che a cogliere nella società i germi dell’apertura, il desiderio di crescere, il suo essere sempre più avanti di chi la racconta, si è impegnati piuttosto a tentare di riformarla. Quasi che una modifica radicale, perché anche una riforma è tale, possa dare chissà quale spinta al cambiamento e alla crescita. Ma è lo spirito di una nazione che può rendere i cambiamenti positivi e non il cambiare in sé. Prova ne sia l’impressionante numero di economisti oggi impegnati a spiegarci dove siamo. Sono le autentiche star del Paese. Ancora qualche anno fa Giorgio Ruffolo1 ricordava la storiella della mongolfiera: . Già, gli economisti potrebbero essere molto utili. Ma se, come dice ancora Ruffolo, una volta informati dalla politica sulla direzione da raggiungere, si dedicassero a suggerirci il modo migliore per giungervi. E non a illustrarci dove siamo. Se si fa una riforma del lavoro che, invece di incrementare il senso di opportunità offerto dalla comunità, alimenta, a torto o a ragione, l’incertezza, si sta percorrendo la strada nella giusta direzione? O si è dimenticato qualcosa? Non si è forse pensato a riformare il passato senza porsi il problema del futuro, la mancanza ad esempio di aspetti solidali necessari in norme che comunque introducono elementi di instabilità? Dibattersi in una lotta senza fine per riassestare, migliorare, quanto conquistato e guadagnato senza preoccuparsi di farne motore per il domani rende i risultati perlomeno astratti se non controproducenti. I passi verso il cambiamento hanno bisogno di sostegno civile, di senso della prospettiva, di strutture, di organizzazioni sociali che ne diventino ossatura, altrimenti l’esercizio rischia di diventare fine a se stesso. C’è un Paese impegnato a diffondere al massimo le capacità. Più che a educare. Ma anche solo fermandosi alle capacità, si è pronti a premiarle? C’è un analogo impegno nell’assecondare i migliori? Che non significa solo e soltanto selezionare. Ma premiare chi è migliore davvero. E non chi è abile a superare un percorso accidentato concentrandosi sul sé. L’occupazione è forse il problema dei problemi. Ma quanto si usa chi un lavoro già ce l’ha, alimentando il naturale desiderio di crescere, di aprirsi, di intraprendere, di contribuire così allo sviluppo? Sono sempre meno le scuole, le università aperte la sera, aperte a chi un posto nella società ce l’ha già e che dovrebbe aiutare le nuove generazioni a trovarne per sé. Il timore più che la speranza guida le scelte. La paura è che i giovani possano trovare tutto già occupato. Il sentimento prevalente dell’incertezza e della solitudine di fronte agli accadimenti, spinge alla chiusura e non all’apertura verso il nuovo. Quasi si ricercasse il cambiamento nell’immobilità. O l’immobilità nel cambiamento. Sembra smarrito quello che rese grande l’Italia, le città, le comunità: l’inventare per sé e gli altri. Quello che gli storici chiamano e che forse fu il contributo maggiore allo sviluppo europeo. David Landes2 racconta di come la Cina sotto la dinastia dei Ming (1368-1644), al culmine del suo splendore, vivesse sotto una sorta di soffitto di seta. Lo Stato interferiva su ogni aspetto della vita. Fino a determinare lo stallo di una civiltà che aveva sopravanzato il mondo intero. E questo mentre l’Europa entrava in secoli che avrebbero visto svilupparsi un mondo fatto di innovazione ed emulazione, che sfidava gli interessi personali e incalzava le forze conservatrici. Premiava la versatilità, l’apertura, la gioia di sperimentare, il piacere del rischio, dell’intraprendere, dell’impresa. Il fallimento di Icaro era una possibilità. Una. Appunto. La speranza ne racchiudeva e ne racchiude molte di più.

Note e indicazioni bibliografiche

1 Giorgio Ruffolo, “Cuori e Denari”, 1988, Torino

2 David Landes, “Ricchezza e Povertà”, 2001, Milano