Innovazione e competitività
In questi giorni il tema più dibattuto, non solo nelle pagine economiche, riguarda lo straordinario ed impetuoso sviluppo dell’estremo oriente e dell’India che a molti appare impensabile o, quanto meno, non facilmente prevedibile. Al contrario sarebbe stato sufficiente ricordarsi di quanto avvenuto in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale, fino agli anni 70-80, per rendersi conto che, su scala ridotta e con alcune differenze, sostanzialmente eravamo stati noi in quegli anni ad essere i “cinesi” e gli “indiani”. Non solo bassi salari, moneta debole (e quindi competitiva nelle esportazioni), minore attenzione di altri Paesi nostri concorrenti al welfare e ad altre limitazioni relative sia ai rapporti economici che, ad esempio, all’ambiente; ma anche, e soprattutto, grande voglia di fare, grande capacità di sopportazione di sacrifici, tensione elevatissima all’istruzione vista come elevazione culturale e sociale ed alla innovazione. Enorme competitività quindi non soltanto sui costi di produzione, ma anche e soprattutto, sulla innovazione sia di alto livello, necessariamente collegato alla ricerca, sia di modifiche intelligenti di prodotto e di processo, sempre con una particolare attenzione alla formazione lungo tutto il percorso, dalle elementari all’università ed alla stretta collaborazione fra mondo industriale e scuola: si pensi come esempi agli istituti tecnici ed ai Politecnici. Non dimentichiamoci di aver avuto un premio Nobel per la Scienza nel 1963 totalmente “di casa”, proprio attraverso un lavoro congiunto di università ed impresa e dell’attività come docenti in quasi tutti gli istituti industriali di manager e professionisti di impresa! Poi, quasi senza rendercene conto, molto si è dissolto. Si è pensato che la formazione fosse un fatto secondario, mentre demagogicamente si chiedeva “un titolo per tutti”, senza molto curarsi della qualità, si è creata una frattura fra mondo della formazione e contesto esterno, con una pressocchè totale autoreferenzialità del primo; si è pensato di poter fare a meno della ricerca, sia da parte del pubblico che del privato, ci si è quindi quasi esclusivamente concentrati su prodotti “maturi” e sull’arma della svalutazione. Questa arma si è spuntata e non esiste alcuna possibilità di competere sui prodotti maturi, con l’intervento sul mercato dei Paesi dell’oriente asiatico ed europeo. L’innovazione risulta essere il fattore vincente, tenendo conto inoltre della aumentata velocità dell’innovazione stessa con conseguente riduzione della vita dei prodotti, della sempre maggiore complessità sia tecnologica sia legata ad una maggiore interazione di una molteplicità di fattori diversi, che richiede un atteggiamento mentale ed una formazione anch’esse nuove. Tale situazione - ben sintetizzata in un recente saggio scritto da due politici italiani: “Eravamo un Paese grande in un mondo piccolo, ora siamo un Paese medio-piccolo in un mondo grande” [Bersani-Letta 2004] - creatasi in tempi brevissimi, ha generato in molti imprenditori italiani un certo smarrimento. La prima reazione, anche comprensibile, è stata quella di pensare che la soluzione ai problemi generati da questa nuova e imprevista concorrenza stesse in una diversa politica di prezzi basata sul contenimento dei costi. Questa politica, invero, si è generata soprattutto come reazione obbligata dai comportamenti poco lungimiranti delle imprese di cui le piccole sono fornitrici (le imprese italiane sono in maggioranza “terziste”). Le alternative che più frequentemente si sono viste adottare sono la “chiusura” dell’attività, attuata in vari modi, e la delocalizzazione delle attività produttive, in tutto o in parte. Questa ultima politica, se ben gestita, consente all’azienda di sopravvivere e ai suoi proprietari di conseguire ancora un utile e questo, sicuramente, è positivo per l’imprenditore ma non lo è per il territorio che non può, ovviamente, delocalizzarsi. Quest’ultima politica, inizialmente seguita principalmente dalla impresa media e grande, ha portato anche la piccola , in quanto in molti casi è “terzista”, a seguire il suo principale cliente; da un po’ di tempo a questa parte però anche la piccola impresa ha percorso una politica di delocalizzazione in modo autonomo in quanto i vincoli ed i costi alla mobilità sono diminuiti, mentre in taluni casi le norme ed i vincoli da seguire, dettati ai vari livelli, dall’Ue alla amministrazione locale diventano sempre più stringenti e costosi. Va peraltro notato che la delocalizzazione non è “una tantum” in quanto i fattori economici di vantaggio continuano a mutare e, pertanto, l’imprenditore deve essere sempre pronto a trasferirsi. Chi pensa di aver risolto il suo problema una volta per tutte sbaglia [Saxenian 2004].
Una nuova teoria economica sull’innovazione
Di fronte alla rivoluzione in atto, dimostrano tutti i loro limiti la teoria neoclassica dell’impresa e, di conseguenza, una concezione riduttiva di competitività. Secondo la teoria tradizionale, essendo produttività e crescita una funzione della combinazione di tre fattori produttivi: terreno, forza lavoro e capitale, ciò che non trova spiegazione in questi tre fattori viene collocato all’interno di un “recipiente” generico (“residuo”), di dimensioni elevate, ma che la teoria non è in grado di spiegare, per cui anche la tecnologia viene ricompresa in questa categoria. Il limite fondamentale di tale teoria consiste nell’incapacità di spiegare adeguatamente la dinamica economica, poteva tuttavia sembrare funzionare nell’economia fordista, caratterizzata da mercati locali e stabili, da ritmi lenti nell’innovazione, da prodotti “semplici” e da forti interventi statali. Al contrario, l’economia odierna è caratterizzata da un mercato globale e turbolento, dalla velocità dell’innovazione, dalla complessità dei prodotti e, soprattutto in Europa, da limitati poteri di intervento degli Stati nazionali. Il potere di intervento “diretto” è diminuito sempre di più, mentre è aumentata la rilevanza di interventi “indiretti” sia legati a tutto il processo formativo, ad esempio per quanto concerne le misure di sostegno e la valutazione della qualità, sia per il finanziamento e la valutazione della ricerca, che costituiscono un fattore formidabile di leva anche per gli investimenti privati. Da questo punto di vista l’attenzione alla strategia della pubblica amministrazione sulla formazione e sulla ricerca deve essere massima, per quanto riguarda sia le normative (ad esempio relativamente all’autonomia del singolo e della specifica istituzione) sia la valutazione e la conseguente attribuzione di risorse. In tale contesto, hanno preso consistenza approcci diversi rispetto a quello tradizionale, approcci che fanno leva sugli asset immateriali e, in particolare, sul capitale umano, inteso come fattore di miglioramento della capacità produttiva e non solo come prodotto dell’istruzione, ma prima di tutto come educazione [Vittadini 2004]. Tale approccio appare più capace di spiegare fenomeni di successo, e ovviamente di insuccesso, nel sistema economico; più capace di rendere ragione di apparenti paradossi non solo nella situazione attuale, ma anche della dinamica economica del passato, ad esempio la leadership mondiale dei distretti italiani, caratterizzati da piccole e micro imprese, in taluni settori produttivi. Del valore del capitale umano nell’impresa si trova traccia nel pensiero economico a partire dal ‘700 [Smith 1848; Cattaneo 1861], ma la sua centralità è stata affermata e riconosciuta solo di recente [Becker 1975]. In particolare, solo all’interno di questa teoria trova adeguata spiegazione quel fenomeno di cui si riconosce oggi l’importanza e la decisività, al fine della competitività dei sistemi, e cioè l’innovazione. Le imprese, infatti, possono competere con successo quando offrono i prodotti e i servizi nuovi e/o migliori e/o più economici che i mercati e i clienti richiedono e che le imprese concorrenti non sono in grado di fornire. Pertanto, il vantaggio competitivo consiste nella capacità di fare e produrre in modo migliore e meno costoso, ovvero di fare e produrre cose nuove [Dodgson, 2002].
Impresa e innovazione
Tale affermazione comporta alcune conseguenze fondamentali. Innanzitutto, che l’innovazione non è riconducibile unicamente alla tecnologia: la tecnologia è solo un aspetto dell’innovazione ed è, essa stessa, un prodotto dell’innovazione. L’innovazione, in senso ampio, include le attività di conoscenza, tecnologiche, organizzative, finanziarie, industriali, comunicative che sfociano nell’introduzione sul mercato di un prodotto nuovo o migliore, oppure di un apparato o processo di produzione o di distribuzione nuovo o migliore. Da questo punto di vista, dunque, si può affermare che esiste una coincidenza assoluta tra i termini impresa e innovazione. E questo per due ragioni. Innanzitutto, l’innovazione riguarda ogni impresa e ogni singola area dell’impresa: l’innovazione non è un settore, ma una dimensione trasversale dell’impresa. Essa riguarda non solo il settore ricerca e sviluppo (che pure è sottodimensionato per quanto riguarda l’investimento sia pubblico che privato). Relativamente all’investimento pubblico va notata la carenza nella individuazione di una strategia sul lungo termine, che permette fra l’altro di concentrare le risorse per riuscire a superare la massa critica, e la scarsa attenzione, a cui si sta cominciando a mettere mano solo da poco, sulla valutazione. Per quanto concerne poi il privato, indubbiamente la scarsità di imprese di rilevanti dimensioni è un fattore importante, ma va altresì sottolineato che anche la media (e talvolta la piccola) impresa, se opera in settori di nicchia ad alto valore aggiunto deve mantenere un livello elevato di ricerca. Il problema è che la maggior parte delle imprese di una certa dimensione è poco attenta all’innovazione che richiede un investimento in ricerca applicata e sviluppo e che quelle medio-piccole operano in settori in cui l’innovazione non è l’elemento determinante. L’innovazione riguarda lo sviluppo di nuovi prodotti, la gestione dei processi aziendali interni e della produzione, la gestione delle persone nell’impresa, la strategia dell’impresa, il processo di commercializzazione, la gestione delle tecnologie dell’informazione. Si può essere innovativi, in altri termini, introducendo sul mercato un nuovo prodotto; oppure migliorando il processo di produzione in termini di efficacia, di efficienza e, quindi, di economicità; oppure adottando soluzioni organizzative più flessibili e più veloci. Si può innovare non solo riducendo i tempi, ma anche dilatando gli spazi, cioè trovando altri mercati. Su ciascuno di questi aspetti, che sono strettamente correlati tra loro, si può vincere la competizione, ma si può, evidentemente, anche perderla. È da manuale il caso della competizione tra le imprese giapponesi Sony e Matsushita nel campo dei videoregistratori. La prima inventò e brevettò il sistema Betamax, tecnologicamente più avanzato del sistema VHS, approntato dalla seconda, ma fu quest’ultimo ad imporsi: Matsushita, infatti, innovò maggiormente nella strategia comunicativa e di marketing, mirando a far diventare VHS lo standard adottato universalmente. Questo è solo un esempio del fatto che il successo basato sull’innovazione deve operare su una molteplicità di fattori in modo armonico. A suo tempo, quando era l’industria giapponese a terrorizzare il mondo occidentale si scoprì che la maggiore competitività era data da un’accentuata attenzione allo sviluppo ed al processo di industrializzazione, e non solo alla ricerca di laboratorio e, in alcuni casi, dal modello organizzativo adottato per la gestione dei progetti complessi e anche dalla spasmodica focalizzazione sulla qualità. La seconda ragione della coincidenza tra impresa e innovazione riguarda le stesse condizioni di esistenza, immateriali quanto essenziali, dell’impresa, che sono evidentemente il frutto dell’espressione dell’uomo che interagisce con la realtà con uno scopo di costruzione. Nessuno infatti può contestare che gli aspetti generali dell’impresa siano costituiti innanzitutto dai seguenti fattori: rischio, gestione della complessità, realismo (come capacità di tener conto di tutti i fattori [Giussani 1997]), conoscenza, apprendimento e creatività. Si tratta di caratteristiche proprie del capitale umano che con tutta evidenza non sono il frutto dell’istruzione, della formazione o dell’addestramento, ma dell’educazione. Gestire un’impresa significa gestire qualcosa che è di per sé rischioso e complesso [De Maio-Bellucci-Corso-Verganti 1994].
Innovazione e capitale umano
Rimane tuttavia latente la domanda fondamentale: da cosa nasce l’innovazione? O meglio, se l’innovazione è, come affermato, frutto del capitale umano, come si esplica? Quali sono le caratteristiche umane che consentono l’innovazione? Lo slogan di una affermata società americana di design afferma che “l’innovazione comincia dagli occhi di chi guarda la realtà”. Oltre alla capacità di guardare, potremmo aggiungere la capacità di ascoltare e la capacità di applicare al proprio contesto. Questa appare la risposta più adeguata alla domanda. La curiosità, la “perenne insoddisfazione”, il porsi sempre in un atteggiamento di critica costruttiva, il desiderio di rischiare e di mettersi costantemente alla prova in cui la sfida è innanzitutto verso se stesso ancora prima e più ancora che non verso gli altri sono altri aspetti fondamentali per l’innovazione, così come un approccio scientifico è l’altra faccia della medaglia. Quante di tutte queste caratteristiche sono fornite nei primi anni di vita dalla famiglia, dalla scuola, dal generale contesto in cui si vive? Infatti, la caratteristica centrale dell’innovazione è l’apprendimento. Basta pensare a tanta della nostra produzione per riconoscere vera questa affermazione: imprese piccole (a volte micro) capaci di essere fortemente capaci di innovazione; informale, come la definiscono molti, ma innovazione. Guardare, ascoltare e applicare al proprio contesto sono le tappe di ogni apprendimento. Prendiamo ad esempio un materiale come la seta: chi lo guarda può facilmente comprendere che si tratta di un materiale che presenta indubbie caratteristiche di bellezza, che lo rendono uno dei tessuti più utilizzati nel settore della moda; ma chi lo osserva attentamente scopre che si tratta di una delle fibre naturali più resistenti, il che lo può rendere utilizzabile per realizzare montature di occhiali o tendini artificiali. Allo stesso modo, osservare i concorrenti può dare informazioni utili all’impresa. Molta dell’innovazione del boom economico italiano la si deve alla Fiera Campionaria di Milano, nella quale imprenditori e tecnici potevano aggiornarsi sulle tecnologie disponibili nel proprio settore o in settori diversi: queste tecnologie non di rado venivano applicate nel proprio settore e producevano innovazione. L’altra forma di apprendimento legata al guardare è l’apprendimento dall’esperienza delle persone dell’impresa, ad ogni livello esse siano. La Ducati ha aperto una attività di restauro delle moto storiche, richiamando in servizio i pensionati dell’azienda, con il preciso fine di fare apprendere al personale in servizio una passione ed una precisione non trasmissibile con altri metodi: il fare è una formidabile dimensione dell’apprendimento! Lo stesso vale per l’altra modalità di apprendimento, l’”ascoltare”. Le imprese innovative considerano fondamentale il rapporto con i clienti, sia persone che imprese – soprattutto le grandi –le cui domande stimolano l’innovazione, in riferimento alla produzione non meno che ai servizi. Lo stesso si può dire in riferimento ai fornitori. Peraltro, in questo processo la piccola impresa, più flessibile e veloce quanto al processo decisionale si trova avvantaggiata rispetto alla grande impresa. Ancora, risulta fondamentale il rapporto col sistema della ricerca, principale fonte di innovazione radicale, quindi capace di far conseguire risultati più proficui, e con il sistema dell’istruzione e della formazione che consente di acquisire competenze. In fondo, si può leggere il successo delle forme di network tra imprese, siano i distretti italiani o fenomeni come quello della Silicon Valley, proprio in questa capacità di apprendimento dovuta in buona parte ad una prossimità fisica e ad una cultura capace di generare, in rapporti duraturi, fiducia [Arrow, 1975]. Uno tra i maggiori studiosi di organizzazioni che ha dedicato i suoi studi ai network di innovazione, sostiene che “una rete di alleanze a lungo termine basate sulla fiducia con fornitori innovativi rappresenta una fonte di vantaggio difficile da imitare per un concorrente. Una rete del genere assicura sufficiente flessibilità e, nello stesso tempo, una griglia di riferimento per l’apprendimento comune e lo scambio tecnologico” [Saxenian, 1991]. È sempre rischioso tracciare paralleli storici e lo è ancora di più affrontando il tema dell’innovazione e dell’impresa. Tuttavia certi paralleli esistono. Le caratteristiche dell’impresa e dell’innovazione qui richiamate evocano più l’epopea dei monaci medievali che non la rivoluzione industriale. Un aspetto per tutti, e non secondario: nell’economia della conoscenza ritorna centrale la persona umana, con la sua educazione, i suoi desideri e bisogni, la sua capacità creativa e la sua capacità di fiducia, ben lungi dalla concezione della “forza lavoro” dell’economia fordista. Partendo dalla necessità di non togliere tempo alla cosa per loro più preziosa, l’opus Dei, i monaci innovarono con una creatività straordinaria i metodi e gli strumenti di produzione agricola e dei manufatti, appresero come mettere le forze della natura al servizio del lavoro loro e di tutti, furono secondo la felice espressione di Henry Pirenne, gli “educatori economici” dei contadini, degli artigiani e dei mercanti [Pirenne 1963]. E così crearono le condizioni per lo sviluppo dell’Europa. In conclusione, allora, vale la pena affermare che il punto di partenza per rendere l’Europa “un’economia e una società basate sulla conoscenza, la più competitiva e la più dinamica del mondo”, come affermato dal Consiglio Europeo del 2000 a Lisbona, occorre quella stessa tensione propria della ragione, per cui l’uomo avverte che “i bisogni quotidiani lo sollecitano ai passi verso l’infinito” [Giussani, 2000]. Il valore che hanno le cose non si rivela da sé; è il senno dell’uomo che le discopre [Cattaneo, 1861]. L’innovazione non è, come intendeva Marx, una “sovrastruttura”: è il frutto della tensione dell’uomo a cercare e ad affermare il significato che rende la realtà - persone e materia - amica, anche nell’impresa. Ed è questo ciò che la rende innovativa. Potremmo allora concludere con questa affermazione: se vuoi l’innovazione, prepara l’innovatore e se vuoi che l’innovazione non sia un fatto episodico, devi creare una comunità in cui questi siano aspetti non secondari ma che, anzi siano fra i valori principali, essendo consapevoli che lo sviluppo di una comunità è legato alla voglia di crescere. Ma, ancora una volta “si vis civitatem, para cives!”
Note e indicazioni bibliografiche
Arrow K.J. [1975], Gift and Exchanges, in E. Phelps, Altruism, Morality and Economic Theory, Russel Sage, New York.
Becker G.S. [1975], Human Capital, Columbia U.P., New York.
Bersani P., Letta E. [2004], Viaggio nell’economia italiana, Donzelli, Roma.
Cattaneo C. [1861], Del pensiero come principio d’economia pubblica, in “Il Politecnico”, vol. X, fasc. LXVIII-LIX.
De Maio A., Bellucci A., Corso M., Verganti R. [1994], Gestire l’innovazione e innovare la gestione, Etas, Milano.
Dodgson M. [2002], Il management dell’innovazione tecnologica, Isedi, Torino.
Giussani L. [1997], Il senso religioso, Rizzoli, Milano.
Giussani L. [2000], L’io, il potere, le opere, Marietti, Genova.
Pirenne H. [1963], Histoire économique et sociale du Moyen Age, Puf, Paris.
Saxenian A. [1991], The Origins and Dinamics of Production Networks in Silicon Valley, in “Research Policy”, 20.
Saxenian A. [2002], Il vantaggio competitivo dei sistemi locali nell’era della globalizzazione, Franco Angeli, Milano.
Smith A. [1948], Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Utet, Torino.
Vittadini G. [2004], Capitale umano. La ricchezza dell’Europa, Guerini, Milano.