Quadrimestrale di cultura civile

Forum. Intervista a Savino Pezzotta

di Enrico Castelli / Vicedirettore Rai e Giornalista TG1

In questa intervista, Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, risponde ad alcune domande, legate all’intervento del Professor Ichino, allargando il dibattito al ruolo del sindacato nel nostro Paese e al sistema delle relazioni industriali in genere.

É fresco di sciopero generale. Commenta quasi rassegnato: “Lo abbiamo annunciato a settembre dando così al Governo due mesi di tempo per chiamarci ad un tavolo di trattative. Ebbene, da allora nessuno si è fatto vivo. Io non so che cosa lei avrebbe fatto… Ma io faccio il sindacalista. O no?”. Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl che in molti, di tanto in tanto, strattonano per la giacca per poterlo candidare in qualche lista nelle prossime elezioni, accetta di commentare l’articolo del professor Pietro Ichino tratto dal libro “A che cosa serve il sindacato” e, come è sua abitudine, va subito all’attacco. Lo fa con garbo ma anche con la decisione del sindacalista di vecchia data abituato alle trattative. Anche dure. E per prima cosa non accetta di mettere il sindacato sul banco degli imputati. Questo per lui è un punto di partenza irrinunciabile. “Diciamo subito che il titolo del libro è sbagliato rispetto al contenuto. Alcuni aspetti dell’analisi fatta non li condivido, ma non l’ho trovato un libro antisindacale. Ci sono analisi che derivano dalla cultura politica e sindacale in cui si è formato Ichino (dal ‘69 al ‘79 il prof. Ichino ha lavorato nella Cgil e in particolare nella Fiom, la componente sindacale dei metalmeccanici della Cgil, per poi essere candidato nelle liste del Pci alla Camera tra il 1979 e l’83. Attualmente è ancora iscritto alla Cgil “per motivi affettivi” ndr) , che è diversa da quella da cui provengo io e sulle quali si può discutere ma, ribadisco, il titolo è sbagliato perché dà l’idea di un processo al sindacato che invece, a mio parere non c’è”. Pezzotta non conosce da vicino i fatti reali o immaginari contenuti nell’articolo riproposto in questo numero di Atlantide. Ma non per questo si sottrae alla discussione che essi sollevano: sul sindacato, il suo ruolo, il ruolo della contrattazione a livello nazionale, locale o aziendale. La prima domanda parte proprio da qui: il problema della deroga.

Se si ripresentasse oggi un’opportunità come quella proposta dalla Nissan nel 2000, condizionata a un accordo aziendale del tipo di quello di Sunderland, lei sarebbe favorevole o contrario ad accettarla per ottenere l’insediamento in Italia di uno stabilimento con migliaia di posti di lavoro, anche se essa comportasse una deroga rilevante al contratto collettivo nazionale in materia di struttura della retribuzione e di inquadramento professionale?

Discutere i problemi in astratto non mi è mai piaciuto. Quando discuto di una cosa ne voglio parlare in concreto. Per cui faccio subito una premessa per non cadere in equivoci. Una vicenda come quella di Arese va discussa nel merito con chi l’ha vissuta, con chi era protagonista della vicenda; non c’ero non so quali erano le condizioni in discussione. Scrivere libri dove si fanno delle ipotesi quando non si era dentro a viverle mi dà un po’ fastidio. Lo dico come principio e vale dunque anche per l’Alfa di Arese. È facile descrivere fatti dal di fuori. Io non so dare un giudizio di merito sul perché il sindacato abbia deciso in un modo o nell’altro. Io non c’ero e non voglio fare ragionamenti in astratto anche perché, quando si fanno semplificazioni di questa natura non si riesce mai ad entrare nel vivo dei problemi. Per un sindacalista fare un accordo con un’azienda significa averla di fronte, firmarlo in un determinato momento e a determinate condizioni tenendo conto di una determinata situazione. Dal mio punto di vista, giudicare una situazione dal di fuori è sempre sbagliato. Detto questo, è noto come il sindacato confederale in diverse occasioni abbia fatto accordi in deroga alle norme contrattuali generali proprio per favorire insediamenti industriali. Ricordo a titolo di esempio i contratti siglati per l’area di Manfredonia o di Gioia Tauro. Non siamo nuovi a questi comportamenti che prevedono deroghe. In altri casi abbiamo siglato contratti che prevedevano quello che in gergo sindacale viene chiamato “riallineamento”. Insomma se ne può parlare. Il punto decisivo non è la deroga in astratto, ma capire quali sono i vantaggi per un insediamento di una realtà o meno. È invece inaccettabile la pretesa degli imprenditori di avere mano libera. Questo no. Soprattutto nell’organizzazione della produzione, utilizzando i lavoratori come se fossero un’appendice degli impianti. Sfruttare una determinata situazione per consegnare tutto in mano agli imprenditori, non è mai accettabile per un sindacato.

Per lei, parlare di deroga al contratto nazionale non ha dunque senso se non si collega questo problema ad un caso specifico?

Certo. Non ci sono casi esemplari bisogna verificare le condizioni e le situazioni specifiche. Ogni caso è un caso particolare, ha una storia a sé. Parlare di singoli esempi e farne una trasposizione “universale” è un errore. È un grande errore. I casi particolari vivono della situazione particolare. Nella mia esperienza da sindacalista ho sempre fatto contratti, siglato accordi, per esempio sul lavoro domenicale, ma in un determinato contesto e in una determinata realtà. Ho siglato accordi che prevedevano turni di lavoro per un intero ciclo settimanale. Ma erano anche chiare le compensazioni economiche, i riposi ed altre intese. Ripeto: non sono casi generalizzabili. Sono accordi che vanno inquadrati nella situazione data. Ecco perché non mi appassiona un dibattito generale che potrebbe diventare un po’ strumentale. A Manfredonia e Gioia Tauro abbiamo dimostrato che era possibile un certo accordo perché c’era un caso specifico. Non è una legge o una regola. Dipende dalle situazioni. Ma voglio essere ancora più chiaro. L’obiettivo non è la deroga. L’obiettivo è sempre arrivare al contratto collettivo nazionale di lavoro uguale per tutti. Ci possono essere casi di “riallineamento” determinati da una certa situazione, ma l’obiettivo rimane il contratto unico per tutti. Anche perché la Costituzione italiana stabilisce che il lavoratore deve essere giustamente retribuito. E normalmente la giurisprudenza ritiene che come criterio di base “per giustamente retribuito” sia da intendere il contratto collettivo nazionale di lavoro. È una giurisprudenza consolidata. Questo non vuol dire che tutto deve rimanere così com’è. Anzi, personalmente, credo che il contratto nazionale debba garantire al lavoratore una tutela di base per poi dare spazio alla contrattazione decentrata che potrebbe diventare più flessibile, consentendo di poter affrontare i problemi delle imprese direttamente nelle imprese. E lo dico anche perché io, da sindacalista, ho tutto l’interesse che sul territorio la gente impari a contrattare. Oggi questo sistema non funziona perché si vuole inserire tutto nel contratto nazionale. Se non si fa una riforma sulla contrattazione decentrata si continuerà ad andare avanti così. Ma, se la situazione non cambia, le responsabilità vanno ricercate altrove. Non nella Cisl .

Dove?

Innanzitutto in Confindustria. Andate a leggere la loro proposta e vedrete che non apre assolutamente ad una contrattazione aziendale decentrata. Credo che anche alla Confindustria faccia comodo un contratto nazionale collettivo. Io invece propongo: facciamo un contratto nazionale con alcune regole generali poi, per esempio, la produttività distribuiamola dove viene prodotta. Se invece si preferisce non cambiare il sistema attuale è evidente che io, da sindacalista, non ho alternative: devo per forza cercare di tutelare al massimo i lavoratori con il contratto nazionale. Ma, lo ripeto, noi siamo pronti a cambiare.

Non tutti nel sindacato la pensano come lei…

Se vuole un mio parere, credo che le responsabilità dell’eccessiva rigidità siano da ripartire in parti uguali tra Cgil e Confindustria.

Nel caso di dissenso su questo punto della deroga tra i sindacati,, secondo quale criterio dovrebbe essere risolta la questione: quale parte sarebbe abilitata a contrattare con effetto per tutti i lavoratori?

Un conto è un’azienda che si vuole insediare ex novo in Italia e, per farlo, mi chiede agevolazioni particolari. Un conto è un’azienda che già opera e che quindi dovrebbe avere delle regole da rispettare. So di ripetermi, ma dico che non può esservi una discussione di tipo generale. Tutto dipende dal perché devo fare la deroga. Altrimenti continuiamo a fare un discorso astratto. Io invece voglio capire perché mi si chiede una deroga. La realtà è concreta. Non esiste una realtà astratta su queste questioni, perché la realtà astratta è già risolta dal contratto nazionale che è un accordo generale. Io voglio invece capire, se mi si chiede una deroga, il perché: io su questo faccio uno scambio. Se tu azienda mi chiedi una deroga su un certo punto contrattuale, voglio capire che cosa mi dai in cambio. Non esiste possibilità di astrazione su queste cose. In Alitalia, per esempio, ci siamo trovati nelle condizioni di modificare alcuni istituti della contrattazione, ma sono casi specifici.

A proposito di casi specifici prendiamone uno ad esempio. Lei è d’accordo con i sindacalisti dei ferrovieri milanesi che nel luglio scorso hanno considerato assolutamente improponibile l’inserimento nel contratto collettivo per i dipendenti italiani della società ferroviaria Ticino-Lombardia, di una clausola di tregua analoga a quella contenuta nel contratto dei loro colleghi svizzeri?

Non conosco i dettagli dei contratti svizzeri. Siamo sempre dell’idea che si possono trovare strumenti per la conciliazione dei conflitti. La Cisl non è mai stata contraria a elementi di arbitrato. Ma, con altrettanta chiarezza, dico subito che se si introducono strumenti per il raffreddamento dei conflitti occorre che essi siano corredati da clausole vincolanti per le aziende al rispetto di tutti gli altri impegni contrattuali. Ancora una volta è il tema dello scambio: se io ti do qualcosa in più, che cosa ottengo in controparte? Io faccio il sindacalista, non faccio l’imbonitore di piazza. La Cisl non è mai stata contraria all’introduzione di elementi di arbitrato. Li ha proposti anche se non ci sono nella normativa italiana, non abbiamo problemi a ragionarci, ma se io vado nella direzione che può portare a raffreddamenti di conflitti, devo avere anche delle garanzie. Ognuno di noi rappresenta una parte e, quando si ragiona di fatti specifici, vale sempre il principio che bisogna ragionare di quell’azienda in quel tempo, nelle condizioni economiche e sociali date. Solo così si può trovare lo strumento più efficace per correggere o cambiare. Quello che è sbagliato sono le generalizzazioni.