Se una volta la musica rock faceva paura (ai benpensanti, ai genitori, ai politici, alla società intera), oggi quello che resta della musica rock esprime la paura (di vivere) di chi canta. È un passaggio storico che segue l’evoluzione del clima politico e culturale degli ultimi cinquant’anni. Quando i Rolling Stones nel 1965 pubblicavano il loro singolo diventato canzone simbolo e famoso ancora oggi, Satisfaction, mettevano paura. La canzone universalmente è sempre stata percepita come un inno alla libertà sessuale, ma è un malinteso dovuto a un ascolto e a una interpretazione superficiale. La mancanza di soddisfazione che cantano non è quella (o almeno non solo) sessuale. Denunciano il consumismo di massa che si sta affermando in quel periodo storico, un fenomeno che avvertono come un profondo disagio e una alienazione del proprio Io. Quei giovani che si sono affacciati sulla scena dopo il secondo conflitto mondiale, sono infatti diventati, grazie alle nuove disponibilità economiche date dalla ricostruzione post-bellica, l’obiettivo della grande industria del benessere. Sono i boomers. La canzone descrive in modo implacabile lo stato di insoddisfazione rispetto ai modelli imposti, la confusione e il disagio del protagonista davanti alla crescente mercificazione del mondo moderno, dove la radio trasmette “informazioni inutili” che “dovrebbero guidare la mia immaginazione” e un uomo in televisione gli dice "quanto possono essere bianche le mie camicie”, ma lui non può essere un uomo perché “non fuma le stesse sigarette che fumo io”, un riferimento all’allora onnipresente pubblicità in stile Marlboro Country. In sostanza: sei qualcuno se compri e ti adegui ai modelli dell’industria.
La “Me generation”
Oggi le canzoni rock non fanno più paura da un pezzo. Crollati con uno schianto gli ideali e le speranze degli anni Sessanta e dei primi Settanta, morta la Woodstock generation con i suoi sogni di “pace e amore”, nel mondo occidentale sempre più frantumato e segmentato si era diffusa una generazione di individui isolati, depressi, la cosiddetta “Me generation”, che ai sogni di cambiare il mondo aveva sostituito le droghe pesanti come l’eroina e la fuga nel privato.
Nella sua Fire and Rain, scritta per un’amica morta per overdose, uno dei cantanti più significativi di quel decennio, James Taylor così descriveva la loro condizione mentale:
Proprio ieri mattina mi hanno fatto sapere che eri andata
Suzanne, i progetti che hanno fatto ti hanno messo fine
Sono uscito stamattina e ho scritto questa canzone
Non riesco proprio a ricordare a chi inviarla
Ho visto il fuoco e ho visto la pioggia
Ho visto giornate soleggiate che pensavo non sarebbero mai finite
Ho visto momenti di solitudine in cui non riuscivo a trovare un amico
Ma ho sempre pensato che ti avrei rivista
Mi guarderai da lassù, Gesù?
Devi aiutarmi a prendere posizione
Devi solo aiutarmi a superare un altro giorno
Il mio corpo è dolorante e il mio momento è vicino
E non ce la farò in nessun altro modo
Ci si sente soli, senza alcun punto di riferimento. Si ha paura di affrontare ogni giornata.
Abbattuti valori e tradizioni dei loro padri, affossata la famiglia e l’autorità, l’ideologia dilagante lascia sgomenta una intera generazione anche in Italia. Il ‘68 lascia solo insicurezza. Lo canta Antonello Venditti:
Ciao, uomo, dove vai?
Balli nel cuor del nostro universo
Ma alla fine della tua storia
Piangi d’angoscia dentro di te
Gli risponde Francesco Guccini, denunciando di avere un cuore gonfio di simboli che non sono sufficienti a riempire il vuoto che si porta dentro:
Noi corriamo sempre in una direzione
Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa
Restano i sogni senza tempo
Le impressioni di un momento
Le luci nel buio di case intraviste da un treno
Siamo qualcosa che non resta
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno
Tutto ma non abbastanza
Negli anni Ottanta avrebbe preso il sopravvento una nuova generazione, gli yuppies (al posto degli hippies); quella che si abbeverava alle cosiddette “reagonomics”, il liberismo accelerato voluto dal presidente Ronald Reagan e la nascita del capitalismo finanziario, impostato su Wall Street e le sue speculazioni. I nuovi giovani erano cinici carrieristi rampanti affamati di successo immediato. La musica non aveva più niente da dire.
Inevitabilmente, viene a provocarsi una sorta di cortocircuito. Gli anni Novanta si aprono con una generazione allo sbando più totale, la cosiddetta Generazione X, “i figli dei figli dei fiori”, quella di cui lo scrittore Douglas Coupland disse “è stato eliminato loro sin dalla nascita il concetto di Dio”. Una generazione completamente in preda a uno spaiamento morale, ideologico e sentimentale, indefinibile e inclassificabile. Il loro rappresentante è Kurt Cobain, leader del gruppo di maggior successo di inizio decennio, i Nirvana.
Il pomeriggio del 7 aprile 1994 Cobain si spara in bocca con un fucile da caccia modello Remington. Non era la prima volta che tentava il suicidio. Aveva 27 anni, aveva una figlia, aveva una moglie, aveva il successo globale. Aveva tutto. Ma non abbastanza.
Non fu la conseguenza della classica vita della rock star imbottita dalla droga, come i media hanno voluto descriverla, ma qualcosa che giungeva da più lontano: “Da bambino si svegliava tutti i giorni pieno di gioia” dirà la madre, “quando andavamo in giro per negozi sorrideva alla gente”. Ma quando i genitori divorziano, “la sua vita è andata distrutta”. Sui muri di casa scriveva “odio mamma, odio papà, loro odiano me”. È in una attesa che non si è mai potuta fare incontro che si è consumata la vita di questo ragazzo e di tanti altri, come i suoi amici di quella scena definita grunge che dominò per pochi anni le classifiche mondiali: Chris Cornell, Layne Staley, morti suicidi o di overdose e tanti altri.
Nella canzone dei Nirvana Come as you are c’è la domanda che un altro si faccia presente, l’urgenza che si riveli, con un linguaggio che nelle apparenti contraddizioni esprime tutto il bisogno del cuore dell’uomo di fronte alla solitudine: “Vieni come sei, come eri, come voglio che tu sia, come un amico, come un vecchio nemico, fai con calma, fai in fretta, la scelta è tua, non fare tardi, prenditi una pausa, come un amico come una vecchia memoria”. In modo inquietante Cobain lascia cadere un presagio che nessuno raccoglie: “E giuro che non ho una pistola no, non ho una pistola”.
Perché se l’amico non si fa presente, che senso ha vivere? Il sangue di Kurt Cobain, l’ultima delle rock star, ricade su chi non ha accolto la sua richiesta, un’America spettro desolante di quella promessa su cui aveva fondato tutto.
Più di trent’anni prima le stesse parole e la stessa richiesta di Come as you are avevano trovato una anticipazione in una poesia di uno dei massimi poeti italiani del Novecento, Clemente Rebora. Nella sua poesia Dall’immagine tesa diceva: “E non aspetto nessuno: fra quattro mura stupefatte di spazio più che un deserto non aspetto nessuno ma deve venire, verrà d’improvviso quando meno l’avverto verrà a farmi certo del suo e mio tesoro verrà come un ristoro delle mie e sue pene verrà forse già viene”.
Un “fake happy”
Da allora, la paura di affrontare l’esistenza è dilagata nelle generazioni successive: l’incertezza di un futuro, la famiglia che non esiste più, una società che premia solo chi insegue il successo con ritmi di lavoro massacranti, l’Intelligenza Artificiale che si pone come un inquietante idolo che ha la presunzione di risolvere ogni problema dell’uomo.
In modo estremamente efficace, i Paramore, un moderno gruppo pop apparentemente scanzonato, nella loro Fake Happy descrivono questo stato di disagio permanente. Il video della canzone è geniale, tutti i personaggi che la cantante incontra per strada indossano sul viso la famigerata icona “smiley”, quel sorrisetto che tutti diffondono a piene mani, per dire quanto sono contenti della loro vita. Ma la indossano al contrario, è un “fake happy”, una finta felicità. La depressione che ingoia sempre più ragazzi costringe a farsi vedere contenti anche se stai passando la peggior giornata della tua vita. La depressione porta con sé lo stigma doloroso del “diverso” e per molti apparire felici è il solo modo di essere accettati:
Mi sento così fintamente felice e scommetto che tutti qui
Sono altrettanto insinceri
Siamo tutti così fintamente felici
E so cosa vuol dire essere falsamente felice
Ho fatto un buon lavoro nel far pensare a loro
Che sto abbastanza bene
Maledizione e redenzione
I National, uno dei gruppi più interessanti arrivati dall’America negli ultimi vent’anni, sono i migliori nell’esprimere la sensazione di una generazione senza più punti di riferimento, con la depressione alla porta. Sono però capaci di esprimere un senso di empatia con l’ascoltatore che non ha paragoni: “Non c’è una sola persona che io conosca che non sia stata debilitata dalla tristezza, chi per tutta la vita, chi per fasi. È una cosa reale di cui tutti dovrebbero essere consapevoli e cercare nei propri amici” ha detto una volta il cantante Matt Beringer. Sorrow, dolore, è probabilmente il brano più esplicito al proposito:
Il dolore mi ha trovato quando ero giovane
Il dolore ha aspettato, il dolore ha vinto
Mi dispiace, mi hanno dato la pasticca
È nel mio miele, è nel mio latte
Vivo in una città costruita sul dolore
In questo panorama, ci sono però voci che testimoniano come nella vita sia possibile coniugare paura, tristezza e forza di vivere. In una sua recente intervista Bruce Springsteen ha affermato: “Abbiamo tutti qualcosa che si è rotto: emotivamente, spiritualmente. Nella vita, nessuno se la cava senza un graffio e siamo sempre alla ricerca di qualcuno le cui fratture combacino con le nostre e qualcosa di integro emerga. I misteri della vita restano e si infittiscono, le domande restano senza risposta e allora si va avanti nel buio, perché è da lì che sorgerà il nuovo mattino”.
Lo aveva già detto Leonard Cohen, anni prima, in una sua celebre canzone, Anthem: “C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce”. Passato dall’inferno alla redenzione, il poeta rock maledetto per eccellenza, Nick Cave, che ha visto morire a poco tempo di distanza due dei suoi figli, oggi testimonia che è possibile scacciare la paura più devastante, sopravvivere alla morte di un figlio: “La musica ha la capacità anche per un momento limitato di condurci in un luogo sacro. La musica risuona nel desiderio che molti di noi provano in modo istintivo, quel buco a forma di Dio. È la forma d’arte che può effettivamente riempire quel buco perché ci fa sentire meno soli a livello esistenziale. Ci fa sentire connessi a livello spirituale. All’apice delle sue possibilità può evocare uno spazio sacro”.
