Quadrimestrale di cultura civile

Tentativi di risposta a confronto

di Paolo Ferrero e Gianfranco Fini / Ministro della Solidarietà Sociale; Presidente di Alleanza Nazionale

ATLANTIDE: Qual è il Suo giudizio sulla cosiddetta legge Bossi-Fini? Paolo Ferrero: La mia valutazione in generale è che la Bossi-Fini sia fallita. In primo luogo, perché permettendo l’ingresso legale in Italia unicamente a chi ha già il contratto di lavoro, in realtà ha aperto un’autostrada alla clandestinità e alle organizzazioni criminali implicate nella tratta delle persone. È quasi impossibile per un immigrato ottenere un’assunzione prima di arrivare in Italia, in quanto nessun datore di lavoro, nessuna famiglia, assumerebbe una persona senza averla mai vista. Nei fatti, con la Bossi-Fini si è invitata la gente a entrare illegalmente in Italia, per cercarsi poi il posto di lavoro, creando così un incentivo alla clandestinità. In secondo luogo, si è costruito un diritto penale speciale per gli immigrati, riempiendo le galere e i Cpt e mettendo insieme persone con situazioni del tutto diverse, come il delinquente e la badante, che nulla ha fatto di male, salvo che entrare clandestinamente. In terzo luogo, il meccanismo dei permessi di soggiorno ha reso un calvario la vita degli immigrati regolari, riempiendola di trappole, con il rischio continuo di diventare comunque clandestini, nonostante lavorassero normalmente e non facessero niente di male. Un fallimento quindi, perché ha prodotto clandestinità, lavoro nero, evasione fiscale e morti sul lavoro. Un fallimento anche sul piano del trattamento delle persone: con la Bossi-Fini, i Cpt sono diventati un sistema in continua espansione, che assorbe la quasi totalità delle risorse destinate dal Governo agli immigrati. La filosofia di fondo su cui si basa questa legge è sbagliata e non riesco a trovarvi quasi niente di condivisibile, a parte forse qualche passaggio. D’altra parte, anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta. Gianfranco Fini: La legge che porta anche il mio nome è riuscita a coniugare in maniera chiara ed efficace i principi di accoglienza e solidarietà con la lotta all’immigrazione clandestina, apportando all’Italia benefici in materia di sicurezza. Ha sancito il principio fondamentale per cui l’accesso in Italia da parte di un immigrato extracomunitario deve essere legato a un rapporto di lavoro legale; inoltre, ha rafforzato i cardini della legalità dello Stato che non abbassa la guardia verso l’immigrazione clandestina e il controllo del territorio. Nel quinquennio di governo di centrodestra, si è passati da 1,5 milioni circa di immigrati regolari nel 2001 ai circa tre milioni attuali. Il raddoppio è dovuto a 650.000 stranieri regolarizzati (e non tramite sanatoria!), mentre la parte restante è entrata in modo regolare. Questo smentisce chi sostiene che con il governo Berlusconi sono arrivati in Italia solo immigrati clandestini. Al contrario, la Bossi-Fini ha fatto emergere il buco nero della clandestinità, restituendo a questi lavoratori extracomunitari un ruolo sociale e una dimensione di dignità. Inoltre, rispetto ai dati resi noti dai governi di centrosinistra, sono aumentati in percentuale i provvedimenti di espulsione dei clandestini e degli irregolari, e ciò rappresenta un importante strumento di contrasto al fenomeno dell’illegalità. È stata attuata una politica di sostegno al lavoro delle forze dell’ordine per estirpare, attraverso una maggiore capacità di incidenza sul territorio nazionale, i nuclei di criminalità legati all’immigrazione clandestina. Coniugando solidarietà e sicurezza, la Bossi-Fini ha permesso allo Stato di garantire il processo di partecipazione dell’immigrato che vuole integrarsi, ha aperto la strada al sistema di incrocio tra domanda e offerta, migliorando i criteri di ingresso e la prospettiva di una più agevole e veloce integrazione. Attraverso una migliore calibratura delle politiche di ricongiungimento familiare, si è posto un freno a quella che era diventata per gli extracomunitari una valida alternativa per eludere il sistema di presenza irregolare sul territorio italiano. Sono stati colpiti alcuni istituti della precedente legge Turco- Napolitano, come gli sponsor o i finti matrimoni fra italiani e extracomunitari. La legge ha anche ridotto sensibilmente il numero degli sbarchi e ha consolidato gli accordi bilaterali con i Paesi a forte migrazione, per prevenire, oltre che contrastare, l’immigrazione clandestina. Se dovessi rivedere qualche aspetto della legge, renderei più efficaci e severe le espulsioni dei clandestini. In Italia ci sono tanti immigrati non in regola, ma il problema non è da addebitare alla nostra legge; l’interpretazione che la magistratura ha dato alla Bossi-Fini è stata limitativa per quanto riguarda le espulsioni. Per garantire la legalità, si potrebbe anche introdurre il reato di immigrazione clandestina, che Alleanza Nazionale ha sempre chiesto. Daremmo così un segnale fortissimo al di fuori dei confini nazionali, che avrebbe anche l’effetto di un deterrente psicologico e mediatico; inoltre, superando le varie interpretazioni oggi formulate, si obbligherebbero anche i magistrati ad applicare concretamente la norma. ATLANTIDE: Qual è il Suo giudizio sulla proposta Amato-Ferrero? Ferrero: Direi che i punti più qualificanti sono la programmazione triennale del numero di persone che devono entrare in Italia e la predisposizione di una pluralità di canali che permettano di rendere possibile e più conveniente l’ingresso regolare in Italia, rispetto a quello irregolare. Credo sia questo il punto decisivo, in quanto il problema non è aumentare il numero di persone che complessivamente entrano in Italia, ma di rovesciare le percentuali tra ingressi clandestini e regolari, favorendo questi ultimi attraverso una pluralità di meccanismi di ingresso. Oltre a mantenere quanto previsto dalla Bossi-Fini, si sono aggiunti, per esempio, gli sponsor istituzionali, quelli individuali o il permesso per ricerca di lavoro. Tre canali ulteriori che, ripeto, non aumentano le quantità, ma cercano di far sì che l’immigrazione possa avvenire regolarmente, riducendo anche il campo alle organizzazioni criminali. Non penso che possa esistere una legge che risolva con una bacchetta magica problemi come quello dell’immigrazione, ma ritengo che sia possibile creare leggi che favoriscano i percorsi legali: spero che questa possa essere tale. Si tratta di lavorare per approssimazioni, cercando di costruire una convenienza dei percorsi legali rispetto a quelli illegali. Così, per quanto riguarda i permessi di soggiorno, lo spostamento della responsabilità dalle questure ai Comuni e il loro allungamento temporale dovrebbero rendere un po’ più semplice la vita degli immigrati che risiedono e lavorano regolarmente in Italia. C’è poi il punto dei diritti civili che riguarda, per esempio, il voto alle elezioni amministrative dopo cinque anni di permanenza, che rappresenta il recepimento di una direttiva europea e che, non riguardando il voto alle elezioni politiche, dovrebbe essere compatibile con la nostra Costituzione. Infine, un altro punto che considero qualificante è l’accesso al sistema dei servizi sanitari e dell’assistenza sociale, con l’obiettivo di garantire al lavoratore immigrato, che paga le tasse regolarmente, un livello di welfare simile a quello del lavoratore italiano. Questo è conveniente per tutti, perché è nell’interesse generale che chi risiede in Italia abbia piena assistenza sanitaria e sociale, in quanto si eviteranno gravi problemi in futuro. Inoltre, se il lavoratore immigrato ha gli stessi diritti e garanzie dei lavoratori italiani, anche questi ultimi sono più tutelati nei loro diritti, che verrebbero invece danneggiati se permettessimo un basso costo dei lavoratori immigrati a causa dei loro minori diritti. Fini: È un provvedimento fortemente ideologico, ammantato di principi che nell’applicazione pratica produrranno guasti pesantissimi ed effetti devastanti. Se sarà approvato alimenterà la xenofobia e il razzismo, rischiando di creare situazioni esplosive in molte zone d’Italia. Il Governo ha sostanzialmente deciso di far entrare nel Paese tutti coloro che vogliono entrare, senza considerarli clandestini. In questo modo viene stravolto il pilastro, condiviso in tutta Europa, su cui si regge la legge che porta anche il mio nome: il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. È uno stravolgimento per noi inammissibile, e per questo daremo battaglia in Parlamento e fuori. Ci sono poi delle misure già contenute nella nostra legge che vengono spacciate per novità. Per esempio, il decreto flussi triennale, che le norme attuali prevedono in termini di programmazione generale, ma che non possono sostituire un decreto annuale se si vuole restare agganciati alle richieste del mercato del lavoro. Non condivido, inoltre, la reintroduzione della figura dello sponsor, prevista nella Turco-Napolitano, e già rivelatasi un fallimento, o dell’autosponsor. Si tratta di un errore culturale, prima che politico. Tanti verranno in Italia con lo sponsor o dichiarando di essere in grado di sostenersi economicamente, e cercheranno lavoro senza avere la certezza di trovarlo: saranno così costretti a vivere di stenti o a delinquere. Questo determinerà facili strumentalizzazioni e speculazioni, anche di natura economica, di cui abbiamo avuto prova con i precedenti governi di centrosinistra: allargamento della piaga del lavoro nero, sfruttamento e traffico di clandestini, marginalizzazione. Gli immigrati sono una risorsa se hanno un regolare contratto di lavoro, altrimenti sono clandestini che finiscono ai margini della società. Per questo è impensabile anche chiudere i Cpt, come traspare dal Ddl Amato-Ferrero, perché chi entra da clandestino deve essere espulso e, se non è controllato in una struttura, questo difficilmente può avvenire. Mancando l’identificazione dello straniero, e quindi l’individuazione dello stato a cui restituirlo, si rende impossibile realizzare effettive espulsioni. Prevedo, comunque, che sarà l’Unione Europea a smentire il governo Prodi, perché la legislazione UE è tutt’altro che in sintonia con quanto prevede quella italiana. ATLANTIDE: Come vede la ripartizione dei ruoli tra Regioni, Stato e Comunità europea in materia di immigrazione? Ferrero: Penso che il principale fattore positivo in questi anni sia stata l’opera della società civile: senza l’opera delle associazioni, del sindacato, delle associazioni imprenditoriali e anche, pur in misura incompleta, dei Comuni e delle Province, noi oggi avremmo una situazione da far west. Tutti i livelli istituzionali devono favorire i processi di inclusione. Da questo punto di vista, credo che il punto non sia tanto avere programmi specifici per gli immigrati, quanto far funzionare uno stato sociale che, ponendosi il problema di tutti i cittadini, permetta effettivamente a tutti di fruire dell’istruzione, di accedere ai servizi sanitari e all’assistenza sociale, cioè di far funzionare il welfare. I diritti che prima erano appannaggio delle classi agiate, e che poi sono stati estesi anche ai lavoratori, devono oggi essere estesi agli immigrati, cioè a quei lavoratori che, nonostante paghino le tasse, ancora non accedono al nostro welfare. Per quanto riguarda la Comunità europea, verrà finalmente costituito un fondo per le politiche di integrazione sociale, di entità non trascurabile, e confido che si sviluppino politiche europee sul versante dell’integrazione, una frontiera su cui occorre lavorare seriamente. Fini: La ripartizione sarebbe utile, a condizione che si consenta agli enti locali di applicare una normazione che avvii processi di integrazione, dialogo e riqualificazione del territorio. Una collaborazione sarebbe auspicabile se si seguissero le rispettive competenze; c’è però il rischio di fughe in avanti delle amministrazioni di centrosinistra, il che produrrebbe una normazione secondaria che indebolirebbe il sistema legislativo. È importante creare una rete di sistema per una strategia unitaria, che favorisca un coordinamento fra governo centrale e autonomie locali, sia per il controllo dei territori e la repressione della criminalità, sia per concrete politiche di integrazione. Sul fronte dell’Unione Europea, sta emergendo il tentativo di costruire una linea comune che si fonda su principi condivisi dai Paesi membri. Un ruolo determinante lo sta svolgendo il vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini. ATLANTIDE: Un fattore di particolare preoccupazione è costituito dai problemi di sicurezza in materia di immigrazione. Secondo Lei questo problema esiste, e come può essere risolto? Ferrero: A mio parere, una legge che incentivi la regolarità e l’ottenimento dei diritti sociali e civili può aiutare l’integrazione della stragrande maggioranza degli immigrati, venuti qui per lavorare e migliorare il loro futuro. Occorre distinguerli dai delinquenti, e concentrare le forze dell’ordine nella repressione della delinquenza e delle organizzazioni criminali, comprese quelle degli immigrati. Favorire i canali della regolarità aiuta a eliminare l’acqua in cui nuotano le organizzazioni che gestiscono la tratta delle persone, e che sono un potentissimo fattore di arruolamento nella malavita organizzata degli sprovveduti o dei più disperati. Ciò che mi preme è che la polizia invece di tenere d’occhio tre milioni di persone, trovandosi impegnata in pratiche che nulla hanno a che fare con i suoi compiti, possa dirigere le sue forze contro le organizzazioni criminali. Il problema non è la distanza culturale di partenza, ma la necessità di reprimere la malavita, punto decisivo questo, e di lavorare all’integrazione e all’inclusione, campi in cui l’apprendimento della lingua e degli elementi di fondo della nostra civiltà devono costituire dei punti decisivi. Fini: Il problema della sicurezza sul territorio esiste, ed è sottovalutato dai governi di centrosinistra. Oggi ravvisiamo una concentrazione eccessiva di extracomunitari soprattutto al Nord e nei quartieri delle grandi città: il caso Esquilino a Roma insegna. Ciò è potuto avvenire perché la precedente legge Turco-Napolitano, con la disattenzione delle istituzioni locali, aveva creato un’affluenza non controllata di immigrati extracomunitari, che si sono così radicati nei quartieri, creando delle vere e proprie zone franche. Il governo di centrodestra ne ha dovuto prendere atto, cercando di correggere il flusso degli ingressi. Per ridurre l’impatto territoriale è necessario lavorare con il contributo prezioso delle amministrazioni locali, senza distinzioni di parte. L’attuale governo sembra sordo a queste esigenze, attuando misure che vanno nella direzione opposta, come i tagli al ministero dell’Interno e alla Difesa. Al contrario, An ha proposto che il “tesoretto” venga destinato alle politiche sulla sicurezza. ATLANTIDE: I modelli francese e inglese di società multiculturale si stanno rivelando fallimentari. Lei è d’accordo sulla necessità di trovare altre strade? Ferrero: Noi abbiamo il vantaggio di poter imparare dagli errori degli altri, essendo il problema immigrazione per noi più recente. Per quanto mi riguarda, non dovremmo seguire né un modello assimilazionista alla francese, che tende a schiacciare le identità, né uno comunitarista come quello inglese, che tende a trattare con la comunità e non con l’individuo. Penso che dovremmo costruire un modello basato su una comune padronanza della lingua italiana, che permetta il dialogo tra le persone, sulla parità di diritti sociali e civili, sul riconoscimento delle fedi e delle culture diverse, in cambio dell’adesione ai punti fondanti della nostra Costituzione, e quindi ai valori fondanti del nostro vivere civile: la libertà delle persone, la parità uomo-donna, la democrazia. Io credo che questo sia possibile, anche se la strada non è breve e va perseguita con continuità. Un punto importante è che l’immigrato non deve pensare che per poter vivere in Italia debba rinchiudersi all’interno della sua comunità di origine; dobbiamo invece far sì che chi viene qui a lavorare sia garantito nei suoi diritti dallo Stato italiano, dal fatto che lavora e dal suo comportamento, in modo che la comunità di origine o la sua comunità religiosa siano un elemento di libera scelta, come lo è per gli italiani in massima parte. C’è bisogno di un processo di abbattimento dei muri, che ovviamente va fatto dalle due parti e, in questo senso, ogni ragazzo immigrato che va a scuola e all’università, come i ragazzi italiani, rappresenta un passo avanti sulla strada giusta. Ogni elemento che invece tende a segregare è un rafforzamento di quei muri, e penso che ciò sia un disastro. Fini: L’assimilazionismo francese e il multiculturalismo anglosassone hanno mostrato tutti i loro limiti nel corso di questi anni. L’integrazione, invece, può dare una risposta concreta a fenomeni quali le rivolte nelle banlieue francesi, ed evitare che anche da noi, a causa dell’emarginazione e della ghettizzazione, ci si possa ritrovare i terroristi in casa, come è avvenuto a Londra. Integrazione vuol dire condivisione, non formale ma sostanziale, di regole e principi. Essa è necessaria per gli stranieri, ma è possibile solo se c’è da parte loro l’accettazione dei principi del Paese che li ospita, e se si rispettano i valori della società di cui si entra a far parte. Chi sta in Italia e vuole vivere e partecipare al processo sociale ed economico-produttivo del nostro Paese, lo deve fare, quindi, per convinzione e non per convenienza.