L’immigrazione europea è un fenomeno complesso che è andato modificandosi nel tempo ponendo, in ognuna delle diverse fasi del suo sviluppo, nuovi problemi. Il fenomeno della migrazione ha interessato tutte le epoche storiche. Sebbene il numero di migranti in rapporto alla popolazione mondiale non risulti oggi superiore ad altri periodi della storia, la migrazione ha acquistato centralità per l’Europa che, in pochi decenni, si è trasformata, da terra di emigrazione, in meta principale di immigrazione. Tale trasformazione ha avuto inizio quando, intorno alla metà degli anni Cinquanta, i Paesi più sviluppati dell’Europa occidentale (in particolare Francia, Germania, Belgio e Regno Unito) hanno cominciato a introdurre programmi per accogliere lavoratori stranieri allo scopo di sopperire all’insufficiente offerta interna di manodopera, legata alle esigenze della ricostruzione e del successivo boom economico. Nel giro di un ventennio, la popolazione straniera residente nell’Europa occidentale è raddoppiata: da cinque a dieci milioni di persone. I dati sull’immigrazione in Europa Negli ultimi decenni i flussi migratori sono aumentati considerevolmente in tutto il mondo. Differenze economiche, cambiamenti demografici nei Paesi industrializzati e in via di sviluppo, problemi politici e d’instabilità in molti Paesi, sono tutti fattori che hanno contribuito al consistente aumento della mobilità della manodopera. Secondo i dati raccolti nell’International Migration Outlook 2006 pubblicato dall’Ocse, il flusso migratorio verso i Paesi dell’UE a 25, con l’aggiunta di Svizzera e Norvegia, continua a crescere (vedi tabella 1). Se nel 1998 l’Europa ha visto giungere 1,5 milioni di immigranti, nel 2004 il numero è salito a 2,8 milioni. Nel giro di sei anni, l’Italia ha visto triplicare il flusso di immigranti, passando dai 111.000 del 1998 ai 319.000 del 2004. In Europa solo Spagna (645.000), Germania (602.000) e Regno Unito (494.000) ci stanno davanti. Considerando i dati sulle presenze straniere in Europa, dal 1995 al 2003 la maggiore crescita percentuale è avvenuta nei Paesi che confinano con il Mediterraneo, che nel recente passato erano noti più per il fenomeno dell’emigrazione che dell’immigrazione. L’Italia ha visto crescere la percentuale di popolazione straniera dall’1,7% al 3,9% (+1,4 milioni), la Spagna dall’1,3% al 3,9% (+1,1 milioni), il Portogallo dall’1,7% al 4,2% (+265.000). La cifra totale più alta resta alla Germania con 7,3 milioni (8,9% della popolazione). Per comprendere il fenomeno dell’immigrazione dobbiamo legarlo all’andamento della demografia. L’Ocse ci mostra pochi ma significativi dati sui bambini nati da popolazione straniera in Europa (vedi tabella 3). Prendendo come campione Regno Unito, Germania e Portogallo in rappresentanza di nord, centro e sud dell’Europa, vediamo che dal 1995 al 2003 si registra rispettivamente una crescita dal 6,9% all’8,9% (Regno Unito), dall’11,5% al 12,9% (Germania) e dal 5,4% al 6,7% (Portogallo). Per quanto riguarda l’immigrazione economica, la situazione attuale e le prospettive dei mercati del lavoro dell’Unione Europea possono essere rappresentate come uno scenario di “necessità”. Alcuni Stati membri stanno già sperimentando gravi carenze di manodopera, non risolvibili con il ricorso al mercato nazionale del lavoro. Questo fenomeno riguarda un’ampia gamma di qualifiche, dai lavoratori non qualificati ai professionisti con formazione universitaria di livello elevato. In base ai dati Ocse ed Eurostat, nel 2004 i principali flussi migratori dai Paesi terzi verso l’Unione provenivano dalla Romania, dal Marocco, dalla Bulgaria, dalla Turchia, dall’Ucraina e dalla Federazione russa. I flussi in entrata sono andati diversificandosi, con un numero crescente di immigrati provenienti da nuovi Paesi d’origine dell’Europa centrale e orientale, dell’Asia (Cina in testa), dell’America centrale e latina (soprattutto Ecuador); negli ultimi mesi è notevolmente aumentata la migrazione di provenienza africana. È improbabile che questa tendenza si arresti nel prossimo futuro, mentre sono possibili aumenti della pressione migratoria. Tenuto conto degli sviluppi demografici, l’Unione Europea avrà bisogno degli immigrati per garantire la sostenibilità dei mercati del lavoro e far fronte alla concorrenza delle altre regioni del pianeta. Le proiezioni di Eurostat indicano che nell’Unione Europea la crescita demografica è principalmente dovuta alla migrazione netta, dato che il totale delle morti supererà il totale delle nascite a partire dal 2010. L’effetto della migrazione netta non dovrebbe più compensare la diminuzione naturale dopo il 2025 e quindi si prevede che nell’Unione Europea a 25 la percentuale della popolazione in età lavorativa rispetto alla popolazione totale diminuisca fortemente passando dal 67,2% del 2004 al 56,7% del 2050, con un calo di 52 milioni. Il calo della popolazione totale è previsto per il 2025 e quello della popolazione in età lavorativa per il 2011. In alcuni stati (Germania, Ungheria, Italia, Lettonia) è già in atto un declino dell’età lavorativa della popolazione, mentre in altri avverrà più tardi (per esempio, in Irlanda dal 2035). Questa tendenza, pur differenziata, deve essere affrontata in maniera efficace e coordinata. Le legislazioni nazionali Malgrado l’aumento dell’immigrazione a partire dagli anni Ottanta e nonostante il gran numero di immigrati provenienti dai Paesi in via di sviluppo (si calcola che gli immigrati siano attualmente 40 milioni), non esiste ancora una politica europea comune in materia di regolamentazione dei flussi migratori, ragion per cui gli Stati membri adottano decisioni unilaterali, ostacolando l’adozione di una posizione comune. Tutto ciò nonostante il programma dell’Aia (approvato dal Consiglio europeo nel novembre 2004) abbia tracciato un piano di lavoro finalizzato all’istituzione di una politica comune in materia di migrazione, definendola una priorità dell’Unione. Per le sue implicazioni dirette sulla sicurezza interna e sul tessuto economico-sociale del Paese di accoglienza, l’immigrazione è stata da sempre considerata un argomento di esclusiva competenza nazionale, con una forte resistenza degli Stati membri a cedere quote di sovranità nazionale all’intervento comunitario. Ciascun Paese europeo ha quindi sviluppato sistemi di regole sull’immigrazione anche molto diverse fra loro, in funzione della propria specifica esperienza. Fino ai primi anni Novanta, il dibattito europeo si è concentrato sugli aspetti legati al controllo restrittivo dei flussi. Successivamente, la ripresa del ciclo economico e il boom dei settori ad alta tecnologia hanno almeno in parte modificato l’impostazione di molti Paesi europei e non nei confronti dell’immigrazione, ritenuta nuovamente necessaria per colmare le insufficienze dell’offerta interna di lavoro. Il controllo dei flussi d’entrata e il contrasto dell’immigrazione clandestina rimangono al centro dell’attenzione politica e dell’opinione pubblica, ma il dibattito si è allargato a considerare i benefici che l’immigrazione può apportare, almeno nel breve periodo, all’equilibrio del mercato del lavoro dei Paesi d’arrivo. In un orizzonte temporale più lungo, vi è il problema più strutturale dell’impatto dell’immigrazione sullo sviluppo economico complessivo, sia attraverso l’accumulazione di capitale umano, sia attraverso il contributo che la popolazione immigrata può fornire per attenuare gli effetti dell’invecchiamento demografico in atto nella maggior parte dei Paesi sviluppati, in particolare in quelli europei. La legislazione europea I Trattati istitutivi della Comunità economica europea non contenevano una disciplina specifica del fenomeno. Un lento processo di “comunitarizzazione” della materia si è tuttavia innescato a partire dagli anni Ottanta, legato al processo europeo di realizzazione del mercato comune prima e interno poi. In tale ambito, il fenomeno migratorio comincia a essere preso in considerazione come tema complementare al pieno compimento di una delle quattro libertà da realizzare nel mercato interno: la libertà di circolazione delle persone. La progressiva soppressione delle frontiere interne (accordo di Schengen) ha infatti da subito posto il problema di uniformare le norme relative all’attraversamento dei confini esterni, incluso l’aspetto della lotta all’immigrazione clandestina, nonché quello di garantire parità di trattamento riguardo alle condizioni essenziali di vita e di lavoro tra i lavoratori dei Paesi terzi ammessi nel mercato unico e i cittadini dei Paesi UE. A partire dal maggio 2004, l’Unione Europea ha accolto al suo interno dieci Paesi dell’Europa centro-orientale, a cui nel 2007 si sono aggiunti Romania e Bulgaria. Alcuni Paesi - soprattutto la Germania - hanno manifestato timori di un’accresciuta pressione migratoria di questi Paesi, con conseguenze negative sugli equilibri dei mercati del lavoro. Pertanto, i trattati di adesione hanno previsto la possibilità di una fase transitoria di sette anni di limitazione del principio della libera circolazione delle persone, nei confronti di tutti i Paesi coinvolti a eccezione di Cipro e Malta. Alcuni stati europei - tra cui Irlanda, Regno Unito, Olanda, Svezia e Grecia - hanno tuttavia ritenuto i cittadini dei nuovi Paesi dell’Unione più facilmente integrabili, sia per dotazione di capitale umano che per caratteristiche storico-culturali, rispetto ai cittadini di molti Paesi extra-europei. Sulla base di queste valutazioni, hanno quindi deciso di permettere da subito l’entrata dei futuri cittadini comunitari; la Danimarca ha però previsto alcune misure di salvaguardia per i lavoratori a più bassa remunerazione. Urge che l’Europa inizi a considerare l’immigrazione in una prospettiva globale e non continui ad affrontarla per mezzo di misure isolate. Occorre considerare tutte le iniziative legislative, operative ed economiche necessarie per affrontare il fenomeno dalle sue fasi iniziali, attraverso la cooperazione allo sviluppo con i Paesi d’origine e la lotta contro il traffico di esseri umani, fino al suo stadio finale, in cui vanno adottate le misure necessarie per garantire l’integrazione di tutti gli immigrati stabilitisi nei nostri Paesi e per lottare contro l’economia sommersa, che funge da chiaro fattore di richiamo e incoraggia lo sfruttamento. Sono quattro i punti su cui l’Europa potrà costruire una politica in grado di far fronte all’emergenza immigrazione: - L’Europa sta attraversando la maggiore emergenza migratoria della sua storia. Essendo l’obiettivo ultimo di questo fenomeno l’accesso al territorio europeo, il problema non si situa esclusivamente negli Stati membri e nelle regioni che sono le principali destinazioni dei flussi migratori, ma deve essere considerato in una prospettiva globale comprendente tutta l’UE, gli Stati membri, i Paesi d’origine e i Paesi di transito, che, insieme, devono affrontare le nuove sfide generate giorno per giorno dai movimenti migratori, compresi quelli interni all’UE. - Mancano dati statistici affidabili che consentano di valutare con precisione la relazione esistente tra la migrazione legale e illegale e il fenomeno migratorio nel suo insieme. È pertanto opportuno continuare a lavorare per poter disporre di informazioni obiettive e comparabili su cui basare politiche comuni in materia d’immigrazione e di asilo. - L’integrazione della popolazione immigrata deve essere considerata non solo nella prospettiva del mercato del lavoro (dedicando un’attenzione speciale alle donne immigrate), ma anche secondo una prospettiva più ampia che comprenda, fra le altre, anche la sfera educativa, culturale, sociale e politica. - L’integrazione è un processo bidirezionale, che presuppone sia la volontà degli immigrati di integrarsi nella società di accoglienza e la loro responsabilità nel mettere in pratica tale intenzione, sia la volontà dei cittadini comunitari di accettare e includere gli immigrati stessi. Per influenzare positivamente i comportamenti di entrambi i gruppi sono pertanto necessarie azioni di sensibilizzazione e di educazione. L’azione del Commissario europeo competente per l’immigrazione, Franco Frattini, è sulla buona strada. La Commissione europea ha infatti presentato nel novembre 2006 una comunicazione sull’approccio globale all’immigrazione, in cui si sottolinea la necessità di una maggiore coordinazione dei diversi aspetti della politica UE sull’immigrazione: lotta contro immigrazione illegale, lavoro nero, tratta degli esseri umani, migrazione legale e integrazione, rimpatrio degli immigrati clandestini. Conclusioni La gestione dei flussi migratori in un mondo globalizzato lancia sfide crescenti e mutevoli cui l’Unione Europea è chiamata a fornire una risposta globale. L’immigrazione sia una sfida per tutti: ciascuno di noi ha un ruolo da svolgere, a partire dalle amministrazioni europea, nazionale, regionale e locale, fino ai cittadini europei e agli stessi immigrati. Solamente così potremo risolvere i relativi problemi e trarre profitto tutti, inclusi i Paesi d’origine, dalle opportunità che essa offre. Nei prossimi decenni, lo stretto legame fra immigrazione e demografia potrà portare il nostro continente a un radicale cambiamento della propria popolazione e della cultura presente nella maggioranza di essa. Quindi è necessario anche domandarci: «Che cos’è l’Europa?». Se l’Europa vuole preservare la propria prosperità deve affrontare urgentemente l’emergenza demografica legata all’invecchiamento della popolazione. Corriamo il rischio che la risposta alla crisi demografica rischi di diventare ideologica, privilegiando opere di “ingegneria sociale”. Le soluzioni sociali e politiche non avranno alcun effetto se i popoli non ritroveranno fiducia in se stessi. È una disposizione alla generosità che permette di superare l’egoismo e generare nuovi figli. Come a dire che anche la crisi demografica ha a che fare con la perdita di ragioni patita da una generazione, ragioni che permettano di costruire una famiglia, di mettere al mondo dei figli. Ha a che fare insomma con la perdita delle proprie radici e della propria identità.
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