ATLANTIDE: La Sua regione è una delle più esposte al fenomeno dell’immigrazione clandestina. Qual è l’aspetto più grave di questo fenomeno? Salvatore Cuffaro: Nel Libro verde sull’approccio dell’Unione Europea alla gestione della migrazione economica, si stima che l’UE dovrà far fronte entro il 2030 a un calo demografico di circa 20 milioni di lavoratori, che potrà essere colmato solo con l’immigrazione. Questo dato vale da solo a legittimare una lettura del fenomeno immigrazione tutt’altro che emergenziale: si tratta di una grande questione strutturale del Terzo millennio che chiama in causa la vita e il destino di interi popoli. In questo senso, il Mediterraneo con la sua storia documenta un fenomeno che spesso, nel corso dei secoli, ha innescato processi di integrazione sociale, di crescita culturale e di sviluppo economico, dei quali oggi più che mai avvertiamo l’esigenza. Credo che, come in passato, sarà proprio la valorizzazione della nostra tradizione storica e della nostra identità il fattore decisivo per vincere la sfida che l’immigrazione porta con sé, superando lo schema di un multiculturalismo e di un “relativismo identitario” che poco hanno a che fare con l’accoglienza e l’integrazione. Di fronte a una questione sociale di tale portata va constatata l’inadeguatezza di una politica meramente repressiva o di semplice contenimento, preoccupata solo di affrontare la contingenza, dimenticando, invece, la necessità di un approccio condiviso, che solo con il contributo di tutte le istituzioni coinvolte, a partire dall’UE, è possibile realizzare. In questo scenario, la perdita di tante vite umane è il sintomo più grave di un fenomeno che, pur di rilevanza planetaria, assume nella mia regione caratteristiche particolari. Sono tanti, infatti, coloro, di cui non conosciamo neppure il nome, che sono periti di fronte alle nostre coste, anche a causa di pericolosi trafficanti di uomini che alimentano un circuito criminale che va scompaginato con tutti gli strumenti interni e internazionali a disposizione. Nicola Vendola: In questi anni si è cercato di cavalcare il tema dell’immigrazione, accostandolo unicamente a una questione di ordine pubblico. Si tratta di una visione assai limitata del fenomeno, dove lo straniero è stato considerato solo un soggetto da controllare attraverso norme di ordine pubblico o penale, e non una risorsa o tanto meno un soggetto cui garantire la fruizione di diritti fondamentali. In nome della sicurezza si è fatto tutto e il contrario di tutto. Credo che l’aspetto più grave di questo fenomeno sia l’aver creato una sottocultura fondata su luoghi comuni, quasi che i diritti sociali non fossero il nucleo forte della civiltà moderna, ma solo un impedimento. La cosiddetta legge Bossi-Fini è figlia di questo periodo buio che abbiamo vissuto e, per certi versi, viviamo ancora. ATLANTIDE: Nel risolvere i problemi dell’immigrazione, quale ruolo dovrebbero rispettivamente avere la Regione, lo Stato e la Comunità europea? Cuffaro: È necessaria una forte mobilitazione dell’UE, oltre a un accordo multilaterale con i Paesi d’origine, di transito e di approdo degli immigrati. Le radici del fenomeno affondano, infatti, nelle regioni di provenienza degli immigrati, di cui occorre favorire lo sviluppo, attraverso modelli che sappiano guardare come risorsa alle tradizioni religiose e culturali mediterranee. In tale contesto, la Regione Siciliana ha lanciato, sin dalla Conferenza di Palermo «Uniti dal Mediterraneo» del novembre 2003, l’iniziativa di promuovere, di concerto con le altre Regioni, gli Stati membri, le Ong e le istituzioni europee, un Piano multilaterale di solidarietà per lo sviluppo del Mediterraneo, diretto ai Paesi del Nord Africa da dove hanno origine o transitano i flussi migratori. La costituzione, in seno al Comitato delle regioni, del Gruppo interregionale mediterraneo, intende conferire all’azione dell’UE il valore aggiunto di un’iniziativa straordinaria affidata alle regioni e alle città. Sarà così possibile esercitare un’indispensabile mediazione culturale, che miri allo sviluppo dell’area mediterranea. Grazie a due specifici programmi europei avremo a disposizione 50.000.000 di euro per interventi denominati Enpi Bacino del Mediterraneo, che saranno cogestiti unitamente ad altre regioni, e 12.500.000 euro per azioni specifiche da realizzare in Tunisia, con un ruolo di leadership assegnato alla Sicilia. Vendola: Come Regione Puglia abbiamo approvato la normativa più avanzata d’Italia in termini di contrasto al lavoro nero e al caporalato. Una legge che prevede, per esempio, lo stop ai finanziamenti e alle agevolazioni regionali per le aziende non in regola con i contratti di lavoro e l’introduzione di un indice di congruità tra fatturato, produzione e numero di addetti. Un fenomeno come quello migratorio, carico di sofferenza, fatica, ferite morali e materiali, necessita di politiche capaci di dare a tutti dignità, speranza e futuro. È una sfida che deve coinvolgere ciascuno di noi con grande senso di responsabilità. È necessaria un’Unione Europea che cessi di essere una fortezza blindata e spaventata, che sia consapevole che la sua crisi demografica ed economica è irrisolvibile senza il contributo delle persone immigrate. ATLANTIDE: Come si può andare incontro alle esigenze degli immigrati senza trasformare il nostro Paese in una specie di terra di nessuno o, come dice qualcuno, nel “ventre molle” dell’Europa? Cuffaro: L’iniziativa che abbiamo assunto come Regione Siciliana può suggerire anche un metodo da seguire per un approccio più globale al fenomeno. Non possiamo essere genericamente accoglienti senza intraprendere azioni complessive e articolate mirate ai Paesi d’origine, partendo da accordi di reciprocità che consentano lo scambio di professionalità e di opportunità economiche per le nostre aziende. In questo contesto mi pare che sia da riprendere e sviluppare il tema avanzato alcuni anni fa dal Cardinale Biffi: «Ai forestieri si fa spazio non demolendo la nostra casa, ma ampliandola e rendendola ospitale nel rispetto della sua originaria architettura e della sua primitiva bellezza»1. ATLANTIDE: È diffuso il timore che l’immigrazione non controllata divenga un forte elemento di insicurezza per la vita dei cittadini. Condivide questa preoccupazione e quali possono essere i rimedi? Cuffaro: Lo sbarco degli immigrati ha riproposto il problema della sicurezza. È possibile che esso sia aggravato anche dallo scarso controllo, ma spesso, dietro alle attività delinquenziali degli immigrati, si nascondono organizzazioni criminali saldamente in mano agli italiani. In questo senso in Sicilia le istituzioni (e tra queste certamente la Regione) sono impegnate nella difesa della convivenza sociale, non solo dall’aggressione mafiosa, ma anche da ogni forma di criminalità legata all’immigrazione. Oltre a intensificare tutti i mezzi di controllo e contrasto, occorre qualificare i processi di ingresso regolare. Se a chi lavora da anni in Italia da clandestino non si offre una data certa e ravvicinata per rientrare nel circuito legale, questi risulterà alquanto vulnerabile. Vendola: Nel nome della sicurezza non possiamo fare leggi che puntino all’esclusione sociale. Non è militarizzando le coste che si risolve il problema. Non lo dico per un velleitario e vago umanitarismo, ma è con l’esercito dei diritti che si sconfigge la paura dell’altro. Scuole, asili, consultori, centri di ascolto e quant’altro sono gli strumenti che possono contribuire a costruire una vera integrazione. ATLANTIDE: Si parla sempre più spesso del sostanziale fallimento dei modelli francese e inglese di società multiculturale e della necessità di inventare nuove soluzioni. Lei cosa pensa? Cuffaro: Il modello assimilativo francese intreccia la sua origine storica con quella del colonialismo. Ai colonizzatori francesi parve naturale che i popoli sottomessi dovessero assimilarsi al modello della nazione vincente. Non si può dire che il modello abbia funzionato: basti pensare alla nascita di quartieri ghetto, dove si cerca di riprodurre, fin dov’è consentito, la vita dei luoghi di provenienza. Il modello multiculturale tipico della tradizione inglese cerca invece di far prevalere un’impostazione plurilinguista e multietnica, ma neanche in questo caso si riesce a giungere a quel rapporto fra culture cui si vorrebbe pervenire, riproducendo modelli isolazionistici come nel primo caso. Le due posizioni colgono elementi di realismo, ma si dimostrano entrambe deficitarie. Bastano due osservazioni: in primo luogo, ogni uomo è un soggetto irripetibile, dotato di una dignità assoluta in quanto persona, ed è allo stesso tempo componente essenziale del contesto sociale. Pertanto, non si può dividere arbitrariamente la vita dell’uomo in sfera pubblica e privata. In secondo luogo, è evidente come l’uomo concreto sia mosso nelle sue scelte da un dinamismo originario nel costruire il proprio tentativo di crescita e di felicità. Il riconoscimento di tali dimensioni e la loro sostanziale intangibilità costituiscono l’espressione di un’autentica laicità che non significa, dunque, spazio vuoto o relativismo culturale. La modalità con cui si pratica tale laicità non può essere altro che quella di un dialogo effettivo e libero tra identità particolari, ponendo come tratto comune il riconoscimento della persona e il rispetto del linguaggio della ragione. Solo le società che si aprono a questo orizzonte sapranno assicurare ai propri cittadini un clima al riparo da integralismi religiosi e da fondamentalismi laicisti. Vendola: Qui in Puglia abbiamo scelto il Mediterraneo come nostro destino e nostra missione. Ci stiamo muovendo cercando di costruire una rete di cooperazione tra le amministrazioni del Mediterraneo. Si tratta, fondamentalmente, di realizzare buone pratiche tra Pubbliche amministrazioni introducendo, come dato quotidiano di lavoro, la cultura della cooperazione. Stiamo puntando sul ruolo che la Puglia può svolgere grazie alla sua collocazione geopolitica: un pezzo importante del Mediterraneo che ragiona con gli altri territori. Siamo convinti che anche la “politica estera” di una Regione può determinare politiche di solidarietà, di sviluppo, di benessere, di inclusione sociale e di integrazione tra le diverse culture.ATLANTIDE: Secondo molte analisi, l’economia italiana si fermerebbe senza l’apporto degli immigrati. Tale analisi è condivisibile anche per le regioni del Sud, afflitte da alti tassi di disoccupazione, in cui quindi non dovrebbe esservi bisogno di manodopera straniera? Cuffaro: Ogni società che si sviluppa produce il fenomeno dei cosiddetti “lavori rifiutati”, quelli, cioè, che alcune fasce di lavoratori non vogliono più esercitare e che riservano a quelle più deboli, come gli immigrati. Ciò accade anche in Sicilia per i lavori agricoli o silvo-pastorali o per quelli particolarmente faticosi. In questo processo, purtroppo, la soglia di tutela e di sicurezza di questi lavoratori si è abbassata: da ciò una recrudescenza del lavoro nero e irregolare. Non mancano però esempi e modelli significativi che marciano in direzione opposta; mi riferisco non solo alla consolidata esperienza della marineria di Mazzara del Vallo, ma anche alla più recente esperienza dell’agricoltura della provincia di Ragusa dove maestranze - prevalentemente tunisine - sono ormai elemento insostituibile per l’agricoltura dei primaticci in serra, contribuendo a delineare prospettive per il futuro proprio e di tutta la popolazione locale. Ovviamente, non potremo pensare di assorbire ancora quantità indiscriminate di lavoratori senza un adeguato percorso di formazione e di ingresso mirato: questo è il lavoro che il nostro assessorato competente sta facendo da tempo, anche in raccordo con le istituzioni dei Paesi a noi più vicini. Vendola: Tutte le statistiche ci confermano con assoluta chiarezza che il lavoro svolto dagli immigrati nel nostro Paese rappresenta una porzione importante dell’economia. Non so dire se l’economia si fermerebbe senza l’apporto degli extracomunitari, so solo che non si risana il sistema produttivo di un Paese distruggendo la storia delle persone, lasciando indietro i più fragili e i più deboli. Non basta fare impresa, occorre fare società. ATLANTIDE: Gli immigrati di prima generazione sono normalmente disposti ad accettare lavori di infimo livello, ma i loro figli, cresciuti in Italia, vorranno giustamente lavori migliori alla pari degli italiani. Come si può alleviare lo sfruttamento per i primi e la frustrazione per i secondi? Cuffaro: Lo sfruttamento si può alleviare con il rispetto delle regole e adeguate misure di contrasto. Alla frustrazione degli immigrati più giovani si farà fronte solo con politiche di sviluppo economico che sappiano guardare alle nuove fasce generazionali come autentico capitale umano, rispetto al quale divengono assolutamente strategiche le dimensioni dell’educazione e della formazione. ATLANTIDE: A Suo parere quali sono i punti della Bossi-Fini più criticabili e quindi da cambiare, e in quale direzione? Cuffaro: Ho sempre sostenuto che il concetto di “quote” introdotto dalla Bossi-Fini è irriguardoso nel momento in cui si parla di persone; inoltre, tale legge ha favorito un ingresso più ordinato nel nostro Paese, ma ha dovuto fare i conti con la necessità di un’ennesima regolarizzazione. È il segno che la via dell’ingresso illegale rimane per gli immigrati la più conveniente da perseguire; tuttavia, la formazione dei lavoratori nei Paesi d’origine e il loro ingresso graduale rimane la strada maestra. Vendola: Il nucleo centrale della Bossi-Fini ha riguardato le espulsioni. L’accompagnamento coattivo alla frontiera è diventata la forma ordinaria di esecuzione del provvedimento di espulsione e ha colpito, salvo pochissime eccezioni, ogni forma di irregolarità, sanzionando nello stesso modo situazioni molto differenti. Questa generalizzazione è risultata però improntata più a criteri di immagine che di reale efficacia: invece di combattere la clandestinità, si è prodotto l’effetto contrario di aumentare il numero di coloro che sempre più facilmente da regolari sono diventati irregolari e successivamente clandestini. La storia delle migrazioni, anche in Paesi ben più efficaci del nostro quanto ad apparati repressivi e di polizia, ha dimostrato che le espulsioni sono solo in minima parte eseguibili per le ragioni più disparate, relative, per esempio, ai costi o alle difficoltà di identificazione. E non è tutto: la Bossi-Fini è stata una legge che ha incentivato la clandestinità e il lavoro nero, consegnando tanti poveri extracomunitari in mano al caporalato e alle mafie, alimentando al contempo un ghetto mentale di paura e di pregiudizio, una visione dell’immigrato come potenziale criminale. ATLANTIDE: Secondo Lei, quanto le proposte contenute nel Disegno di legge Amato-Ferrero possono risolvere i problemi che l’immigrazione pone alla Sua Regione? Cuffaro: Il Disegno di legge del Governo mi pare pecchi certamente di un’acritica apertura, ancorata, forse, più a professioni ideologiche che a valutazioni pragmatiche e responsabili. Vi sono aspetti e meccanismi che rischiano di generare attese indiscriminate rispetto a quanto il nostro Paese può e deve offrire. Peraltro, è anche giusto avere riguardo per le ricongiunzioni o per coloro che da anni risiedono continuativamente in Italia. Mi auguro che il dibattito parlamentare consenta un serio confronto e una comune assunzione di responsabilità, senza lasciare spazio alla contrapposizione ideologica. Vendola: Credo che il Ddl Amato-Ferrero sia un buon inizio da cui ripartire, e questo per diverse ragioni: permetterà la chiusura di alcuni Centri di permanenza temporanea di troppo, consegnandoli per sempre all’archivio degli orrori; il decreto flussi, da annuale, diventerà triennale; ci sarà una corsia preferenziale per l’ingresso di immigrazione di qualità; per i lavoratori con determinati requisiti sarà previsto un ingresso fuori quota, attraverso la “sponsorizzazione” di organizzazioni dei lavoratori o dei datori di lavoro, nonché degli enti e delle associazioni nazionali maggiormente attivi nell’assistenza e nell’integrazione degli immigrati; saranno create delle liste, organizzate in base alle singole nazionalità, presso i nostri consolati e ambasciate all’estero da utilizzare anche per gli ingressi fuori quota; sarà istituita una Banca dati interministeriale per la raccolta delle richieste di ingresso per lavoro e delle offerte di impieghi; verrà favorito il reinserimento sociale e civile dei minori stranieri; sarà istituito il diritto di voto per gli immigrati titolari del permesso di soggiorno per lungo periodo. Si tratta di disposizioni che potranno seriamente contribuire a innescare quei percorsi di integrazione di cui abbiamo bisogno, garantendo forme di cittadinanza e di estensione dei diritti.
Note e indicazioni bibliografiche 1 G. Biffi, Pinocchio, Peppone, l’Anticristo e altre divagazioni, Cantagalli, Siena 2005, pp. 234-235.
L’intervista al Presidente Cuffaro è stata realizzata a cura di Francesco Inguanti.