A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, la Chiesa Cattolica dedica ampia e specifica attenzione ai problemi posti dalla mobilità umana, dimostrandosi sempre più cosciente dell’importanza e della complessità del fenomeno1. Particolarmente significativa in tal senso risulta l’avvertenza di Giovanni Paolo II: «le migrazioni presentano sempre un duplice volto». Da un lato determinano quel «confronto fra uomini e gruppi di popoli diversi» che «comporta tensioni inevitabili, latenti rifiuti e polemiche aperte». Dall’altro offrono l’occasione di un «incontro armonico di soggetti sociali diversi» in una «messa in comune» delle rispettive culture2 che consente di riscoprire valori radicati «nell’identico humus umano», e quindi «capaci di unire e non di dividere»3. Infatti, molte civiltà «si sono sviluppate e arricchite proprio per gli apporti dati dall’emigrazione» e «in altri casi, le diversità culturali di autoctoni e immigrati », pur non integrandosi, si sono dimostrate capaci «di convivere, attraverso una prassi di rispetto reciproco delle persone e di accettazione o tolleranza dei differenti costumi»4. Occorre, tuttavia, riconoscere che si tratta di un compito tutt’altro che semplice5, in quanto si deve trovare «un giusto equilibrio tra il rispetto dell’identità propria e il riconoscimento di quella altrui», in un contesto di pluralismo culturale compatibile con «la tutela dell’ordine, da cui dipendono la pace sociale e la libertà dei cittadini»6. In tale prospettiva si è giunti a valutare positivamente, nel caso delle cosiddette migrazioni senza ritorno, anche il costituirsi di “gruppi etnici” che «all’estero coltivano le proprie tradizioni, in ideale unione con il Paese d’origine». Infatti, nel 1978, l’organismo della Santa Sede competente in materia ha osservato che questi gruppi, «armonizzandosi al contesto generale, e continuando a conservare la propria identità», possono persino divenire «una colonna portante della struttura sociale»7. La complessità del fenomeno migratorio non deriva solo dalla diversità dei suoi possibili esiti sociali, ma anche dalla molteplicità delle sue motivazioni che determinano una tipologia della figura del migrante quanto mai variegata: migranti temporanei e definitivi, giovani in cerca di prima occupazione, lavoratori dediti ad attività disertate dagli autoctoni, persone desiderose di promozione culturale e professionale, funzionari di organismi internazionali e imprese multinazionali. Occorre comunque riconoscere che, in larga misura, la migrazione deriva da una «costrizione soggettiva», o dall’esigenza di «sottrarsi a regimi oppressivi dei diritti fondamentali» oppure dal «bisogno di lavoro, come alternativa alla disoccupazione o alla sotto-occupazione»8. In queste situazioni, osserva Giovanni Paolo II9, la migrazione è, «sotto certi aspetti, un male». Infatti, costringe il migrante ad allontanarsi dalla propria comunità «unita dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, per iniziare una vita in mezzo a un’altra società, unita da un’altra cultura e molto spesso anche da un’altra lingua». E, al contempo, priva il suo Paese d’origine del contributo al bene comune che egli potrebbe offrire «con lo sforzo del proprio pensiero o delle proprie mani». Alla luce di queste considerazioni occorrerebbe tutelare, innanzitutto, «il diritto a non emigrare, a vivere cioè in pace e in dignità nella propria patria»10. Ma là dove questo non sia possibile, si impone il pieno riconoscimento del diritto a emigrare, decisamente richiesto da tutti i pontefici a partire da Pio XII11. A suo giudizio, lo stesso «diritto di natura non meno che la pietà verso il genere umano» esigono che le «vie di emigrare» siano «aperte» a quanti sono costretti ad abbandonare le loro case «per i rivolgimenti interni della loro patria o perché spinti dalla disoccupazione e dalla fame». Inoltre, occorre fare di tutto, avverte Giovanni Paolo II, perché il «male» dell’emigrazione non comporti maggiori danni, «anzi perché, in quanto possibile, esso porti perfino un bene nella vita personale, familiare e sociale dell’emigrato», grazie, soprattutto, a «una giusta legislazione»12. Occorre, cioè, che il migrante goda di «un vero statuto che, attraverso il riconoscimento di ogni diritto nativo, gli assicuri legittimi spazi di crescita sociale e culturale indispensabile alla sua stessa realizzazione umana e professionale »13. Identità e integrazione Il magistero pontificio non si è limitato a un pur significativo ed esauriente rinvio all’intero catalogo dei diritti fondamentali14, ma ha anche ritenuto necessario richiamare l’attenzione sulle prerogative della dignità della persona umana dei migranti più frequentemente esposte al pericolo di violazioni. In particolare, ha avvertito che il migrante «non può essere dissociato dal popolo al quale appartiene, ma va inquadrato nella sfera della propria identità culturale». Di conseguenza nei suoi confronti si impone il rispetto della «nazione nella quale affonda le sue radici, essendo questa una comunità di uomini, stretti da legami diversi, da una lingua e soprattutto da una cultura, che costituisce come l’orizzonte della vita e del progresso integrale»15. Al diritto al rispetto della propria identità culturale si accompagna quello all’integrazione. Infatti «fra i diritti inerenti alla persona vi è pure quello di inserirsi nella comunità politica in cui ritiene di potersi creare un avvenire per sé e per la propria famiglia». La comunità politica di accoglienza ha quindi «il dovere di permettere quell’inserimento, come pure di favorire l’integrazione in se stessa delle nuove membra»16, rifiutando «sia i modelli isolazionisti, che tendono a fare del diverso una copia di sé, sia i modelli di marginalizzazione […] che possono giungere fino alle scelte dell’apartheid»17. A quest’ultimo riguardo è stato denunciato come immigrati e profughi siano frequentemente «vittime di pregiudizi razziali». La legge dovrà, dunque, «provvedere a reprimere atti di aggressività nei loro confronti e anche sorvegliare che nessuno […] tenti di approfittare di queste persone»18. In particolare, «l’emigrazione per lavoro non può in alcun modo diventare un’occasione di sfruttamento finanziario e sociale». Di conseguenza, non solo non si deve approfittare dell’eventuale «situazione di costrizione» in cui si trovi l’emigrato, ma gli devono essere riconosciuti gli stessi diritti che competono agli altri lavoratori19. La tutela della famiglia Il magistero non ha dedicato attenzione solo ai diritti individuali, ma si è anche occupato, e in modo singolarmente ampio e insistente, della protezione della famiglia del migrante. Tra i molteplici insegnamenti in materia che si sono succeduti nel tempo, merita particolare attenzione il messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale del migrante del 1986, interamente dedicato alla famiglia emigrata. In esso, il Pontefice qualifica come «dovere prioritario inderogabile» dello Stato di diritto la tutela della famiglia emigrata e profuga «in tutti i suoi diritti fondamentali, evitando ogni forma di discriminazione nella sfera del lavoro, dell’abitazione, della sanità, dell’educazione e cultura», impegnandosi a favorire i ricongiungimenti familiari. In questo contesto vengono anche riproposte, con accenti non privi di originalità, le questioni relative al diritto alla propria identità culturale e all’integrazione. Da un lato si chiede allo Stato di «creare strutture di accoglienza, di informazione e di formazione sociale che aiutino la famiglia immigrata a uscire dall’isolamento e dall’ignoranza dell’ordine giuridico, sociale, educativo e previdenziale del Paese di accoglienza, per quanto concerne il diritto di famiglia». Al contempo, si impegna lo stesso Stato «a perseguire una politica che incrementi tutte le genuine espressioni culturali, locali e immigrate, presenti sul territorio nazionale, poiché ogni famiglia ha diritto alla sua identità culturale specifica»20. Da ultimo, nello scorso mese di novembre, Benedetto XVI ha riconosciuto «nel dramma della famiglia di Nazareth, obbligata a rifugiarsi in Egitto», la «dolorosa condizione di tutti i migranti» e «le difficoltà di ogni famiglia migrante». Ha quindi impegnato istituzioni e associazioni ecclesiali a offrire «quell’advocacy che si rende sempre più necessaria […] per rispondere alle crescenti esigenze in questo campo»21. Il Pontificio Consiglio e il ruolo dei vescovi La sensibilità dei pontefici ai problemi riguardanti la mobilità umana non si è manifestata solo nella continua e ampia attività di magistero qui richiamata per linee essenziali, ma anche in iniziative di carattere istituzionale. Tra queste va innanzitutto ricordata la celebrazione annuale della Giornata del migrante, puntualmente segnalata da un apposito messaggio pontificio e giunta ormai a quasi un secolo di vita. Più ampia menzione merita la creazione presso la Curia romana di un dicastero con specifica competenza in questa complessa materia. La Commissione Pontificia, voluta da Paolo VI nel 1970, è ora divenuta il Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. La denominazione di questo organismo potrebbe erroneamente far supporre che esso si occupi esclusivamente di problemi relativi all’assistenza spirituale. In realtà i suoi compiti comprendono anche lo studio di tutte le questioni relative alla mobilità umana e l’impegno «affinché il popolo cristiano, soprattutto in occasione della celebrazione della Giornata mondiale per i migranti e i profughi, acquisti coscienza delle loro necessità e manifesti efficacemente la propria solidarietà nei loro confronti »22. In ogni caso, per avere un quadro almeno sommariamente indicativo del pensiero e dell’azione della Chiesa Cattolica circa l’emigrazione, non è sufficiente ricordare, come finora qui avvenuto, i pur molteplici e significativi interventi della Santa Sede, vale a dire del vescovo di Roma e di quel complesso di organismi che ne aiutano il ministero. Occorre prendere in considerazione anche l’insostituibile ruolo svolto dai vescovi, dalle conferenze episcopali, dagli organismi di collegamento tra queste ultime. Come ha rilevato Giovanni Paolo II, «il carattere sempre più multiculturale delle città e delle società», determinato dalle migrazioni internazionali, impegna i vescovi a «incoraggiare la dimensione missionaria nella propria Chiesa particolare promuovendo, a seconda delle situazioni, valori fondamentali come il riconoscimento del prossimo, il rispetto della diversità culturale e una sana integrazione tra le differenti culture»23. Per quanto poi riguarda le conferenze episcopali, è loro dovere comune «sensibilizzare tutti i fedeli ai doveri di fraternità e di carità nei confronti dei migranti». Inoltre, in quelle nazioni «dove si recano o da dove partono in maggior numero i migranti», è loro richiesto di «costituire una speciale Commissione nazionale per le migrazioni» con compiti precisamente definiti24. A titolo d’esempio si può ricordare come la diocesi di Milano si sia dotata di un Ufficio per la pastorale dei migranti che, oltre a compiti di evangelizzazione e assistenza spirituale, ha il compito di promuovere «lo studio del fenomeno migratorio e il suo monitoraggio», «una concreta accoglienza con interventi di aiuto, di coscientizzazione e di coinvolgimento dell’intera comunità cristiana», nonché «l’attuazione di più adeguati interventi da parte dell’autorità civile». L’Ufficio è affiancato da un’apposita Consulta «che vede la presenza di organismi ecclesiali o di ispirazione cristiana operanti nel settore e di esperti dello stesso ambito»25. Da parte sua la Conferenza episcopale italiana (Cei) non si è limitata a istituire la Commissione e a dotarla di un ufficio, ma ha dato anche vita alla Fondazione Migrantes, che, tra l’altro, ha cura di «promuovere nelle comunità cristiane atteggiamenti e opere di fraterna accoglienza nei loro riguardi, per stimolare nella stessa comunità civile la comprensione e la valorizzazione della loro identità in un clima di pacifica convivenza rispettosa dei diritti della persona umana»26. Non mancano, inoltre, iniziative degli episcopati a livello europeo. In particolare, il Consiglio delle conferenze dei vescovi di Europa (Ccee), composto dai presidenti delle conferenze episcopali dell’intero continente, oltre a organizzare incontri annuali dei direttori nazionali per la pastorale dei migranti, nel 1999 ha promosso un congresso dei vescovi responsabili di questo ambito che ha portato alla formulazione di una serie di dettagliate raccomandazioni alle conferenze episcopali27. La Commissione degli episcopati della Comunità Europea (Comece), che riunisce i delegati delle conferenze episcopali dei Paesi dell’Unione, si è dotata di un apposito gruppo di lavoro composto da esperti designati dalle stesse conferenze e dalle organizzazioni cattoliche presenti a Bruxelles con competenze in materia. Inoltre, nell’assemblea plenaria della primavera del 2001, i vescovi hanno approvato una dichiarazione in vista di una politica comune dell’Unione in tema di diritto di asilo e di immigrazione28.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Si veda in particolare l’accorata descrizione delle inumane condizioni degli emigranti italiani, offerta dalla lettera di Leone XIII ai vescovi americani Quam aerumnosa del 10/12/1888. Salvo diversa indicazione, i documenti e i discorsi citati nel presente studio sono pubblicati in Enchiridion della Chiesa per le migrazioni, EDB, Bologna 2001 e per il periodo successivo in Enchiridion Vaticanum, EDB, Bologna 1966 ss. 2 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante, Roma 21/08/1991, n. 3. 3 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma 15/12/2003, n. 5. 4 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della pace, Roma 08/12/2000, n. 12, dove peraltro si lamenta la persistenza di «situazioni in cui le difficoltà dell’incontro tra le diverse culture non si sono mai risolte e le tensioni sono divenute causa di periodici conflitti». 5 In particolare è «difficile determinare dove arrivi il diritto degli immigrati al riconoscimento giuridico pubblico di loro specifiche espressioni culturali che non facilmente si compongano con i costumi della maggioranza dei cittadini», ibid., n. 14. 6 Infatti «il principio del rispetto delle differenze culturali» va coniugato con «quello della tutela dei valori comuni irrinunciabili, perché fondati sui diritti umani universali». Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma 24/11/2004, nn. 2-3. 7 Pontificia Commissione per la pastorale delle migrazioni e del turismo, Lettera Chiesa e mobilità umana, Roma 26/05/1978, II, n. 1.4. 8 Ibid., II, n. 1.1. 9 Ioannes Paulus P.P. II, Laborem exercens, Roma 14/09/1981, n. 23. 10 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma 15/12/2003, n. 3. 11 Si veda, in particolare, Pio XII, Costituzione apostolica Exsul familia, Roma 01/08/1952, n. 79; Paolo VI, Motu proprio Pastoralis migratorum cura, Roma 15/08/1969, n. 7, e lettera apostolica Octogesima adveniens, Roma 14/05/1971, n. 17; da ultimo Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma 15/12/2003, n. 3. 12 Ioannes Paulus P.P. II, Laborem exercens, cit. 13 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante, Roma 21/08/1991, n. 5; per quanto concerne lo status del migrante nell’ordinamento canonico si veda L. Sabbarese, Girovaghi, migranti, forestieri e naviganti nella legislazione ecclesiastica, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006. 14 «Ad ogni migrante siano riconosciuti i diritti fondamentali», così Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Europa, Roma 28/06/2003, n. 101. 15 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante, 21/08/1991, n. 5. 16 Ioannes P.P. XXIII, Pacem in terris, Roma 11/04/1963. 17 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma 24/11/2004, n. 2. 18 Pontificia Commissione per la Giustizia e la Pace, documento La Chiesa di fronte al razzismo, Roma 03/11/1988, n. 29. 19 Ioannes Paulus P.P. II, Laborem exercens, cit. 20 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante, Roma 15/08/1986, n. 3. Per un prospetto dei richiamati «diritti fondamentali della famiglia», con qualche accenno alla famiglia dei migranti, vedi Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, Roma 22/11/1981, n. 46, e Santa Sede, Carta dei diritti della famiglia, artt. 10-12. 21 Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma 18/10/2006. 22 Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica Pastor bonus, Roma 28/06/1988, artt. 149-151. Per le origini e lo sviluppo degli organismi della Santa Sede competenti in materia si veda Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi, Roma 03/05/2004, nn. 31-33. Per notizie circa la struttura e l’attività del Pontificio Consiglio si veda il sito della Santa Sede www.vatican.va 23 Ioannes Paulus P.P. II, Esortazione apostolica postsinodale Pastores gregis, Roma 16/10/2003, n. 65. 24 Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi, cit., artt. 19-21. 25 Per più ampie notizie si veda il sito della Chiesa ambrosiana www.chiesadimilano.it 26 Per più ampie notizie si veda il sito della Cei www.chiesacattolica.it 27 Per più ampie notizie si veda il sito del Ccee www.ccee.ch 28 Per più ampie notizie si veda il sito della Comece www.comece.org