Quadrimestrale di cultura civile

I rifugiati: un problema dentro il problema delle migrazioni

di Antonio Guterres / Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati

L’immigrazione è un dato di fatto nel mondo di oggi: molti Paesi hanno bisogno degli immigrati per far funzionare la loro economia e molti altri dipendono in buona parte dalle rimesse dei loro concittadini emigrati. Sebbene le persone non si spostino altrettanto liberamente dei beni e dei servizi e non attraversino le frontiere con la stessa semplicità del denaro, il mercato globale della manodopera rappresenta sempre di più un fenomeno con cui confrontarsi. Anche in questo mercato, l’offerta si muove per incontrare la domanda: legalmente se può farlo, illegalmente se è costretta. Questi flussi di popolazione, consistenti e complessi, costituiscono un’importante e crescente sfida per gli stati di destinazione. Accanto all’emigrazione determinata da ragioni economiche vi è quella, ancor più drammatica, di chi fugge dalla guerra o da persecuzioni. Si creano così gruppi misti che percorrono spesso le stesse rotte. La difficoltà di differenziare i rifugiati dagli emigranti aumenta con il crescere del loro numero e con i rischi sempre maggiori che sono disposti a correre pur di arrivare nei Paesi di destinazione. Ciò nonostante, una buona parte del mondo industrializzato deve ancora formulare politiche sull’immigrazione, sull’asilo e sui rifugiati, che siano commisurate alla portata e alla crescente complessità dei flussi migratori. L’immigrazione irregolare è una preoccupazione attuale e concreta e l’Acnur (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) riconosce pienamente il diritto di ciascun Paese di gestire i propri confini e di definire le proprie politiche migratorie. È però essenziale che tali misure non precludano, a chi necessita di tutela internazionale, il diritto ad accedere alle procedure di asilo e all’attribuzione dello stato di rifugiato, in conformità con il diritto internazionale. Sono qui in gioco due principi: il diritto sovrano di ogni stato di gestire e controllare le proprie frontiere e il suo obbligo di rispettare i diritti fondamentali degli individui, tra cui l’essere trattati in modo umano e dignitoso. Nel caso dei rifugiati, gli stati hanno inoltre l’obbligo di fornire a queste persone la protezione che non possono trovare nei loro Paesi d’origine. Per frenare l’emigrazione illegale non basta il controllo delle frontiere, ma occorre dare una risposta completa, che comprenda opportunità significative per l’emigrazione legale, strategie di cooperazione e sviluppo, affinché le persone non siano obbligate a fuggire dalla disperazione e dalla povertà, e collaborazione internazionale nella gestione dei flussi migratori. La comunità internazionale deve inoltre combattere seriamente trafficanti e contrabbandieri. Il Piano di azione in dieci punti Questi ambiti vanno al di là delle responsabilità dirette dell’Acnur. Tuttavia, è sempre più crescente la presenza di gruppi migratori misti, cioè composti in grande maggioranza da emigranti ma che comprendono anche persone alla ricerca di protezione internazionale. Il ruolo dell’Acnur è di contribuire alla creazione delle condizioni perché queste persone possano essere identificate e ricevere protezione. Deve essere loro garantito l’accesso alle procedure di asilo e un equo trattamento delle richieste; in nessun caso si deve permettere che i provvedimenti volti a frenare l’immigrazione illegale mettano in questione tali diritti. La complessità di queste sfide richiede un’azione coordinata e improntata alla collaborazione da parte di una serie di attori: per questa ragione, nel luglio 2006, l’Acnur ha presentato a una conferenza di ministri europei e nordafricani un Piano di azione in dieci punti. Il Piano rappresenta un approccio innovativo al problema dei movimenti migratori misti, proponendo una serie di misure coerenti e sistematiche che i Paesi di origine, di transito e di destinazione debbono approvare e che tutte le competenti organizzazioni internazionali debbono sostenere. Nel riconoscere che i controlli alle frontiere sono fondamentali per combattere la criminalità internazionale, tra cui il contrabbando e il traffico illegale, e per scongiurare le minacce alla sicurezza, il Piano sottolinea la necessità di provvedimenti concreti di salvaguardia per garantire che tali misure non siano applicate in modo indiscriminato o sproporzionato e non determinino il rimpatrio di rifugiati in Paesi in cui la loro vita o la loro libertà possono essere a rischio. Il Piano dell’Acnur individua inoltre misure pratiche, come formazione e istruzioni per le guardie di frontiera e i funzionari che si occupano dell’immigrazione, affinché siano preparati a far fronte alle richieste di asilo, e sappiano come affrontare i bisogni di bambini separati dai genitori, di vittime dei trafficanti e di altri gruppi con necessità speciali. Esso richiede inoltre la predisposizione di adeguati piani di accoglienza per garantire che siano soddisfatte le esigenze fondamentali delle persone coinvolte in questi movimenti misti. Il Piano mostra come il mandato, le competenze e le risorse del mio Ufficio possano essere utilizzate per assistere gli stati nei loro tentativi di affrontare il problema in maniera valida ed equa. È di cruciale importanza, per esempio, che i governi condividano la responsabilità con provvedimenti concordati, invece di lasciare gli stati in prima linea ad affrontare tutto da soli, e che assicurino un dibattito pubblico costruttivo sul diritto di asilo e sulle questioni migratorie. I problemi particolari dei rifugiati Una volta che rifugiati ed emigranti sono giunti in un Paese straniero, le situazioni che devono affrontare sono simili, poiché entrambi devono superare una serie di barriere culturali e linguistiche. Gli emigranti, tuttavia, tendono a spostarsi in Paesi nei quali hanno già qualche legame di tipo culturale, linguistico o economico, mentre i rifugiati non godono evidentemente di alcuna protezione dai loro Paesi di origine e debbono ricostruire la propria vita in una nuova terra senza avere - per lo meno nel breve termine - la possibilità di poter far ritorno a casa. Inoltre, rispetto agli altri emigranti, è più probabile che i rifugiati abbiano vissuto eventi traumatici: sono stati spesso costretti a fuggire all’improvviso, lasciando dietro di sé i propri averi e ogni documento, perdendo magari ogni contatto con i propri familiari e con le strutture di sostegno sociale del loro Paese. La persecuzione, l’esperienza della violenza e della brutalità, lo sradicamento e la separazione forzata da familiari e amici sono tutti fattori che hanno un impatto rilevante sulla salute mentale e possono influire negativamente sulla capacità di integrarsi in un nuovo ambiente. Questa realtà deve essere presa in considerazione quando si offre protezione e si elaborano politiche di integrazione. Assistenza specializzata, aiuto psicologico e altri tipi di intervento sanitario sono talvolta necessari per affrontare le esigenze psicologiche dei rifugiati e dovrebbero essere forniti accanto ai servizi tradizionali, così come potrebbero essere necessari mediatori transculturali e interpreti per consentire ai rifugiati di beneficiare di tali servizi. L’ammissione a una procedura di asilo non pone purtroppo fine all’insicurezza. La condizione di senzatetto, la vita in un centro di detenzione o accoglienza, l’isolamento e la separazione dalla famiglia, le restrizioni relative al diritto di lavoro, la dipendenza dai sussidi e la condizione stessa di rifugiati possono avere effetti duraturi e debilitanti, che relegano spesso gli individui ai margini della società. Il riconoscimento dello stato di rifugiato non significa automaticamente il ritorno alla normalità: ricominciare da capo può essere difficile sia per il rifugiato che per la comunità che lo accoglie. Le migliori probabilità di successo si hanno quando i responsabili delle politiche e gli operatori sul campo sono messi in grado di collaborare all’elaborazione e all’attuazione dei programmi d’integrazione. Gli approcci che ne conseguono si basano sulle competenze e le risorse delle persone, consentendo ai rifugiati di diventare membri attivi della società, migliorando le loro probabilità d’integrazione nel Paese ospite e la reintegrazione nel Paese d’origine al loro ritorno. La globalizzazione è una realtà, ma è anche un fenomeno complesso e asimmetrico. Occorre perciò attuare politiche sull’immigrazione adeguate ed efficaci, ma che non dimentichino i nostri obblighi verso chi ha bisogno di rifugio e protezione.