Quadrimestrale di cultura civile

Da un mondo in movimento... Stranieri in Italia

di Gian Carlo Blangiardo / Ordinario di Demografia, Università di Milano Bicocca

La “migrazione” identifica lo spostamento del centro degli interessi di un individuo, ciò che si è soliti definire “dimora abituale”, e introduce generalmente un elemento di rottura e discontinuità rispetto alla precedente impostazione della sua vita1. Quando come ambito territoriale di riferimento si adotta l’entità politica “stato”, le migrazioni tendono a distinguersi in interne o estere, mentre rispetto alla durata si parla in genere di migrazioni temporanee - talvolta sviluppate secondo cicli stagionali - e definitive. Assume altresì rilievo la distinzione tra migrazioni individuali, familiari e per gruppi. Una modalità, quest’ultima, che trova drammatica espressione negli esodi di massa dei “rifugiati”: i profughi, le minoranze perseguitate, le vittime di guerre e di calamità naturali. Ulteriori importanti discriminanti delle migrazioni sono la volontarietà e le motivazioni dello spostamento e, più in generale, del progetto migratorio. Vanno così distinte le migrazioni spontanee, spesso generate da squilibri demografico-economici tra il luogo di origine e quello di destinazione (la cosiddetta “pressione demografica differenziale”), da quelle indotte da circostanze gravi ed eccezionali ovvero organizzate dalle autorità politiche o amministrative, dove si va dalla semplice incentivazione (con eventuali indirizzi rispetto ai tempi e ai luoghi) sino ai casi di veri e propri spostamenti coatti, di cui è tristemente ricca la memoria storica del XX secolo. Le statistiche del fenomeno migratorio Un primo importante contributo all’inquadramento del fenomeno è fornito dalle più recenti valutazioni delle Nazioni Unite (vedi tabella 1), che segnalano poco meno di 200 milioni di persone presenti in un Paese diverso da quello di nascita. Tutti emigranti? Non necessariamente, ma è lecito supporre che tale dato - in cui il confronto residenza-nascita rappresenta uno dei pochi aspetti oggettivamente rilevabili nel quadro della mobilità internazionale - colga con buona approssimazione la reale dimensione numerica e le dinamiche di un fenomeno che, se nel complesso sembrerebbe coinvolgere “solo” il 3% della popolazione mondiale (1 persona ogni 34) non manca tuttavia di avvicinarsi al 10% nell’ambito dei Paesi più sviluppati, raggiungendo punte del 13-14% in corrispondenza del Nord America (1 migrante ogni 7-8 abitanti). L’analisi dell’incidenza del fenomeno migratorio per grandi aree del pianeta non si limita a confermare la leadership europea e nordamericana e, più in generale, dei Paesi a sviluppo avanzato (ove si concentrano sei migranti ogni dieci ufficialmente conteggiati). Essa mette in rilievo importanti aspetti differenziali tra il Nord e il Sud del mondo, tanto riguardo al genere - migrazioni meno “al femminile” nei Paesi più poveri - quanto al tema dell’accoglienza dei rifugiati (vedi tabella 2). Ben l’80% di questi ultimi risultano localizzati nei Paesi in via di sviluppo, per un totale stimato in circa 11 milioni di individui, di cui circa 2,5 milioni nel sottoinsieme dei Paesi considerati “i più poveri tra i poveri” (least developed countries). In questi Paesi, la coincidenza tra rifugiato e migrante ricorre in circa un caso ogni quattro (23,2%), là dove nel complesso dei Paesi a sviluppo avanzato è di dieci volte minore (2,3%). Se poi si guarda al futuro delle migrazioni internazionali, oltre che i verosimili persistenti differenziali di “sviluppo umano” e di distribuzione delle ricchezze, occorre mettere in conto le trasformazioni legate alla dinamica demografica - più in termini di caratteristiche strutturali che di “quantità” di popolazione - e alle problematiche connesse alla ricerca di nuovi equilibri nel mercato del lavoro. L’ingresso nella forza lavoro di leve giovanili sempre più numerose rappresenta un fenomeno con il quale gran parte dei Paesi in via di sviluppo saranno inevitabilmente destinati a convivere ancora per alcuni decenni. Già nel corso degli anni Ottanta e Novanta l’aggiunta di oltre 60 milioni di unità annue alla popolazione in età lavorativa del Terzo Mondo non è stata certo indolore sotto il profilo degli squilibri occupazionali. Gli ulteriori 70 milioni annui di ingressi netti nei primi anni del nuovo secolo non possono quindi che aver ulteriormente aggravato un mercato del lavoro già ricco di tensioni e caratterizzato da una crescente disoccupazione strutturale. Non deve dunque stupire se, per esempio, a fronte dell’oggettiva impossibilità di dar vita a quasi due milioni di nuovi posti di lavoro annui in Messico e a più di un milione in Egitto o nelle Filippine, si siano create le premesse per alimentare quella forza espulsiva che viene usualmente posta all’origine dei flussi migratori tra il Sud e il Nord del pianeta. Una mobilità che, stante la dimensione degli squilibri nei Paesi d’origine, si può a tutt’oggi ritenere ancora sostanzialmente contenuta e riconducibile a una sorta di élite più determinata nello sfuggire a una realtà occupazionale in progressivo deterioramento. Se tuttavia dovessero persistere le attuali condizioni socioeconomiche e dovesse estendersi la consapevolezza che esiste “da qualche altra parte” una via d’uscita, le dinamiche espulsive (e le conseguenti pressioni all’ingresso) potrebbero raggiungere livelli destabilizzanti (vedi tabella 3). La situazione italiana Nel panorama di un mondo che ha nel movimento della popolazione una parziale valvola di sfogo rispetto agli squilibri che sussistono, si colloca il crescente fenomeno della presenza straniera sul territorio italiano. Una realtà che è andata diffondendosi in sordina nel corso degli anni Ottanta e che ha trovato significativi sviluppi e una sorprendente accelerazione nel nuovo secolo. Partendo dai dati ufficiali Istat più recenti, si stima che la popolazione straniera regolarmente in Italia al 1° gennaio del 2006 fosse di poco superiore a 3 milioni di unità (vedi tabella 4): circa 1,2 milioni in più rispetto a tre anni prima. Se poi dovessimo mettere in conto la verosimile aggiunta di 600-700.000 irregolari, l’immigrazione straniera in Italia all’inizio del 2006 risulterebbe prossima alla soglia di quattro milioni di presenze. Restando nell’ambito dei regolari va rilevato come la qualifica di residente ricorra per nove stranieri su dieci e come il loro corrispondente peso relativo, sul totale degli iscritti presso l’anagrafe, si sia accresciuto progressivamente sino a raggiungere nel 2006 il 4,5%, con una media di 1 straniero ogni 22 residenti (vedi tabella 5). Ulteriori dettagli sui residenti stranieri mostrano come il 93,1% dei casi siano riconducibili a Paesi comunemente definiti “a forte pressione migratoria” (Pfpm)2. In termini dinamici, merita ancora specifica attenzione il forte aumento della componente più giovane: i circa 50.000 minorenni censiti tra i residenti stranieri nel 1991 sono saliti a 284.000 a dieci anni di distanza e sono ulteriormente raddoppiati nel successivo quinquennio, giungendo ad accentrare quasi un terzo (più precisamente il 30,9%) della crescita complessivamente registrata dagli stranieri iscritti in anagrafe nel corso del 2005. Non a caso, dall’esame del bilancio anagrafico degli stranieri in questi ultimi anni si evidenzia come il contributo del saldo naturale alla crescita complessiva dei residenti sia passato dal 7% del 2003 al 18% del 2005, sospinto da una frequenza di nascite che, dai 34.000 eventi annui del 2002-2003, è rapidamente passata ai 52.000 del 2005, con la realistica prospettiva di ulteriori sensibili incrementi nel prossimi dieci anni. Allorché ci si sofferma sulle provenienze, si possono cogliere i segni del progressivo rafforzamento della “nuova” immigrazione proveniente dall’Europa dell’Est. Tra le prime venti cittadinanze, che coprivano il 77,1% dell’universo all’inizio del 2005 ma hanno aggregato ben l’85,1% della sua variazione positiva nel corso di quello stesso anno, spiccano la Romania, la Moldavia, la Polonia e l’Ucraina. Sul lato opposto, si notano segnali di indebolimento relativo per alcune provenienze “tradizionali” come il Marocco, la Tunisia, l’Albania, il Senegal e le Filippine. Qualche considerazione merita anche il tema della presenza irregolare, da sempre oggetto di un dibattito vivace, benché spesso alimentato da valutazioni strumentali e fuorvianti. Recentemente è stata prospettata - con il supporto di una base informativa ampia e affidabile - la stima di 541.000 presenze irregolari al 1° luglio 2005 a livello nazionale3, un dato che sembra aver trovato successiva conferma nelle circa 500.000 istanze presentate in occasione del decreto flussi del marzo 2006, per lo più riconducibili a immigrati già presenti sul territorio italiano, pur senza un titolo legalmente valido. Un aggiornamento della stima al 1° luglio 20064 prospetta in Italia 760.000 presenze irregolari (vedi tabella 6), verosimilmente destinate a ridursi di 150-200.000 unità a conclusione delle pratiche legate al primo contingente del decreto flussi 2006 e, in seguito, di altre 300.000 per il successivo allargamento a tutti coloro che hanno presentato domanda per quella che, in ultima analisi e al di là dei formalismi, si è rivelata essere di fatto una nuova sanatoria, la sesta negli ultimi venti anni, per lavoratori già irregolarmente presenti in Italia. Gli elevati ritmi di crescita nel corso dell’ultimo decennio della popolazione straniera residente nel nostro Paese, suggeriscono una breve riflessione circa i futuri sviluppi di tale collettivo. In proposito, un recente esercizio di previsione, svolto sulla base di parametri che recepiscono gli attuali livelli di sopravvivenza e di fecondità nella popolazione straniera residente6, mette in rilievo come, secondo differenti ipotesi sull’intensità dei flussi annui di ingresso, i circa 2,5 milioni di immigrati provenienti da Pfpm residenti al 1° gennaio 2006 potrebbero salire nell’arco di un decennio a poco meno di 5,5 milioni, nel caso minimale di 200.000 ingressi netti annui, oppure a quasi 6 milioni nel caso di 250.000 (vedi tabella 7) e persino a circa 7 milioni in presenza di 350.000 ingressi netti annui. Nel contempo, alimentato da una frequenza annua di nascite che potrebbe salire al doppio o persino quasi al triplo di quella attuale, il sottoinsieme dei minorenni finirebbe col subire un effetto moltiplicativo ancora più esasperato: le 569.000 unità al 1° gennaio 2006 si attesterebbero nel 2016 tra un minimo di 1.395.000 unità e un massimo di 1.720.000. Va inoltre ancora segnalato che nei prossimi due quinquenni si affaccerebbero alla maggiore età - con le relative problematiche legate alla cittadinanza, ma anche a un’adeguata risposta ai bisogni e alle attese giovanili - da 350.000 a più di 400.000 figli di immigrati (secondo le diverse ipotesi). L’insieme delle previsioni consente anche di valutare le eventuali trasformazioni della distribuzione per sesso ed età della popolazione straniera residente in Italia e proveniente da Pfpm. Nel prossimo decennio, sembra verosimile attendersi una riduzione del rapporto di mascolinità dagli attuali 112 maschi per 100 femmine ai 107-108 del 2016. Inoltre, è prevedibile un generalizzato ringiovanimento alla base della piramide delle età, per il già citato maggior peso dei minorenni, con un parallelo invecchiamento al vertice: la percentuale di ultraquarantacinquenni passerebbe infatti dall’attuale 14,3% al 23-25%, ma soprattutto si ridurrebbe sino a dieci punti percentuali il peso relativo dei 25-44enni, la componente cioè più produttiva e più capace di recepire le innovazioni e le trasformazioni del mercato del lavoro. Paradossalmente, il processo di maturazione (e di integrazione) della popolazione immigrata sembra destinato a tradursi in cambiamenti strutturali che, in ultima analisi, finiranno per affievolire proprio quelle argomentazioni sulla funzionalità economica degli immigrati che rappresentano oggi “il punto di forza” nel ricorrente dibattito sull’utilità della presenza straniera nel nostro Paese. Un dibattito nel quale sembra più che mai opportuno diffondere la consapevolezza che l’immigrazione non è solo forza lavoro, ma è anche un prezioso apporto di persone e famiglie, che svolgono un ruolo di produzione e formazione del capitale umano destinato a rivelarsi sempre più importante.

 

Note e indicazioni bibliografiche 1 Si veda in proposito G. C. Blangiardo, Migrazione, in AA. VV., Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa, Vita e Pensiero, Milano 2004, pp. 435-437. 2 Mantenendo entro tale insieme convenzionale anche nove dei dieci Paesi di nuova adesione all’UE (esclusa Malta) e i due (Romania e Bulgaria) entrati a partire dal 2007. 3 G. C. Blangiardo, M. L. Tanturri, La presenza straniera in Italia, in G. C. Blangiardo, P. Farina (a cura di), Il Mezzogiorno dopo la grande regolarizzazione. Immagini e problematiche dell’immigrazione, Vol. III, Franco Angeli, Milano 2006. 4 Fondazione Ismu, Dodicesimo Rapporto sulle migrazioni 2006, Franco Angeli, Milano 2007. 5 Le stime non comprendono gli effetti dell’ingresso nella regolarità di stranieri già irregolarmente presenti in Italia al 1° luglio 2005 e ammessi alle procedure attivate con i decreti flussi del 2006. 6 Fondazione Ismu, Dodicesimo Rapporto sulle migrazioni 2006, cit. 7 Nel quinquennio precedente. 8 Ibid.

 

Bibliografia G. C. Blangiardo, M. L. Tanturri, La presenza straniera in Italia, in G. C. Blangiardo, P. Farina (a cura di), Il Mezzogiorno dopo la grande regolarizzazione. Immagini e problematiche dell’immigrazione, vol. III, Franco Angeli, Milano 2006. Fondazione Ismu, Il Mezzogiorno dopo la grande regolarizzazione, Franco Angeli, Milano 2006. Fondazione Ismu, Dodicesimo Rapporto sulle migrazioni 2006, Franco Angeli, Milano 2007. Istat, La popolazione straniera residente in Italia al 1° gennaio 2006, Roma 17 ottobre 2006, http://demo.istat.it