Quadrimestrale di cultura civile

Il dibattito negli Stati Uniti

di Francesco Tanzilli / Dottorando Università Cattolica di Milano

Anche negli Stati Uniti il dibattito sulla società multiculturale e sul multiculturalismo è molto vivo: presentiamo qui di seguito le posizioni di due protagonisti. Francis Fukuyama individua una duplice radice culturale all’origine dell’accezione di multiculturalismo diffusa oggi soprattutto in Europa. Da un lato, lo sviluppo della filosofia politica moderna ha portato dapprima alla formulazione dell’idea di contratto sociale ed è poi approdata con Hegel all’idea che la politica moderna sia basata sul principio del riconoscimento universale, inserendo una dimensione legalistica all’interno della struttura identitaria. In termini elementari: «sono in quanto vengo riconosciuto dalla legge, dallo Stato». Da qui un multiculturalismo inteso «non come semplice tolleranza per la diversità dell’altro, ma come richiesta per il riconoscimento legale dei diritti delle minoranze religiose, linguistiche o culturali », processo che oggi riguarda quasi tutti gli stati europei. Accanto a questa radice giuridico-filosofica, Fukuyama individua una seconda linea di sviluppo. Fedele alla sua visione della «fine della storia»1, l’autore definisce anche il multiculturalismo come un «gioco alla fine della storia», per cui si sarebbero tollerati, anzi apprezzati, i diversi abiti, cibi, espressioni linguistiche e folkloristiche delle varie popolazioni, sotto il tetto comune di un regime liberale fondato sul riconoscimento dei diritti individuali, anche se non necessariamente di natura democratica2. Accanto all’evidente carattere storicistico che vede un’evoluzione inevitabile verso forme superiori di governo e società, riedizione quasi delle «magnifiche sorti e progressive», Fukuyama riprende dalla concezione liberale classica l’idea secondo cui la dimensione identitaria e la fede religiosa, che rivestono un ruolo decisivo nella definizione dell’identità di un uomo e di un popolo, sono oggetto esclusivamente della cura privata della persona, racchiuse all’interno della coscienza intima e delle mura domestiche, senza alcun influsso diretto sulla vita sociale e sull’agire politico. Da qui proviene forse un certo disappunto dell’autore nel notare come l’identità, l’appartenenza a un popolo e a una cultura, rivestano tuttora in Europa un ruolo di importanza non secondaria. In tale contesto si inserisce la critica di Charles Taylor3, il quale rifiuta l’equazione dei concetti di identità e nazione errore che ha condotto alla cosiddetta ipotesi risolutiva proceduralista4 di un regime democratico fondato sul riconoscimento dei diritti civili, ma neutrale verso le particolari identità presenti all’interno dello Stato. La critica di Taylor si fonda su due constatazioni: l’impossibilità per una persona e per un popolo, di riconoscersi in una struttura sociale che rifiuta di riconoscere le identità, e l’insufficienza di un modello politico che si propone di strutturare esclusivamente una procedura, senza presupporre una “sostanza” (vedasi il modello neutralista francese, definito dall’autore «giacobino»). Fukuyama, partendo da una posizione liberale assolutamente aconfessionale, si spinge tuttavia oltre il proceduralismo neutralista, assumendo il problema identitario come decisivo e asserendo l’esistenza di valori positivi che un regime liberale è tenuto a riconoscere come propri5. Il vecchio modello multiculturale fondato sul semplice riconoscimento dei “diritti dei gruppi”, sostiene Fukuyama, ha ceduto alle comunità culturali «un’eccessiva autorità nel fissare regole di comportamento per i loro membri». Ma il liberalismo non può ultimamente essere basato sui diritti dei gruppi, perché non tutti i gruppi sostengono i valori liberali: «Le culture che non accettano tali premesse non meritano uguale protezione in una democrazia liberale ». Ne consegue un multiculturalismo fondato sul riconoscimento dell’inalienabile valore della persona umana, in tutte le sue dimensioni. La proposta di Taylor, la condivisione dello spazio d’identità sulla base del riconoscimento condiviso dei diritti umani e della struttura democratica, a nostro parere non si contrappone ma completa l’ipotesi liberale di Fukuyama, riconoscendo a una identità la capacità di creare legami associativi, di incidere sulle strutture sociali, economiche e politiche pubbliche, proprio in quanto identità. I movimenti migratori di massa pongono oggi all’Europa la sfida della riscoperta della propria identità, come mette bene in luce lo stesso Fukuyama: «Il dilemma dell’immigrazione e dell’identità ultimamente converge con il problema più vasto della mancanza di valori della postmodernità. L’insorgere del relativismo ha reso più difficile per i postmoderni affermare valori positivi e perciò anche quei valori di base condivisi che agli immigrati è chiesto di fare propri come condizione per la cittadinanza. […] L’immigrazione ci costringe in maniera particolarmente stringente a porci la domanda: “Chi siamo?”». Una seria discussione sull’identità non può che partire dal rimettere in evidenza «quelle virtù positive che definiscono cosa vuol dire essere membri di una società più vasta. In caso contrario (le società postmoderne) rischiano di essere sopraffatte da chi è più sicuro della propria identità».

 

Note e indicazioni bibliografiche 1 Cfr. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, Milano 1996. Dopo la fine delle contrapposizioni della guerra fredda, si sarebbe universalmente affermata una cultura liberale fondata sul riconoscimento dei diritti civili. 2 Da qui la critica di Fukuyama all’azione dell’amministrazione Bush per voler imporre in Iraq un regime democratico che rischia di favorire l’attività terroristica, anziché contenerla. Cfr. F. Fukuyama, America al bivio. La democrazia, il potere e l’eredità dei neoconservatori, Lindau, Torino 2006. 3 Estratto da «The responsive community», inverno 2004. Si veda anche J. Habermas, C. Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Feltrinelli, Milano 1998. 4 Taylor fa riferimento in proposito al volume di M. Sandel, Democracy’s Discontent. America in Search of a Public Philosophy, Belknap Press, Cambridge-London 1996. 5 Si veda a tal proposito l’interessante analisi di W. Galston, Liberal Purposes. Goods, Virtues and Diversities in the Liberal State, Cambridge University Press, Cambridge-New York 1991. Si veda anche F. Fukuyama, Trust: the Social Virtues and the Creation of Prosperity, The Free Press, New York 1995.

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