Le tracce dell’ambiente sulla vita Lo stabilirsi e il crescere delle società umane hanno sempre comportato cambiamenti nell’ambiente ospitante che, a propria volta, ha costantemente influenzato le condizioni di vita e di benessere della popolazione ospite. Già nella preistoria ne sono rinvenibili tracce. Il paleoantropologo Yves Coppens descrive alcuni passaggi critici dello sviluppo del genere umano proprio in rapporto a cambiamenti ambientali, specialmente climatici: «Ricerche sui sedimenti depositatisi fra quattro e un milione di anni fa nella bassa valle del fiume Omo ai confini di Etiopia, Sudan e Kenya hanno documentato la crisi climatica che è stata all’origine del genere homo: si è trattato globalmente di un raffreddamento e localmente di un periodo di siccità […]. Cinquanta tonnellate di ossa mi hanno dimostrato, in relazione a questa perdita di umidità, come avevano reagito i diversi vertebrati in funzione delle proprie capacità nei confronti del mutamento ambientale»1. Il genere homo diede una risposta del tutto particolare, più intellettualmente ricca e inventiva, in forza del suo sistema nervoso più complesso rispetto agli altri ominidi. Nella sua successiva evoluzione, divenuto sapiens, l’uomo si è trovato a dipendere sempre meno passivamente dalla natura e a muoversi sempre più secondo cultura, cioè in modo riflesso, libero e responsabile. Così, sempre Coppens afferma: «Diecimila anni fa, il genere umano messo di fronte a una nuova crisi climatica - aumento della temperatura, scioglimento dei ghiacciai, fioritura eccezionale di graminacee - approfitta delle circostanze e inventa l’economia di produzione». Nasce l’agricoltura. Nei tempi recenti, le tracce di queste reciproche influenze tra ambiente e vita umana sono moltissime, e alcune sono clamorose. La figura 1 mostra la distribuzione percentuale per età delle popolazioni di Italia e Kenya. Sono visibili differenze estreme di nascita, crescita e sopravvivenza, che dipendono certo da molteplici fattori. È intuitivo tuttavia, e anche ben documentabile, che la componente ambientale - anche nei suoi aspetti sociali, economici e culturali - è decisiva nel determinarle. Un altro esempio può essere ricavato dall’andamento, nel tempo, della mortalità per una delle malattie socialmente più rilevanti fino a mezzo secolo fa, la tubercolosi. Il grafico della figura 2 mostra la sensibile riduzione del tasso standardizzato di mortalità in Inghilterra e Galles tra la seconda metà del XIX e quella del XX secolo2; si tratta di una riduzione che, come si nota, era già in atto prima dell’identificazione dell’agente patogeno fatta da Robert Koch nel 1885, e ben prima della scoperta dei primi chemioterapici efficaci (streptomicina e acido para-aminosalicilico) e delle successive campagne di vaccinazione di massa. Sembra doveroso ammettere che nel corso di questi 100-150 anni, oltre ai progressi della scienza, anche trasformazioni della società, dell’ambiente, delle condizioni economiche e culturali di vita siano state decisive nel diminuire la mortalità per tale malattia. Che clima fa Il clima è un componente essenziale di ciò che, in questo contesto, chiamiamo ambiente, ed è tra le componenti a cui si sta dedicando maggiore attenzione. È opinione diffusa che sia in corso un riscaldamento globale, che nel giro di pochi decenni potrebbe portare a conseguenze disastrose per il nostro pianeta. Tale diffusa percezione è stata rafforzata, a livello di opinione pubblica, dall’attribuzione prima di un premio Oscar e poi di un premio Nobel a un lungometraggio prodotto da Al Gore, nonché dalla coattribuzione del Nobel all’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), un organismo internazionale costituitosi nel 1988 nell’ambito dello United Nations Environmental Program, e alla World Meteorological Organization, che periodicamente pubblica una valutazione sui cambiamenti climatici: il suo quarto rapporto, diffuso nel 2007, e soprattutto alcune predizioni contenute nel rapporto riassuntivo3, hanno fornito argomenti a Gore, ma hanno anche ricevuto critiche competenti e circostanziate da membri del Panel stesso. L’IPCC stima che negli ultimi 150 anni la temperatura sia aumentata tra gli 0,4-0,8° C, e addebita ciò alle accresciute emissioni di gas serra dovute alla crescente utilizzazione di combustibili fossili. Alimentando con questi dati complessi modelli simulanti il clima, l’IPCC stima un aumento della temperatura media nell’intervallo 1,1-6,4° C tra il 1990 (anno base) e il 2100. Se si arrivasse a 6,4° C, le conseguenze sarebbero terrificanti, e le abbiamo potute leggere su tutti i giornali. Ciò che in modo argomentato viene messo in discussione non è l’innalzamento di temperatura in corso, bensì questi due punti: il peso delle attività umane nel determinarlo e la fondatezza delle previsioni degli scenari futuri. Da essi dipendono, in modo evidente, sia l’interpretazione del fenomeno sia le decisioni su come affrontarlo. Su quanto è avvenuto in fatto di clima, dunque, l’accordo è ampio. Restano divergenze sul ruolo delle attività umane nel provocare l’innalzamento cui stiamo assistendo. Per esempio, l’IPCC nel suo quarto rapporto del 2007 afferma: «Gran parte dell’innalzamento della temperatura media globale osservata dalla metà del XX secolo è molto probabilmente dovuto al riscontrato aumento della concentrazione di gas serra antropogenici». Richard S. Lindzen, del MIT, uno dei più autorevoli e acuti critici del rapporto conclusivo, pur avendo a lungo e autorevolmente lavorato con l’IPCC, afferma: «Il consenso è su questo punto: tra il 1910 e il 1997 la temperatura media della crosta terrestre è aumentata di qualche decimo di grado e parte di questo fenomeno4 è dovuto all’aumento dei gas serra prodotti dalle attività umane (antropogenici). Nulla di tutto ciò è di per sé allarmante»5. I gas serra presenti in atmosfera hanno il ruolo, proprio come le coperture di una serra, di impedire al calore che raggiunge la terra o emesso dalla superficie terrestre di andare disperso: se ciò accadesse, la temperatura media terrestre, attualmente intorno ai 15° C, diminuirebbe di 30-35° C, rendendo impossibile la vita su gran parte del pianeta. Di questi gas, il più importante è il vapore acqueo, seguito da anidride carbonica (CO2), ozono, metano, protossido d’azoto. Negli ultimi decenni, la CO2 (legata in particolare al consumo di combustibili fossili), il metano (legato al metabolismo dei bovini e alle perdite dei metanodotti) e il protossido d’azoto (legato all’uso di fertilizzanti) sono aumentati di concentrazione in modo sensibile6. La necessità di controllarne l’ulteriore aumento è condivisa da tutti, anche da quanti non ritengono che le attività umane ne siano i fattori principalmente determinanti; resta aperta la discussione su quale siano le modalità e gli strumenti più efficaci per farlo. Da qui il dibattito sull’efficacia del Protocollo di Kyoto, e su quali fonti di energia privilegiare per il futuro. Circa il “riscaldamento prossimo venturo”, per comprendere perché non c’è accordo può essere d’aiuto la figura 57. Le stime per il passato confermano quanto abbiamo visto citato da Coppens circa il riscaldamento di 10.000 anni or sono, il riscaldamento medievale che permise ai Vichinghi di raggiungere la Groenlandia e il raffreddamento dei secoli XVXVIII; e mostrano l’innalzamento della temperatura di frazioni di grado negli ultimi decenni. Ma cosa ci aspetta? Una crescita progressiva e rapida della temperatura come indicato in figura? Su questo i dissensi sono numerosi, sostanzialmente per due motivi: la povertà di dati (vista l’estrema complessità del fenomeno clima sul quale sono basate le proiezioni) e la limitata affidabilità dei modelli utilizzati. Alcuni di tali modelli, tra l’altro, non sono stati in grado di predire con accuratezza condizioni climatiche di cui conosciamo bene le caratteristiche. Secondo Franco Prodi, direttore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr, «sui modelli per leggere il presente e azzardare previsioni per il futuro, un po’ di modestia non guasta», perché - spiega - i modelli di rappresentazione totale del fenomeno sono nella loro infanzia e «al momento la situazione è tale da non permettere una vera previsione climatica»8. Sembra quindi che le proiezioni dell’IPCC non rappresentino un inevitabile scenario di riferimento, ma una delle stime possibili, non certo priva di limiti. Clima e condizioni di salute L’osservazione scientifica, in accordo con l’esperienza comune, rivela che ci sono malattie legate al caldo e malattie legate al freddo. In regioni a clima caldo sono prevalenti le malattie mediate da vettori (malaria, per tutte) o causate da microrganismi che in tale clima e contesto socioambientale prosperano. Alle nostre latitudini è il clima freddo a essere maggiormente associato a cattiva salute. Se si realizzasse un innalzamento medio delle temperature a livello globale, uno degli effetti più evidenti sarebbe la diminuzione nei Paesi a clima temperato delle malattie e delle morti causate dal freddo. Tuttavia, nel complesso, gli effetti dannosi di un tale innalzamento sarebbero preponderanti rispetto a quelli benefici, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Ne ha fatto una dettagliata rassegna il citato documento WHO del 20039 e un più recente articolo su The Lancet10. In breve, si stima che cambiamenti climatici come quelli previsti dalle proiezioni dell’IPCC causerebbero in primo luogo ondate di caldo che, senza appropriate misure di prevenzione, aumenterebbero i casi di malattia e di morte, dovuti soprattutto a patologie cardiovascolari; peggiorerebbero inoltre la qualità dell’aria, associata a sua volta ad aumentato rischio di malattie cardiopolmonari; peggiorerebbero, in termini quantitativi e qualitativi, la disponibilità di acqua e di cibo con ripercussioni sulla qualità e la quantità di cibo, e quindi sulla salute; aumenterebbero il rischio di malattie trasmesse attraverso acqua e alimentazione, come la “banale” diarrea (che tuttavia rappresenta una causa primaria di morte tra i bambini dei Paesi meno sviluppati), o il colera; aumenterebbero, infine, le malattie infettive, sia quelle a trasmissione diretta inter-umana o animale-uomo, sia quelle mediate da vettori come malaria e dengue. Se tale scenario è ipotetico, abbiamo però una chiara dimostrazione, e proprio in Europa, di come il clima caldo possa causare danni molto seri alla salute. Nell’estate 2003 vennero raggiunte in Europa temperature di rado registrate in precedenza, e in tutte le città europee il numero di morti si incrementò in modo impressionante. A Milano, per esempio, il 15 giugno vennero raggiunti i 40° C di temperatura percepita e i morti passarono da circa 30 a circa 60 al giorno. Il fenomeno si replicò ancora più accentuato nella prima metà di agosto con temperature oltre i 45° C e un numero di morti giornaliere oltre 70 (più che raddoppiate). Lo stesso avvenne in molti altri Paesi europei: il numero più alto di morti si verificò in Francia (quasi 15.000 morti oltre il previsto) con punte a metà agosto a Parigi di oltre 300 morti giornaliere, più di quattro volte il numero atteso. Questi sono problemi climatici certi con i quali dobbiamo già oggi fare i conti. Quali caratteristiche hanno? Sono locali. Riguardano cioè macroaree o regioni, ma non necessariamente l’intero pianeta. Riguardano aree, come le grandi città europee, con alta densità abitativa e diffusa cementificazione che vuol dire, tra l’altro, presenza di calore raggiante, scarsa ventilazione, diffusa presenza di fonti aggiuntive di calore (motori vari). Riguardano in particolare segmenti vulnerabili della popolazione (gli anziani, per esempio), che oltre a essere portatori di malattie si trovano spesso in condizioni di solitudine e isolamento relazionale: in tali condizioni, le malattie di cui sono portatori si aggravano, talora fino a portare alla morte. Cosa temere, cosa fare È dunque necessario agire. Ma insistere solo sul lato negativo estremo dei possibili scenari aiuta? Probabilmente no, come argomenta in modo efficace un libro ora in uscita11. Forse le condizioni del nostro pianeta non sono così disastrose come comunemente si dice. Soprattutto non va dimenticato come la ricerca scientifica, l’impegno sociale, le legislazioni nazionali e internazionali abbiano permesso di compiere grandi progressi nel contrastare l’inquinamento, le minacce alla salute, la perdita di risorse naturali e altri possibili ricadute pesantemente negative del progresso industriale. Le condizioni che hanno reso possibile tutto questo sono state la possibilità di partecipazione, di dibattito, di iniziativa scientifica e di intervento sociale che solo le società realmente democratiche hanno voluto e saputo garantire. Centrale è il ruolo dell’uomo che, unico, sente la responsabilità morale della vita e del benessere dell’intera specie e dei suoi singoli componenti. Questo è dimostrabile considerando come si sia riusciti a intervenire in modo efficace su molti seri rischi ambientali per la salute e la vita dell’uomo, quali l’inquinamento da piombo, il consumo di tabacco, la produzione e l’uso di clorofluorocarboni distruttivi dello strato di ozono protettivo contro le radiazioni ultraviolette. È in questa lotta “per sé”, per il proprio destino, che l’uomo trova il criterio moralmente giusto per perseguire il bene di tutti, e anche dell’ambiente.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Y. Coppens, Storia dell’uomo e cambi di clima, Jaca Book, Milano 2007. 2 T. McKeown, The role of Medicine, Blackwell, Oxford 1979. 3 Disponibile all’indirizzo www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar4/syr/ar4_syr_spm.pdf. 4 Nel suo interevento alla recente conferenza internazionale The Future of Science -The Energy Challenge, tenutasi a Venezia il 19-22 settembre 2007, Lindzen ha sostenuto che la parte attribuibile ai gas serra antropici è inferiore a un terzo. 5 S. H. Schneider, R. Lindzen, Dialogo tra un allarmista e uno scettico, «Aspenia», n. 38, 2007. 6 G. Visconti, Il clima estremo, Boroli, Milano 2005. 7 Tratta da WHO, WMO, UNEP, Climate change and human health. Risks and responses, World Health Organization, Geneva 2003. 8 F. Prodi, I limiti della conoscenza, «Aspenia», n. 38, 2007. 9 Si veda la nota 7. 10 A. Haines, R. S. Kovats, D. Campbell-Lendrum, C. Corvalan, Climate change and human health: impacts, vulnerability and mitigation, «The Lancet», n. 367, 2006, pp. 2101-2109. 11 S. Garte. Where we stand. A surprising look at the real state of our planet, Amacon, New York 2008.