Quadrimestrale di cultura civile

Lo sviluppo si nutre sempre di energia

di Giuliano Zuccoli / Presidente di Aem SpA

La necessità di diversificare Da più di un secolo, la ragione annuale di aumento dei consumi di energia è di almeno il 5%, il che significa che ogni 20 anni questi consumi si raddoppiano. La correlazione tra il livello di sviluppo e il consumo di energia elettrica è quindi molto forte: occorre tuttavia sottolineare che la definizione di sviluppo non è oggettivamente univoca, e che la definizione data da un aborigeno australiano, o da un abitante dell’Africa, è completamente diversa rispetto a quella che possiamo dare noi nel mondo occidentale. In ogni caso, dobbiamo chiederci se non stiano forse cambiando i riferimenti che indicavano appunto nel consumo di energia elettrica l’elemento qualificante dello sviluppo stesso. Oggi dobbiamo pertanto porci la domanda di cosa succederebbe se non ci fosse più la necessaria disponibilità di energia. La risposta è che non soltanto si arresterebbe lo sviluppo, ma verrebbe messa in discussione l’esistenza stessa della società. Proviamo a immaginare una giornata di inverno, non diciamo al Polo Nord, ma semplicemente nel Nord Italia: improvvisamente manca il metano, si fermano le centrali elettriche del Paese, gli ascensori, il riscaldamento non funziona, si spegne la televisione. È pensabile che uno scenario di questo tipo debba cominciare a entrare come ipotesi realistica nell’immaginario collettivo. Emerge cioè la necessità di valutare l’attività in una logica strategica che riguarda la sicurezza delle forniture, poiché le fonti primarie per produrre energia, nel mondo, sono concentrate in poche aree. Oggi, una parte rilevante del metano consumato in Europa proviene dalla Siberia, e una parte altrettanto rilevante proviene dal Nord Africa. È noto che a livello internazionale sono in corso colloqui tra i grandi produttori, in primis il gigante russo Gazprom, che si sta ponendo come soggetto di riferimento a livello mondiale per la produzione di metano, e i produttori algerini o del Nord Africa. C’è un segnale forte quindi: il sistema mondiale sta valutando l’opportunità di utilizzare le materie prime nel settore energetico come arma di pressione strategica nei confronti internazionali. È necessario prendere coscienza del problema, e assicurare al sistema occidentale la certezza degli approvvigionamenti. La risposta è nella diversificazione delle fonti, perché se continuiamo a dipendere dai Paesi mediorientali, peraltro ad alto rischio politico, il pericolo è elevato. Bisogna diversificare. Le fonti rinnovabili Purtroppo non è possibile considerare le fonti rinnovabili una completa alternativa alle fonti tradizionali. Le fonti rinnovabili di rilevanti dimensioni rimangono ancora oggi quelle idroelettriche. Il fotovoltaico, visto come tecnologia del futuro, è certamente affascinante: l’idea di catturare l’energia solare per soddisfare i nostri bisogni è molto suggestiva. È noto, tuttavia, che per produrre energia elettrica dal fotovoltaico bisogna usare il silicio, di cui sappiamo non esserci nel mondo una disponibilità illimitata; inoltre la produzione di pannelli fotovoltaici richiede un investimento molto rilevante in termini energetici. Il vento probabilmente evidenzia una prospettiva migliore: in alcune zone del globo, soprattutto nella Francia del Sud e in Spagna, ma non in Italia, esistono notevoli potenzialità, e sono stati fatti importanti investimenti; anche in questo caso però i limiti tecnologici sono evidenti, poiché in assenza del vento gli impianti non producono più. L’elevato rischio strategico e la dipendenza da fonti non rinnovabili, per definizione non illimitate e che, se consumate fino all’esaurimento, verranno a mancare alle future generazioni, devono far comprendere al Paese che i temi energetici, importanti per la comunità, non possono più essere demandati all’ambito locale. Così come ci si deve rendere conto che le minoranze che si oppongono allo sviluppo non possono ipotecare la volontà della maggioranza e il bene della nazione. Deve inoltre essere accettato il dato di fatto che l’unica diversificazione seria è quella che comprende anche l’energia nucleare: il nucleare è un modo per produrre energia elettrica senza emissioni in atmosfera, e con un vantaggio rilevante in termini di costo. All’estero ci si chiede come mai gli italiani abbiano abbandonato il nucleare, di che cosa abbiano paura e se siano consapevoli che stanno consumando l’energia nucleare prodotta dai francesi. Senza contare che in Svizzera, Francia, Germania e Spagna, vicino ai nostri confini, è installato un considerevole parco di centrali nucleari, e che in caso di incidenti le radiazioni non si fermano alla dogana! Questo è il prezzo di una scelta non razionale, ma ideologica, dettata dalle minoranze sopra citate. È stato fatto credere all’opinione pubblica che produrre energia attraverso la fonte nucleare significasse replicare Hiroshima e Nagasaki, avere altre Chernobyl. Il ritorno all’atomo sarebbe la giusta occasione per noi italiani di dimostrare che non siamo secondi agli altri operatori internazionali. Si impone quindi la necessità della diversificazione delle fonti: non possiamo pensare di consegnare il nostro futuro nelle mani di decisori collocati in aree critiche della scacchiera geopolitica, che potrebbero, prima o poi, non essere in sintonia con i nostri interessi. Gli aspetti ambientali C’è un dato di fatto che dobbiamo condividere: esiste una legge di natura per cui l’entropia dell’universo continua a crescere. Ogni trasformazione energetica che viene effettuata ha delle conseguenze. Il Protocollo di Kyoto ha messo in luce come la produzione di CO2 sia un evento irreversibile, che potrebbe essere la causa del cosiddetto effetto serra. Dalpunto di vista fisico, questa teoria ha senso, poiché la cappa che avvolge la Terra causa un effetto di non dissipazione del calore, che viene quindi assorbito dalla superficie stessa. Si crea dunque un problema autentico e tangibile, perché la CO2, una volta emessa in atmosfera, non è più “ricatturabile”. L’inquinamento del fiume, della falda, del terreno può essere bonificato, ma se la CO2 finisce in atmosfera non c’è più nulla da fare. È quindi doveroso dare delle risposte concrete a questo problema, per esempio attraverso il nucleare, perché è noto che mediante le trasformazioni nucleari il meccanismo di trasformazione in calore è molto modesto, limitato: per questo l’energia nucleare può rappresentare un’arma efficace contro l’effetto serra. Credo, quindi, che sia arrivato il momento di dar vita a un movimento di opinione che si ribelli all’atteggiamento di rifiuto che ci ha portati a una situazione irragionevole, irrazionale e perfino ridicola; un movimento che sappia comunicare a chi deve decidere che cosa debba fare. Per concludere, si è già accennato all’importanza di un’altra fonte rinnovabile di energia elettrica, quella idroelettrica. Ne è un esempio la Lombardia, dove i consumi di elettricità vengono coperti da energia ricavata da fonti rinnovabili per il 20,5%, quindi al di sopra della media nazionale. La maggior parte di questa energia “pulita” è prodotta dalle centrali idroelettriche presenti nelle nostre vallate alpine, con la conseguenza che ogni anno si risparmiano circa 17 milioni di barili di petrolio, evitando così l’emissione in atmosfera di parecchia CO2. In tempi recenti, la Lombardia ha anche visto nascere il nuovo operatore energetico di livello europeo A2A, frutto della fusione tra Aem di Milano e Asm di Brescia. Questa operazione rilancia la Lombardia come la regione che per certi aspetti coglie, prima di altre realtà, le necessità e le opportunità che si presentano sul mercato. È stata un’operazione importante e complessa, che ha potuto concludersi con successo anche perché gli amministratori delle due città lombarde hanno messo da parte i colori politici, lasciando ai loro manager il compito di condurre l’operazione dal punto di vista tecnico.

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