Quadrimestrale di cultura civile

Una città bella è possibile

di Stefano Boeri / Docente presso il Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano

Tre città Vorrei provare a ragionare brevemente sul concetto di bellezza, partendo da una considerazione sulla mia professione: come sappiamo, il mestiere di un architetto è quello di aggiungere, cambiare, modificare lo spazio delle città, le quali rappresentano un elemento fondamentale in un Paese come il nostro. Quando parliamo di città, spesso dimentichiamo che non si tratta semplicemente di un insieme di volumi e di spazi aperti. La città è certamente uno spazio fisico - composto da piazze, marciapiedi, edifici - che calpestiamo, tocchiamo e che memorizziamo nella sua presenza materica. C’è però un altro elemento che fa parte della natura di una città: la città è anche un discorso, è uno spazio che sprigiona di continuo dei simboli e comunica significati, memorie. Quando abitiamo una città condividiamo con chi la abita una certa idea di quello che essa rappresenti e sia; una sorta di brusio continuo di pareri, commenti, stati d’animo, che ci dicono se la città sia più o meno coesa, se al suo interno ci sia una comunità di individui che si riconosce consensualmente nell’appartenere a essa. C’è dunque una città parallela a quella fisica, composta dall’insieme dei discorsi e delle immagini simboliche che i suoi cittadini condividono quando ne parlano, o semplicemente la pensano. C’è infine un ulteriore aspetto fondamentale che riguarda la natura delle città: qualcosa che appartiene in modo intimo a ciascuno di noi; qualcosa che si deposita nella nostra storia personalissima di sentimenti; qualcosa di spirituale. Una città interna, intima, individuale. Una geografia di sentimenti, pregiudizi, convinzioni, che si costituisce nel tempo in rapporto con alcuni spazi a cui si connettono, in modo inestricabile, ricordi ed esperienze personalissime. Ecco, queste tre dimensioni della condizione urbana - la città fisica degli spazi, la città consensuale dei discorsi e la città interna dell’intimità individuale - sono parallele e in qualche modo intrecciate, perché si rispecchiano di continuo e si rimandano costantemente l’una all’altra. Sono le tre irriducibili città che convivono in ogni città del mondo. Credo che se volessimo definire un principio di avvicinamento all’idea di una bellezza urbana, potremmo forse dire che la bellezza di una città si raggiunge quando è possibile riconoscere i punti di corrispondenza tra la città degli spazi materiali, quella dei simboli e quella intima che sta dentro ciascuno di noi. Una città che sa offrire ai suoi cittadini quegli attimi eccezionali in cui ci si sente individualmente coinvolti in un’idea comune di città è bella. Bella nel senso che offre corrispondenze continue tra l’esperienza individuale, l’immaginario collettivo e la percezione sensoriale degli spazi fisici. La domanda da porsi, perlomeno come architetti, è come e se si possano intensificare queste corrispondenze, queste sinapsi tra individuo, collettivo e materia urbana, che rendono una città bella in quanto ricca di possibilità di appartenenza per chi la abita. Una risposta a questa domanda è che - prendendo in considerazione lo spazio urbano e il ruolo dell’architettura - spesso queste sinapsi si realizzano in punti discreti, circoscritti delle nostre città. In quei punti sensibili che un’architettura intelligente dovrebbe sapere individuare e toccare, come si trattasse di una terapia di agopuntura. Quando infatti, operando anche interventi piccolissimi, si tocca un nodo di tensione tra i tre livelli di realtà urbana di cui ho parlato, si riesce a generare un cambiamento enorme: si potenzia la possibilità di una città di essere condivisa e vissuta come uno spazio comune dai suoi abitanti. Ma perché questa operazione di agopuntura abbia effetto, perché ogni singolo intervento nasca da una mappatura dei punti sensibili del corpo urbano, perché da questi punti scaturiscano corrispondenze tra città fisica, città simbolica e città intima, occorre una visione politica del suo futuro. Il Metrobosco: per una città che non sfumi più nel nulla Da qualche anno, stiamo lavorando a Milano su un progetto importante e in qualche modo esemplare. L’idea è quella di restituire alle nostre città un’identità chiara, usando come elemento cruciale la natura, in particolare la struttura di un sistema boschivo. Molte delle città in cui viviamo, un tempo e per secoli circondate da boschi, sono state negli ultimi decenni “mangiate”, polverizzate, frammentate da una massa informe di costruzioni solitarie e ammassate. Una moltitudine di piccole costruzioni accostate le une alle altre senza alcuna congruità, che hanno riprodotto e riflesso nel territorio il modo di comporsi della società italiana negli ultimi 20-30 anni: una società di individui, di minoranze e di gruppi individuali attenti soprattutto a valorizzare le loro risorse e spesso del tutto disinteressati a qualsiasi concetto di bene comune e collettivo. L’idea di un sistema continuo di alberi intorno a Milano non risponde solo a una questione ambientale ed ecologica, pur essendo nota la straordinaria importanza degli alberi nell’assorbimento delle polveri sottili, e quindi la loro efficacia nella rigenerazione dell’aria che respiriamo. È un’idea che tocca direttamente la vita quotidiana: può diventare una sequenza di spazi pubblici capace di ospitare al suo interno servizi per la cultura, il gioco, lo sport, l’agricoltura; può diventare un luogo per momenti di memorizzazione intima. Si tratta di pensare a una città che non sfugga, non sfumi nel nulla, non continui all’infinito, ma che invece abbia un confine verde, chiaro, attraversabile, che possiamo percorrere e sentire. Una delle grandi sfide dell’architettura e della politica è oggi infatti quella di provare a ridare un’identità e un perimetro esterno chiaro alle grandi e medie città italiane, utilizzando un sistema perimetrale, anulare, naturale, di boschi e spazi verdi. Sistemi verdi e boschivi composti da parchi, da aree agricole attraversate da filari, da zone fluviali che si accompagnino agli alberi, da corridoi alberati che si affianchino alle grandi strutture della viabilità. A Milano stiamo provando a trasformare questa idea di bosco anulare in un progetto concreto, e con la Provincia e il Parco agricolo Sud Milano, insieme agli agricoltori, ai comuni limitrofi, ai responsabili del sistema di infrastrutture che cinge la città abbiamo iniziato un lavoro di censimento delle aree disponibili. Alcuni progetti di forestazione sono già in corso, con il supporto del Comune e della Regione. Si delinea così un’anticipazione milanese di un’ipotesi politico-architettonica che contiene in sé elementi pragmatici e al contempo visionari per l’Italia dei prossimi decenni. Il “bosco verticale”: un’alternativa allo sprawl urbano Un’altra idea legata al progetto di Metrobosco nasce da un progetto che stiamo sviluppando nel centro di Milano, in una zona molto particolare come quella del quartiere Garibaldi-Isola, una porzione di Milano che per 50 anni è stata completamente abbandonata a se stessa. In quest’area, oltre che un parco urbano, si costruiranno in futuro degli edifici alti a uffici e molte residenze. Ragionando su un lembo di questo grande progetto di trasformazione, quello contiguo al quartiere Isola, ho capito che è importante oggi sviluppare una politica urbana che accompagni l’attenzione a porre dei limiti allo sviluppo urbano con l’attenzione a densificare alcune zone interne della città. Sono infatti convinto che le città italiane debbano essere controllate nella loro espansione, e che la cintura verde di cui ho parlato sia il miglior modo per contrassegnarne i limiti; credo anche però che al loro interno queste città abbiano ancora molte possibilità di sviluppo e di densificazione, e che una densificazione delle zone compatte possa evitare la crescita di ulteriori estensioni urbane nel territorio. Oggi è possibile crescere, è possibile densificare, senza che questo diventi una semplice speculazione, ma facendo in modo che lo sviluppo delle città possa diventare una possibilità per trovare spazi e modelli abitativi nuovi per la popolazione che è uscita negli ultimi anni dalle grandi città, e che dobbiamo cercare di far rientrare perché le nostre città si mantengano vive. Nell’area Isola-Garibaldi abbiamo quindi cominciato a pensare di realizzare delle torri, liberando così spazio a livello del suolo, dando a questi edifici alti il valore di “torri verdi” quasi completamente rivestite di bosco. In sintesi, un vero e proprio sistema di “boschi verticali”. Le torri, i grattacieli sono oggi uno dei fondamentali elementi di successo delle grandi città internazionali (il 40% degli edifici alti più di 12 metri è stato costruito, nel mondo, negli ultimi sei anni), eppure nel nostro Paese, che pur ha in passato ospitato alcune esperienze eccezionali, c’è ancora un grande pregiudizio nei loro confronti. Quando sono rivestite di vetro, le torri e i grattacieli possono diventare degli enormi accumulatori di calore o di freddo e richiedere, quindi, un consumo energetico spaventoso. L’idea di un bosco verticale porta invece a pensare a degli elementi alti, il cui perimetro sia però completamente rivestito da alberi. Abbiamo calcolato che sulle due torri in progetto nel quartiere Garibaldi-Isola ne possano essere piantati circa 900, che equivalgono circa a 7.000 mq di bosco su un territorio pianeggiante. D’altro canto, pensando al consumo di suolo, un sistema di appartamenti circondati dal verde, equivalente a quello progettato nel bosco verticale dell’Isola ma in villa, costruito in verticale equivarrebbe a circa 50.000 mq di villette residenziali. Abbiamo ragionato anche sulla straordinaria importanza che potrebbe avere un sistema di boschi verticali posizionato vicino ai grandi nodi della mobilità pubblica, per esempio lungo le linee della metropolitana, in modo da evitare la congestione di autovetture private che un grattacielo può creare in un centro urbano. Il bosco verticale può essere interessante anche sotto il profilo della qualità della percezione urbana, dato che piante diverse, posizionate con angolazioni diverse nelle diverse facciate delle torri, possono generare effetti cromatici straordinari. Il senso di questo progetto è di dimostrare che anche in un piccolo spazio di una città è oggi possibile pensare a qualcosa che non sia semplicemente la soluzione di un problema locale, ma che in qualche modo aspiri a far corrispondere la città delle cose e quella delle parole con la nostra città interiore.

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