Considerazioni preliminari Da qualche tempo si discute, giustamente, sulla sostenibilità dello sviluppo: sarebbe prima di tutto necessario definire cosa si intende per sviluppo (l’aumento del Pil, un incremento della qualità della vita misurata con la disponibilità di beni e servizi, oppure misurata come crescita umana?) e poi cosa per sostenibile (a livello locale, nazionale, globale? E per quanto tempo?). La percezione dei più è che sviluppo sostenibile significhi un incremento della produzione di beni e di servizi, e quindi del consumo di energia, in modo da migliorare la qualità della vita senza distruggere risorse utili per le generazioni future, alle quali potranno così essere evitate condizioni di vita peggiori delle nostre. Questo obiettivo, che non può che essere perseguito a livello globale, è pienamente condivisibile. Non è al contrario condivisibile l’atteggiamento di chi contrappone, in modo aprioristico, il naturale all’artificiale, considerando il primo come bene e attribuendo quasi tutti i mali al secondo. Peraltro, è ben difficile distinguere fra i due campi per il semplice fatto che qualsiasi tipo di intervento umano, dal momento in cui si è cominciato a praticare la pastorizia e l’agricoltura (per non parlare del fuoco!), ha sempre modificato lo stato naturale. Inoltre, è connaturata alla nostra cultura - si veda il mito di Prometeo - la visione di un dominio dell’uomo sulla natura o quanto meno, come afferma la Bibbia, di un suo governo della natura. Il problema è perciò serio, specie se lo si pone in termini più precisi e articolati: alla luce delle conoscenze attuali, e senza assumerci rischi eccessivi, quali sono gli interventi che non mettono in pericolo il futuro? A tale domanda si può rispondere seriamente solo affrontandola in modo scientifico, cioè partendo dai fatti conosciuti, consapevoli che le nostre conoscenze devono migliorare e sono comunque affette da errori che vanno ridotti. È inoltre noto che le estrapolazioni hanno un grado crescente d’incertezza all’allontanarsi dai dati sperimentali; purtroppo, dati affetti da grande incertezza sono frequentemente presentati come certi, oppure si effettuano estrapolazioni arbitrarie in base a deduzioni che nulla hanno di scientifico. Sembra quasi che l’esigenza primaria non sia quella di rappresentare la realtà così com’è e di ampliarne la comprensione vera, bensì quella di sollecitare l’adesione a uno schieramento ideologico precostituito. Da un lato si prospetta un futuro senza problemi nell’ambito di una visione di progresso senza limiti; dall’altro, con molta maggiore forza, si prefigurano scenari apocalittici che provocano sgomento e paura. In effetti, è molto più semplice terrorizzare che non spingere verso un ottimismo critico, e ciò è tanto più facile quanto più si evocano i possibili danni alla salute, la distruzione del nostro habitat e le alterazioni del nostro stesso essere. Tutto ciò è portato avanti da politici che si fanno propugnatori di visioni apocalittiche per acquisire in seguito facili consensi, interpretando il ruolo di difensori da questi pericoli, senza, peraltro, mai pagare gli errori commessi. Il caso del nucleare è emblematico: non dando spazio al nucleare (quali disastri si sono verificati nel mondo a partire dal nostro referendum?), e non ascoltando chi denunciava i pericoli insiti nell’uso dei combustibili fossili, si è spinto oltre ogni accettabile limite l’uso del petrolio e del gas, salvo poi accorgersi dei danni, reali e non presunti, che tale uso comporta. Il tutto con l’appoggio dei mezzi di comunicazione di massa, per i quali è assai più semplice e fruttuoso amplificare ansie e paure, piuttosto che stimolare un dibattito critico, sfruttando le competenze specifiche esistenti. Fortuna ha voluto che il potere dei mass media non fosse così ampio un tempo, altrimenti non avremmo oggi i vaccini: vedere, per credere, gli articoli e le vignette dell’epoca, nelle quali, per esempio, l’uomo vaccinato si trasformava in bovino! A ben vedere esiste una risorsa fondamentale per qualsiasi comunità: l’intelligenza e l’uso che se ne può fare per accrescere la conoscenza; in particolare, la conoscenza del mondo naturale che si sviluppa (da Galileo in poi) applicando il metodo sperimentale, generalmente definito «metodo scientifico». Purtroppo l’antiscientificità, cioè il trascurare il reale per l’ideologico, connessa a un atteggiamento antiindustriale, sta sempre più prendendo piede e costituisce un vero pericolo per il futuro. Se vogliamo che lo sviluppo sia sostenibile, è necessario opporsi a questo atteggiamento. Lo scopo di questa breve nota consiste quindi nel mettere in evidenza i principali difetti di quello che abbiamo definito atteggiamento antiscientifico. Esso risulta spesso fortemente accattivante nei confronti dell’opinione pubblica, che in genere ama più l’enunciazione di certezze, piuttosto che di teorie con un certo margine d’incertezza, e non in grado di attribuire tutto il bene a un fattore e tutto il male a un altro. La visione manichea della realtà permette di collocarsi da una parte (quella del bene) una volta per tutte, e quindi deresponsabilizza. I fatti e le interpretazioni Un primo aspetto su cui si fa molta confusione riguarda la mancata distinzione fra fatti e interpretazioni e, ancor prima, la metrica usata per descrivere i fatti. Com’è ben noto a tutti coloro che hanno a che fare con fenomeni misurabili quantitativamente, il dato deve sempre essere accettato con una qualche attenzione. Esiste sempre infatti, in misura più o meno rilevante, un errore legato allo strumento stesso, alla sua lettura e al contesto nel quale viene utilizzato. Questo significa che bisogna sempre precisare le condizioni in cui avviene la misura, come pure le modalità della stessa. Al di là di queste considerazioni tecniche, il problema principale riguarda il significato e le interpretazioni del dato. Per esempio, è un dato il leggero aumento di temperatura nell’ultimo secolo (+0,7° C)1 così come il consistente incremento di CO2 e di altri gas serra nell’atmosfera, ma non siamo ancora in grado di stabilire con sufficiente attendibilità il peso delle attività umane nei cambiamenti climatici. I cicli millenari di riscaldamento e raffreddamento del nostro pianeta prodotti da fattori astronomici sono sempre avvenuti, indipendentemente dall’intervento dell’uomo, come confermato dagli studi sui ghiacci dell’Antartide. Oggi ci troviamo verso la fine di un periodo caldo la cui temperatura è leggermente minore di quella dei precedenti periodi caldi, mentre la CO2 è il 30% in più. Vi sono soltanto ipotesi post hoc, ergo propter hoc sulle cause di tali fenomeni: molto spesso ci si trova di fronte ad affermazioni che seguono questa logica, molto lontana da qualsiasi approccio scientifico. Quando poi si passa a proiettare nel futuro tendenze in atto nel presente, ci si sposta nel campo della divinazione più che della scienza. Nonostante ipotesi fantasiose del passato siano state poi confutate dai fatti, si tende a ripetere lo stesso tipo di errore: si possono citare previsioni della fine dell’Ottocento fino ad arrivare agli scenari terrorizzanti del Club di Roma, ottenuti con un modello concettualmente sbagliato, e alla previsione che 30 anni fa decretava l’esaurimento delle risorse petrolifere entro il 2000. Spesso la scienza e la tecnologia, nonché la politica, hanno fornito nuovi strumenti con i quali sono stati eliminati o comunque attenuati i danni previsti. Per esempio, nuove tecnologie hanno ridotto grandemente le emissioni delle centrali termoelettriche a carbone, così come altre riducono drasticamente i residui e i rifiuti inquinanti dell’industria, nonché quelli naturali dell’agricoltura. Molto spesso le estrapolazioni, oltre a non avere basi sufficientemente solide da un punto di vista scientifico, ipotizzano che il sistema sia chiuso, cioè isolato dall’esterno, mentre sono certamente presenti influenze esterne, che possono alterare fortemente le proiezioni stesse. I sistemi sono complessi Tutti si riempiono la bocca con la parola «complessità», ma pochi ne capiscono il contenuto e ne traggono le dovute conseguenze. Un sistema complesso è non-lineare e contempla l’esistenza di un numero elevato di variabili e di fenomeni che interagiscono fra loro in modo dinamico, generando anche conseguenze controintuitive. Solo un esempio, che è già di dominio del grande pubblico: parliamo della produzione di energia elettrica attraverso la combustione delle cosiddette “biomasse”. Finché si tratta di rifiuti e di scarti di produzione agricola niente da dire, anche se sicuramente questo non risolve il problema del fabbisogno energetico; tutt’altro discorso va fatto quando si pensi di coltivare prodotti agricoli per poi utilizzarli come combustibile per la produzione di energia elettrica. Per confrontare combustibili, è necessario considerare tutti i contributi energetici positivi e negativi della catena, nonché le interazioni con l’ambiente. Per esempio, ci si deve chiedere: è stato fatto un bilancio energetico complessivo, considerando l’energia richiesta per la produzione degli impianti e dei macchinari da utilizzare per passare dalle biomasse all’energia elettrica, nonché quella impiegata per produrre i fertilizzanti necessari, senza contare l’inquinamento da essi provocato? È stato considerato l’effetto della diminuzione di produzione agricola, il cui fabbisogno è in costante crescita (il costo del grano è più che raddoppiato in un anno)? I costi diretti e indiretti da chi devono essere sopportati? È infine conveniente o meno, per la comunità nel suo complesso, mantenere artificialmente una redditività economica per i produttori di biomasse per un periodo che non può essere inferiore ai 20-30 anni? Si ricorre alle biomasse perché non si vuole ancora ritornare al nucleare dopo il veto post Chernobyl. Sappiamo quanto è costato a tutti noi tale veto? Il presunto pericolo è effettivamente sparito per il semplice fatto che abbiamo scritto alle nostre frontiere «Stato denuclearizzato»? Se è stata la paura a farci votare il referendum, che dire delle centrali nucleari presenti vicino ai nostri confini? L’emotività non è mai foriera di buoni risultati, tanto meno quando viene utilizzata strumentalmente per fini politici! Cercare di ottimizzare un “sottosistema” senza tener conto delle condizioni al contorno porta spesso a peggiorare il sistema nel suo complesso, com’è avvenuto per l’incremento della CO2, con la conseguente necessità del Protocollo di Kyoto che il nostro Paese è impossibilitato a rispettare, pur avendolo sottoscritto. In Italia abbiamo, solo virtualmente, ridotto i rischi del nucleare, ma aumentato fortemente l’inquinamento atmosferico. Siamo ormai dipendenti strategicamente dall’estero (in particolare da Russia, Algeria e Medio Oriente) e, per l’alto costo dell’energia, stiamo pagando un prezzo elevato in termini di competitività, sia come industrie che come privati. Mentre venivamo sollecitati a dire no al nucleare, nessuno ci diceva come saremmo stati in grado di rispondere nel tempo ai sempre crescenti fabbisogni energetici! Quando si evoca un pericolo e lo si ingigantisce, tutti gli altri aspetti non vengono percepiti né considerati. Questo non significa che dobbiamo trascurare o sottovalutare gli aspetti negativi di una soluzione, ma che al contrario è necessario analizzare tutti gli aspetti con la stessa attenzione, in particolare a «che cosa succede se non si fa una certa cosa», ciò che non è avvenuto per l’energia nucleare. Siamo sicuri che, per esempio, non stia avvenendo la stessa cosa anche con gli organismi geneticamente modificati? I diversi orizzonti temporali L’ultimo aspetto che desideriamo toccare riguarda la necessaria differenza di comportamento rispetto a diversi orizzonti temporali. Anche in questo caso conviene fare un esempio. Pur essendovi oggi ragionevoli dubbi sulla previsione di disastri epocali generati dall’inquinamento provocato dalle nostre attività, è indubbio che bisogna operare affinché l’inquinamento venga fortemente ridotto. In altri termini, occorre distinguere gli effetti a breve e medio termine di una determinata politica, rispetto a quelli a lungo termine, nel contesto delle leggi di sistema e dell’evoluzione. Normalmente, invece, si cerca di imporre una logica falsamente coerente e manichea: se non sei della scuola del catastrofismo, automaticamente devi essere a favore dell’inquinamento, della “contaminazione” dei cibi, dell’indifferenza totale verso le future generazioni. Si tratta di un vero e proprio terrorismo, a cui dobbiamo opporci con forza. Ragionare su tempi medi significa anche riuscire a collegare fra loro fenomeni differenti e diversi sottosistemi, affrontando così seriamente la complessità di sistema; vuol dire anche, contemporaneamente, dedicare risorse e attenzione alla ricerca, tanto più quando siano presenti potenziali pericoli. Abbiamo già sbagliato nel passato, occorre perciò non ripetere gli stessi errori. La complessità della società moderna, il potere dei mass media di influenzare l’opinione pubblica, i meccanismi di governo del consenso nei Paesi democratici richiedono, per poter dare risposte positive ai problemi dei singoli e della società, che si sviluppi in tutti un maggior senso di responsabilità personale e sociale, e quindi un più alto livello educativo. Alcune osservazioni conclusive Da quanto precede possiamo trarre alcune conclusioni. Innanzitutto occorre riportare il dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo nel suo alveo naturale: se si tratta di analizzare fenomeni non banali, quali quelli qui accennati, la parola va lasciata alle persone di scienza e più precisamente alla comunità scientifica in quanto tale. Gli improvvisatori vanno esclusi. In questo senso, occorre un’opera di profonda educazione dei mezzi di comunicazione di massa, a partire dalla televisione. Deve essere molto chiara la differenza di ruolo fra politici e scienziati. A questi ultimi compete fornire gli elementi che permettano ai politici di valutare i costi e i benefici, e i relativi rischi. Ai politici spettano le decisioni strategiche, motivate anche sulla base delle valutazioni scientifiche. Dovrebbero essere evitati il più possibile “referendum” su temi complessi che richiedono competenze specifiche per una valutazione oggettiva: in tali circostanze è estremamente facile evocare paure e visioni apocalittiche per indirizzare il consenso secondo le esigenze politiche del momento, ignorando qualsiasi valutazione scientifica della realtà. La caccia alle streghe non è finita nel Medioevo, anzi i mezzi di comunicazione di massa ne permettono oggi un’edizione più efficace e pericolosa. Per affrontare l’attuale emergenza educativa dovrebbe essere prima di tutto ripensata la politica scolastica. Quando l’affermazione apodittica prende il sopravvento sul dialogo serio, basato sui fatti, vuol dire che la logica e il metodo scientifico sono stati completamente trascurati in tutto il ciclo formativo. È questo forse oggi, nel nostro Paese, il problema più serio e di maggiore impatto sul lungo termine.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Intergovernmental Panel on Climate Change, febbraio 2007.