Tre interrogativi Vorrei sviluppare il tema del rapporto tra impresa ed enti non profit a partire da tre interrogativi, cui tentare di dare risposta per comprendere il legame tra questi due mondi. Primo: perché un manager d’impresa si interessa al non profit, perché si interessa al sociale? Secondo: perché è necessario che le imprese collaborino attivamente con il non profit? E perchè lo devono fare non solo per uno spirito etico, che pure ovviamente c’è, ma per il bene delle imprese stesse? Terzo: Cosa è importante nel rapporto tra non profit e profit e qual è la caratteristica di successo del non profit nell’interazione col profit? Perché unmanager d’impresa si interessa al non profit In merito al primo quesito, parto con il considerare che l’uomo d’impresa cerca costantemente, tutti i giorni, di individuare i bisogni non soddisfatti, si guarda attorno, osserva i consumatori, il mercato e cerca di capire: «Cosa manca di importante e come potrei trarne valore?». Le società migliorano, progrediscono, si sviluppano perché ci sono persone che tutti i giorni pensano a come fare qualcosa di nuovo, di meglio o di più, per soddisfare questa equazione del valore aggiunto economico. Fin qui l’homo oeconomicus. In realtà, prima o poi, anche noi manager d’impresa ci accorgiamo dell’esistenza di persone che dedicano grandi energie per dare risposte a bisogni importanti. Persone impegnate nello sviluppo di servizi che portano grande valore aggiunto, ma non di tipo economico, bensì sociale. In questi servizi l’equazione economica non è soddisfatta interamente dal processo produttivo interno, in quanto richiede apporti da fonti finanziarie esterne disposte a sostenere le iniziative senza ritorno economico. Nella sostanza, c’è valore aggiunto sociale rilevante, ma il meccanismo di mercato non riesce a finanziarne il capitale. Un manager non può quindi che esser colpito e rimanere affascinato da come questi utili servizi nascano, crescano e si sostengano, senza basarsi sull’equazione puramente economica. Ugualmente, ciò che attrae un uomo d’impresa è vedere persone che si dedicano totalmente a un’iniziativa, sviluppando vere e proprie aree di eccellenza per affrontare bisogni cui il mondo profit non può dare risposta. Questo è ancor più evidente se posiamo lo sguardo sui Paesi in via di sviluppo. Ci sono bisogni, direi drammaticamente evidenti. I tipi di problemi con cui il non profit si misura si chiamano guerra, fame, epidemie, sfruttamento minorile. Ma anche la nostra società occidentale ha sacche di disagio, ampie aree di sofferenza. Anche qui occorre dare una risposta, occorre intervenire al di fuori dell’equazione pura del valore aggiunto economico. Perchè le imprese devono collaborare con il non profit Secondo alcune teorie economiche, le imprese devono fare solo profitto e pagare stipendi e utili; spetta poi a chi li riceve, quindi agli azionisti e ai dipendenti, decidere in completa autonomia se donare parte dei loro utili, o stipendi, in attività sociali, se impegnarsi in prima persona in interventi di sussidiarietà, o non fare proprio nulla, liberamente. Altre scuole di pensiero ritengono che l’impresa si debba invece impegnare nella società, ma anzitutto e principalmente per motivazioni d’immagine o, con una visione più strategica, di reputation. La realtà, a mio giudizio, è un po’ più complessa e diversa. Anzitutto sono il primo a riconoscere che l’impresa deve fare profitto, ed è vero che gli uomini di azienda, come me, devono occuparsi sostanzialmente di quel valore aggiunto economico e non del valore aggiunto sociale come prima occupazione. Ma ritengo anche che nel far ciò si debba guardare al lungo periodo, cioè alla stabilità delle società in cui operiamo, se vogliamo rendere costante e sostenibile nel tempo la creazione di valore per chi ha investito nelle nostre aziende. E allora sono convinto che quelle stesse società, quegli stessi clienti, quelle stesse comunità a cui noi vendiamo prodotti, dai quali noi traiamo profitti, e a cui continuiamo a proporre beni e servizi, non possono sostenerci in maniera stabile nel lungo periodo se non c’è grande coesione e stabilità sociale, se non c’è un ambiente che offra uguali opportunità per tutti. È necessaria una società occidentale aperta, verso gli immigrati, i più deboli, verso i giovani, e le donne, così come società emergenti aperte verso etnie magari non dominanti. Se la società non è aperta, se non c’è un equilibrio sociale garantito e se non c’è soprattutto una gioventù sana, ben formata e istruita per poi iniziare a lavorare, le nostre imprese, le stesse imprese che devono occuparsi di fare profitto, non potrebbero prosperare nel lungo termine. Quindi, anche in un’ottica puramente egoistica, credo sia giusto per le imprese dedicarsi a problemi come l’analfabetismo, lo sfruttamento minorile, la sanità, il disagio minorile, gli abbandoni scolastici. Gli scompensi esistenti nella nostra struttura sociale, dai quali nasce disuguaglianza tra le persone e che nel lungo termine generano insicurezza, minano le opportunità di crescita, di sviluppo e, infine, l’equilibrio del Paese. Quindi, nei fatti, rappresentano problemi anche per noi uomini di impresa, che abbiamo un interesse forte a migliorare la coesione sociale nei mercati in cui operiamo, se vogliamo pensare in termini strategici e non puramente tattici. Quale rapporto tra profit e non profit Eccoci al tema centrale, il rapporto profit-non profit. Come può contribuire dunque un’impresa? Cosa del nostro patrimonio può essere utilmente impiegato negli interventi sociali? Il primo contributo è sicuramente la ricerca della qualità: la capacità di operare una selezione secondo criteri che massimizzano la produttività. Consentitemi di citare l’esempio di Vodafone. Nel mondo il Gruppo ha ventitré fondazioni, in Italia opera una delle migliori, delle più efficienti e organizzate. In cinque anni, da quando abbiamo iniziato a “guardare a questo mondo” abbiamo finanziato 160 progetti con erogazioni pari a circa 25 milioni di euro. Un elemento di grande interesse è che abbiamo operato una selezione tra circa 600 progetti. Attraverso il meccanismo della selezione costringiamo gli enti non profit, che vogliano collaborare con noi, a porsi obiettivi, pianificare azioni, dimostrare i risultati, puntando sulla qualità. Attraverso le nostre fondazioni, che dalla impresa Vodafone mutuano modalità di lavoro volte all’efficienza, aiutiamo le organizzazioni a migliorare. Inoltre diamo una garanzia, che in alcuni Paesi in via di sviluppo risulta essere molto forte, perché essere associati a un’impresa che fa selezione, che cura la produttività, che vuole avere risultati è molto importante nei rapporti, ad esempio, con governi e istituzioni. Un secondo beneficio che le imprese possono portare è legato alla visione della società. Le società moderne, così multicentriche e complesse, tendono per loro natura a essere anche disgreganti, si formano delle crepe e non tutto funziona come dovrebbe. In questi sistemi sociali l’azione di uomini, associazioni, istituzioni che operino come “colla sociale”, generando coesione tra il mondo del profit, del non profit, dell’accademia, della scienza, della cultura, è importante. Si deve agire andando a stendere la “colla” laddove si è creata la crepa e tenere insieme, in maniera costruttiva, i vari elementi. Il dialogo tra profit e non profit sicuramente deve portare i benefici e i risultati delle specifiche iniziative, ma è anche molto importante perché aiuta a mantenere la società unita, integrando visioni economiche e sociali, garantendo maggiore stabilità grazie alla compenetrazione di esperienze e competenze diverse. Un esempio tutto italiano: il nostro Paese è tra i due stati europei con la più alta percentuale di adolescenti che vivono ai limiti della povertà, più concentrata in certe zone del Paese che in altre. Di fronte a un dato come questo è molto importante che si facciano buone iniziative dove siano coinvolti diversi attori della società: lo Stato, le imprese, le associazioni, il mondo della cultura. Questo tipo di collaborazione è estremamente importante e si può realizzare solo se esiste quella che chiamo la “colla sociale” del profit-non profit. Le aziende possono stimolare la cultura della misurazione dei risultati, per stabilire dove si è arrivati, che livello di efficienza si è raggiunto e quali siano le aree di miglioramento, aiutando il non profit e la pubblica amministrazione a “esser ambiziosi e pratici”. Spendere bene, investire con profitto è ancor più importante quando il profitto non c’è, quando obiettivi delle nostre azioni sono persone che soffrono. L’importanza della “colla sociale” è percepita in modo chiaro anche dagli investitori, ovvero da chi sul mercato decide come allocare le proprie risorse. Alcune ricerche economiche internazionali hanno rilevato come l’80% degli investitori in imprese, preferisca investire in aziende con una forte azione nel tessuto sociale dove operano e prosperano. Anche sui mercati dei capitali, quindi, la collaborazione col non profit è riconosciuta come una grande garanzia di solidità e impegno dell’impresa nel lungo periodo. La formula del successo: il dialogo tra profit e non profit Passando infine al terzo tema, possiamo riproporre il quesito in questo modo: Qual è la base del dialogo tra profit e non profit raccomandabile come “formula del successo”? Io credo che il non profit debba, per così dire, pensare ad affascinare il profit e in questo può utilizzare tre “armi”: due somiglianze e una differenza. Una somiglianza fondamentale sta nella visione. Non basta avere un progetto anche se buono, bisogna avere una visione a lungo termine della società, di quello che si vuole fare. Per una grande impresa è importante essere associata a dei buoni progetti, che diano risultati, ma deve esserci comunque uno scenario futuro che rispecchi ideali, valori, aspirazioni e obiettivi di rilievo. Il non profit deve saper esprimere visioni di lungo termine della società, così come l’impresa esprime visioni di lungo termine. E quando si riscontra che le due visioni si incrociano, o addirittura in alcune parti coincidono, è meraviglioso: si lavora con diversi obiettivi, con diverse logiche, ma entrambi si opera attivamente per stabilizzare la società, per raggiungere un equilibrio, per avere delle società migliori. Il secondo elemento che accomuna profit e non profit è la qualità. Le aziende e le imprese eccellenti che hanno visione, sono anche un po’ ossessive nella ricerca di qualità. Dico sempre che si capisce se uno che noleggia biciclette è bravo, da come le mette nella rastrelliera, perché, se sono un po’ storte, prima o poi una sarà anche bucata e una avrà i freni che non funzionano. Visione e qualità sono gli elementi di grande somiglianza che creano il fascino, la stessa qualità e la stessa visione che io chiedo alle mie persone in impresa mi affascina quando la trovo nel non profit. Infine veniamo alla differenza, importante, perché non si può essere troppo uguali se un mondo vuole affascinare l’altro. La differenza sta in una parola oggi desueta: “generosità”. La generosità è presente anche nel mondo delle imprese e in quello della pubblica amministrazione, ma diventa un elemento caratteristico, peculiare del mondo non profit quando viene intesa in modo totale. L’attenzione e l’impegno assoluti per gli altri, da contrapporre alla concezione individualistica, in cui ogni rapporto deve essere basato su uno scambio economico. Questa generosità è l’elemento più affascinante, la differenza che può colpire un manager del profit quando entra in contatto con il non profit. Concludendo, sono convinto che le imprese continueranno a investire e a cercare sempre di più il dialogo con il non profit, perché le nostre società non possono fare a meno di quella “colla sociale”, come l’ho definita, che nasce dal rapporto e dal dialogo fra profit e non profit. E gli ingredienti necessari sono: visione di lungo termine, grande qualità nelle iniziative, e soprattutto, generosità.
Impresa e non profit: necessaria collaborazione
di Vittorio Colao / Chief Executive Vodafone per l’Europa
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