Premessa L’interesse personale è un’idea controversa. Spesso nel comune dibattito politico è interpretato come sinonimo di avidità e di mentalità chiusa. D’altra parte è anche riconosciuto come una componente centrale dell’imprenditorialità e dei meccanismi dell’economia libera. Dovremmo forse considerare l’interesse personale come null’altro che una manifestazione di un approccio darwinista alla vita e all’economia? Un’attenta analisi del concetto indica che c’è un modo di presentare l’interesse personale e razionale come un elemento essenziale e persino moralmente fruttuoso dell’economia. Ogni sistema socio-economico che aspiri ad essere veramente umano deve riflettere sulla natura dell’uomo. Il comunismo è imploso, almeno in parte, perché ha negato alcune verità circa l’uomo, soprattutto il fatto che egli possiede la capacità unica di compiere libere scelte. La società commerciale La caratteristica di una società commerciale è di essere fondata su una concezione realistica dell’uomo e non presume, quindi, che gli uomini possano sempre essere altruisti quando compiono attività di scambio economico. Molte strutture legali ed economiche della società commerciale sono perciò fondate su questa premessa: i contratti esistono, in parte, perché ci sarà sempre qualcuno che deciderà irragionevolmente di non adempiere alle proprie promesse. Allo stesso modo, il libero scambio presume che ciascuno normalmente compia transazioni per rispondere ai propri bisogni, piuttosto che per un interesse specifico al benessere di coloro con i quali sta scambiando merci o servizi. Il tipo di scambio caratteristico della società commerciale, pertanto, diverge dal sistema di mutue obbligazioni di alcune società medievali, in cui gli agricoltori, ad esempio, erano tenuti a pagare la nobiltà in cambio della protezione accordata loro contro i briganti e gli invasori stranieri. La società commerciale richiede “liberi” scambi in cui le persone entrino per i loro “propri” interessi. La società commerciale perciò non cerca di eliminare la fallibilità umana. Sostiene, invece, che non vi sia nulla di innaturale nell’interesse personale. Parlare del proprio interesse, come nota Pierre Manent, è «designare una risorsa potente e universale di azione umana»1. Non si tratta di un principio astratto senza legami con la realtà. Coloro che hanno seguito i primi sviluppi della società commerciale hanno notato la sua capacità di accordare la debolezza umana e l’autostima con il progresso della società stessa verso una situazione di maggior benessere. Il riferimento fatto da Adam Smith alla «mano invisibile» lascia perplessi alcuni, ma si tratta di una semplice metafora per illustrare l’idea che, consentendo alle persone di perseguire il proprio interesse, si otterranno conseguenze sociali non pianificate, ma benefiche. I singoli, nell’inseguire il profitto, senza volerlo aumentano la somma totale della ricchezza nella società, consentono a popoli di nazioni diverse di incontrarsi, promuovono civiltà e pace, permettono ad altri di usufruire di più numerosi e migliori posti di lavoro e contribuiscono allo sviluppo tecnologico. Interesse personale e altruismo nella società commerciale Tutto ciò non significa che la società commerciale non dia ai singoli la possibilità di agire altruisticamente. Piuttosto, è proprio perché nella società commerciale un numero sempre maggiore di persone è in grado di accumulare capitale, anche in eccesso rispetto alle proprie necessità, che si sviluppa la possibilità di esser generosi verso gli altri. Nonostante ciò, il perseguimento del proprio interesse da parte degli individui e dei gruppi rimane forse l’aspetto morale e culturale più controverso delle società commerciali. I pensatori dell’Illuminismo scozzese erano in forte disaccordo tra di loro sul significato di interesse personale. Gli storici dell’economia del ventesimo secolo, come R.H. Tawney, descrivendo l’età del commercio come l’epoca dell’avidità, hanno associato il perseguimento del proprio interesse con l’indulgenza verso la cupidigia, il sostegno della depravazione e una sorta di spietatezza nel raggiungimento dei fini scelti dagli individui. Tali osservazioni raramente considerano il fatto che l’“io” è capace di essere altruista e persino critico del proprio comportamento. Non riconoscono nemmeno che ciascun “io” è avvolto in una rete di relazioni, da quelle contrattuali a quelle familiari e comunali, che tutte moderano e controllano i nostri istinti di acquisizione. È opportuno inoltre considerare come sia improbabile che l’edonismo, la decadenza, e la cupidigia siano caratteristiche solamente delle società commerciali. Questi elementi infatti sono presenti in tutti i tempi e in tutti i luoghi in cui siano presenti esseri umani. L’interesse proprio ha poco in comune con tali aspetti. È persino possibile parlare di un ragionevole amore di sé. Quando Aristotele, Tommaso d’Aquino e altri pensatori della tradizione morale classica hanno sottolineato l’imperativo per le persone di perseguire la virtù, lo hanno fatto perché consideravano questo il risultato naturale di persone impegnate in una forma ragionevole di attenzione a se stessi2. Questo è, per l’Aquinate, un amore di sé ragionevole. Come nota il filosofo del diritto di Oxford, John Finnis, se una persona è davvero amica di se stessa, allora dovrebbe desiderare una sovrabbondanza di beni della ragione e della virtù per se stessa. Inoltre, aggiunge Finnis, dato che i beni della ragione e della virtù sono beni per ogni essere umano, e che essi includono l’amicizia e ogni forma di armonia tra le persone, allora questo ragionevole amore di sé aiuta a facilitare la realizzazione di un bene morale comune a tutti3. Da Toqueville ad Arrow Le osservazioni di Alexis de Tocqueville sulla società commerciale americana negli anni Trenta dell’Ottocento echeggiano temi simili. In La democrazia in America, Tocqueville presentava ai suoi lettori il paradosso di una corretta interpretazione dell’interesse personale diventata lo strumento principale attraverso cui gli americani combattevano l’individualismo radicale. Egli notava che, nelle società pre-commerciali, la tendenza dei ricchi e dei potenti era di disprezzare l’interesse personale4. A Tocqueville risultava chiarissimo come, nel nuovo mondo post-aristocratico dell’America, ogni persona, ricca o povera, ritenesse che «servendo il proprio prossimo un uomo serve se stesso e fare il bene è a suo vantaggio personale »5. Pertanto, lungi dall’obiettare nei confronti di coloro che perseguivano i propri interessi, gli americani «fanno tutto quel che possono per provare che è nell’interesse di ogni uomo essere buono»6. L’efficacia dell’interesse personale correttamente interpretato, secondo Tocqueville, è che esso rientra «dentro la possibilità di comprensione di ciascuno, non da ultimo perché è splendidamente in accordo con le debolezze umane»7. L’interesse proprio, sottolinea Tocqueville, pone inoltre le persone contro quelle che potrebbero essere loro intenzioni strettamente individuali. «Ogni americano - insisteva Tocqueville - intuisce il significato del sacrificare alcuni dei propri interessi personali per salvare tutto il resto»8. Anche se l’interesse personale non produce immediatamente la virtù, tuttavia esso esercita una “disciplina” che «forma una quantità di cittadini ordinati, sobri, moderati, attenti, e capaci di autocontrollo»9. Anche se la sua prevalenza in una società può condurre a un minore eroismo morale, l’interesse personale correttamente inteso renderebbe la «depravazione grave» meno comune e, sempre secondo Tocqueville, rappresenta una prospettiva morale particolarmente «adatta agli uomini del nostro tempo», la «più forte garanzia loro rimasta contro se stessi»10. Molti studiosi contemporanei, come l’economista Kenneth Arrow, hanno suggerito che nessuna scelta e preferenza personale necessita un concetto debole di interesse personale11. Arrow dimostra che vi sono molte buone ragioni per cui una persona può preferire un incremento marginale ad un ampio incremento immediato del proprio benessere materiale. L’interesse personale di un uomo d’affari razionale suggerisce che, piuttosto che l’acquisizione immediata di una vasta ricchezza truffando i propri azionisti prendendo il volo per un paradiso sicuro, egli dovrebbe assicurarsi che la sua azienda tenga fede alle responsabilità nei loro confronti. Tutto ciò vale se tiene veramente alla crescita della società, all’incremento della ricchezza attraverso vie legali e, quindi, a condurre un’esistenza tranquilla e non quella di un fuggitivo. Similmente, un razionale interesse personale suggerisce che noi dovremmo rispettare tutte le leggi legittime emanate, anche se non siamo d’accordo con il contenuto e gli scopi, perchè nessuna persona ragionevole potrebbe voler incoraggiare il disprezzo per la legge. In questi termini, vediamo la saggezza della sottolineatura di Tocqueville che, se l’interesse personale correttamente inteso può non essere una «dottrina sublime»12, il suo operato in una società commerciale può avere un effetto non solo materiale. Conclusioni In termini pratici, vi sono molte strade attraverso cui il perseguimento del proprio interesse è stimolato dalla società commerciale. Anzitutto, la società commerciale contiene un numero minore di quelle convenzioni sociali e strutture organizzate che inibiscono sia l’aristocratico che il contadino dal perseguimento del proprio interesse razionale. In secondo luogo, rispetto alle altre società, la società commerciale fornisce alle persone un orizzonte più ampio per compiere le proprie scelte in merito a ciò che - alla luce delle loro particolari capacità, educazione e circostanze - è davvero nel loro personale interesse economico perseguire. Terzo aspetto, la concorrenza connessa alla società commerciale incoraggia le persone a pensare “in avanti” nel perseguire il proprio interesse personale, quindi a considerare i costi finanziari ed extra-finanziari e i benefici delle diverse scelte a breve e a lungo termine. Da ultimo, l’interesse personale al successo della propria impresa commerciale spinge verso il buon senso piuttosto che verso la speculazione selvaggia, verso una prudente assunzione dei rischi piuttosto che verso l’azzardo folle, verso l’autonomia personale piuttosto che verso un’eccessiva dipendenza. L’interesse personale, perciò, non è qualcosa da deprecare. La chiave di volta è l’influsso della “ragione” propriamente intesa sul perseguimento da parte di ciascuno dei propri personali interessi. Tocqueville, ad esempio, era preoccupato di cosa sarebbe accaduto se il perseguimento dell’interesse privato da parte delle persone non fosse stato illuminato dalla ragione13. Se il proprio interesse assume la forma di un interesse personale “razionale”, esso può contribuire allo sviluppo civile di una società, facilitare l’iniziativa imprenditoriale che è il cuore della creazione del benessere e consentire a ciascun individuo di assumere il rischio di perseguire la crescita dell’umano con modalità che approfondiscano l’esperienza di felicità di ogni persona e della società.
Interpretare correttamente l’interesse personale
di Samuel Gregg / Director of Research, Acton Institute. Docente alla Pontificia Università Lateranense e Direttore della rivista “Markets & Morality”.
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