François Michelin Vorrei innanzitutto presentarmi. Mi chiamo François Michelin, ho 81 anni, sono sposato da cinquantasei anni e ho “ricevuto” sei figli con la missione di aiutarli a diventare ciò per cui sono nati. Ho lavorato in fabbrica per cinquanta anni e sono molto contento di averlo fatto, perchè le difficoltà che tutti noi incontriamo sono il mezzo più grande che abbiamo per essere educati. Spesso è possibile ottenere più profitto da un fallimento che da un successo, perchè quando si ottengono dei risultati positivi si rischia di “specchiarsi” senza analizzare nulla, mentre davanti a uno scacco siamo obbligati a essere attenti alla realtà e a imparare da essa. Lo stesso avviene quando parliamo con una persona che non ci capisce, possiamo semplicemente dire: «È un imbecille», oppure possiamo cercare di capire se abbiamo tenuto conto delle sue capacità e possibilità di ascoltarci. Questo è il processo fondamentale dell’educazione. Ho perso mio padre e mia madre all’età di circa dieci anni e mio nonno, che mi ha preso con sé, ha assolutamente voluto che imparassi a lavorare usando le mani. Ho imparato a lavorare l’acciaio, a montare pezzi difficili, con la precisione di un centesimo di millimetro e non era affatto semplice. Se non avessi tenuto conto della lima o del pezzo di acciaio che dovevo lavorare, non sarei arrivato da nessuna parte. Ho capito insomma che la materia era molto più forte di me. La mia esperienza con il legno e la latta insieme alla formazione che mio nonno mi ha costretto a vivere, sono state un elemento fondamentale che poi ho ritrovato nella mia realtà professionale. In questa scuola, creata dalla fabbrica, eravamo in molti ancora bambini e molti giovani (siamo arrivati a circa 6.000), figli di lavoratori dell’azienda. Il nome non aveva nessuna importanza eravamo fondamentalmente tutti uguali, con lo stesso desiderio di imparare. È stata per me un’esperienza sociale estremamente profonda; molti compagni dell’epoca sono morti, altri mi capita di incontrarli a parlare di quei tempi, sempre con molta nostalgia. Il metodo che mi ha fatto seguire mio nonno è stato il contatto con le persone e con la materia, probabilmente il “cuore” della vita sociale. Simone Cosa vuol dire obbedire alle proprie passioni? François Michelin Quando sono arrivato in fabbrica il mio responsabile era una persona molto più anziana di me, un ingegnere molto qualificato, entrato in fabbrica molti anni prima come operaio, una persona che, tra l’altro, ha inventato il pneumatico radiale. La prima cosa che mi disse fu: «Signor François, se lei non ama il pneumatico, se ne può andare anche subito!», e aggiunse: «È perché amo il pneumatico che sono riuscito a vincere molte difficoltà». Questo vuol dire che se uno ama e ha la passione per il lavoro che sta facendo, tutte le difficoltà avranno un senso e diventeranno un’occasione di progresso. Tutte le grandi scoperte e invenzioni nel mondo sono state generate dal fatto che c’era qualcosa che non funzionava o che funzionava in modo insufficiente. Matteo Il mondo medioevale non viveva il lavoro come una maledizione, ma come la possibilità di espressione della creatività dell’uomo. L’ora et labora dei benedettini e le cattedrali medioevali ne sono una dimostrazione. Nella sua esperienza il lavoro che valore ha? François Michelin Forse tutti conoscono la storia dei tre tagliatori di pietra, ma vale la pena ricordarla. Al primo tagliatore viene chiesto cosa stia facendo e risponde: «Sto tagliando una pietra». La stessa domanda viene posta al secondo, che risponde: «Sto creando una scultura». Il terzo invece esclama: «Sto costruendo una cattedrale». Quando si lavora un pneumatico, che è stato il mio lavoro per cinquant’anni, quando pensiamo che è un elemento importante di un auto e si è attenti al cliente siamo nella posizione del terzo tagliatore, stiamo costruendo una cattedrale, un’Opera. Credo che l’industria in generale funzioni perché spesso, anche in modo implicito, le persone hanno l’impressione e il sentimento di partecipare a un’Opera. Maria Secondo lei lo studio di materie come il greco, il latino e la filosofia, è utile in vista delle urgenze concrete che ci pone la realtà? Avverte un nesso tra lo studio del passato e la concretezza di un oggi proiettato verso la tecnologia e l’informatica, in cui le lingue morte sembrano non avere alcun peso? François Michelin Non si può sapere dove si va se non si conosce da dove si viene. Non so se anche in Italia come in Francia, tantissime persone si stiano mettendo a studiare la genealogia per ritrovare le proprie radici. Può essere un tentativo di risposta alla propria domanda sul passato. Per parlare ad esempio della lingua greca, la grande maggioranza delle parole che usiamo hanno un’origine greca o latina e se utilizziamo una parola senza conoscerne l’origine, potremmo anche fare degli errori. Ad esempio, si parla spesso di “mondo virtuale”. Un giorno sono stato invitato a discutere di come potrebbe vivere un’azienda in un mondo virtuale; ho preso allora un vocabolario francese e ho scoperto che la radice vir significa “forza”, indica un potenziale. La parola virtuale quindi ha un senso filosofico estremamente importante, indica cioè che state diventando quello che siete già in profondità. Un seme è “virtuale” di un albero. Alla fine della conferenza ho tirato fuori dalla tasca un seme di avocado e ho detto: «Questo è un avocado virtuale. Un’azienda in un mondo virtuale è un’azienda in un mondo di possibilità ed è proprio questo che è appassionante, perché il mondo industriale, guardandolo in modo positivo, non è già determinato. Ci sono sempre molte più possibilità di quante se ne immaginino in azienda stessa». La vita è veramente qualcosa di magnifico, qualcosa di prodigioso, dà all’uomo una dimensione di eternità. Navighiamo in un mistero meraviglioso, ciò non significa che non ci siano difficoltà, ma bisogna prenderle come un trampolino che ci permetta di fare meglio. Davide Un mio amico al lavoro vede passare tutti i giorni, davanti a sé, 37.000 bulloni e in brevissimo tempo deve verificare se sono utilizzabili. Questo è un esempio di lavoro ripetitivo. È la circostanza o la coscienza che ci determina? François Michelin Nel lavoro di carrozziere quella che è sempre identica è la latta, ma non ci sono mai due incidenti uguali! Ho fatto un lavoro ripetitivo e difficile e spesso ho provato una vera gioia quando i cambiamenti della situazione mi permettevano di trovare qualcosa di diverso in quello che facevo. Quando una macchina ha il portellone posteriore rotto, bisogna capire cosa fare per ripararlo e come farlo. È il lavoro dell’intelligenza e non è un lavoro ripetitivo. Questo è vero in qualsiasi lavoro. Pio XI parlava del “terribile quotidiano”, il quotidiano nelle nostre giornate è ripetitivo, le nostre giornate sono ripetitive, ma ogni volta diverse, esattamente come gli incidenti stradali. Ancora una volta la possibilità di dare un gusto è data dal pensare al proprietario della vettura che stiamo riparando. Se dimenticate la finalità di quello che state facendo la vostra attività sarà sempre sgradevole. Mi è capitato di discutere con le persone che puliscono le camere nella casa di cura dove è ricoverata mia moglie. È difficile fare le pulizie per bene, in particolare in una clinica dove è importante che non ci siano polvere e microbi. È un lavoro estremamente ripetitivo. Mi sono sorpreso a vedere l’attenzione di quelle persone verso i malati che dava un senso impressionante al lavoro. Come insegna il tagliatore di pietre, togliendo la polvere stanno costruendo la cattedrale.
Impresa: l’uomo è la risorsa
di François Michelin / Presidente onorario del Gruppo Michelin
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