Quadrimestrale di cultura civile

Dopo la crisi arriva la ripresa

di Guido Gentili / Editorialista de "Il Sole 24 Ore".

Le crisi superate Dopo l’inverno germoglia la primavera e alla brutta stagione seguono le belle giornate. Insomma, come sempre, la crisi passerà. Vale in natura, vale per i cicli economici. Forse basterebbero le elementari ricette metaforiche di Chance il giardiniere, magistralmente interpretato da Peter Sellers nell’omonimo film del 1979, in Oltre il giardino per spiegare cosa accadrà nei prossimi mesi. Ce l’ha fatta tutto il mondo a superare la Grande Crisi del 1929. Ce l’abbiamo fatta, noi italiani, a rialzare la testa dopo innumerevoli crack bancari e finanziari che hanno punteggiato la nostra storia dall’Unità ad oggi e dopo essere usciti distrutti dalla Seconda guerra mondiale. Perché mai non dovremmo rivedere la luce? Forse siamo messi peggio che nel 1929 o nel 1945? No, il problema non è questo. La disputa tra “catastrofisti” alla Nouriel Rubini della New York University (secondo cui ci avviamo verso una recessione pressoché globale, con perdite per il sistema finanziario di oltre 1.000 miliardi di dollari) e “minimalisti” (per i quali la recessione, con due trimestri consecutivi di Pil in negativo, non è ancora tecnicamente iniziata, e comunque i mutui subprime hanno consentito a 12 milioni di americani di acquistare una casa) appassiona l’accademia degli economisti, ma non porta lontano. Basterà dire che anche l’evocazione del crollo del 1929 suona per certi versi fasulla: allora rovinarono al suolo i prezzi dei beni; oggi questi salgono, e basta dare un’occhiata all’indice “impazzito” delle commodities (materie prime tradizionali, ma anche metalli e microprocessori) per farsi un’idea. Piuttosto, può essere utile capire se lo scossone partito con la crisi dei mutui subprime può dirci qualcosa di nuovo. E che impatto può avere, in definitiva, sul sistema delle imprese italiane che viaggia con un motore a trazione familiare medio-piccola. La reazione negli Stati Uniti In termini di reazione-anticrisi, sia negli Usa che in Europa, assistiamo agli stessi (diversi) spettacoli che vanno in onda ormai da molti anni. Negli Stati Uniti continua a prevalere l’idea che una recessione, per quanto “salutare” (spezzerebbe la spirale per la quale gli americani vivono stabilmente al di sopra delle proprie possibilità, consumando più di quello che guadagnano e causando un fortissimo indebitamento con l’estero), resta un evento da scongiurare. Punto e stop. Così testimoniano del resto la storia e il pragmatismo della società americana: gli animal spirits del Paese della Frontiera sono protesi in avanti, mai indietro. La crescita è l’orizzonte americano. La de-crescita, ancorché in versione terapeutica, è la negazione del dream, del sogno, e insieme la ricetta di politica economica sbagliata. Giù i tassi d’interesse, allora, e iniezioni di liquidità nel sistema, anche a prezzo di imbarcare inflazione. Il mitico Governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, appena nominato nel 1987, scelse questa strada a fronte della grave crisi di Wall Street. Manovra ripetuta nel 1998, ai tempi della débacle russa sui mercati e del crack di un grande hedge fund. Strada riproposta due anni dopo per contenere lo scoppio della grande “bolla” speculativa. Piano riaffermato con le stesse modalità dopo il crollo delle Torri Gemelle nel 2001. E ora che è deflagrata un’altra bomba, quella dei mutui immobiliari di dubbia solvibilità, il successore di Greenspan, Ben Bernanke, ha fatto e fa lo stesso: giù i tassi, a costo di deprezzare ancora il dollaro e di tenersi sulle spalle, in attesa di ripartire, uno squilibrio di fondo pesantissimo. Allo stesso tempo, in uno sforzo congiunto previsto dallo statuto della Fed, la presidenza repubblicana di George Bush concorda con il Congresso (democratico) un piano fiscale da 145 miliardi di dollari (1% del Pil) per rilanciare l’economia. Tutti mobilitati, insomma, contro l’ipotesi della recessione, leggera, profonda o “salutare” che sia. Le strategie europee Diversa la strategia europea imperniata sulla Banca Centrale Europea (Bce) al cui timone c’è il francese Jean-Claude Trichet. Ed è da qui che bisogna partire per arrivare al “caso” italiano e ai suoi problemi. Perché gli stati nazionali, in tema di politica monetaria, hanno ceduto la loro sovranità alla Bce che, in totale indipendenza e autonomia, ha come unico obiettivo istituzionale il mantenimento della stabilità dei prezzi. Che poi la crescita sia strutturalmente bassa, inferiore a quella americana e lontana anni luce da quella asiatica, poco importa, nella sostanza. È l’inflazione (anche quando non c’è, paradossalmente) il nemico da battere. Il solo sentiero percorribile è quello fissato dai “paletti” di Maastricht. Pazienza, poi, se l’euro è così forte nonostante i “fondamentali” dell’economia europea (a partire, appunto, dalla crescita) siano deficitari. E pazienza, infine, se la sopravvalutazione della moneta europea favorisce l’import e mette in difficoltà le imprese che esportano fuori dall’eurozona. Anche se questa può essere la strada che porta dritta alla pericolosissima “stagflazione”, che vuol dire stagnazione produttiva accompagnata ad un aumento dell’inflazione. È aperto dunque in Europa il dibattito sul ruolo della Bce. Nicolas Sarkozy vorrebbe cambiarne il modello istitutivo, nato ricalcando quello della Bundesbank, e renderla meno rigida. Ma ci si interroga anche sulla ricetta americana (giù i tassi e iniezioni di liquidità nel sistema: funzionerà ancora una volta?) alzando piuttosto lo sguardo sul nuovo, rampante capitalismo di Stato impersonato dai potenti “fondi sovrani” arabi, asiatici e russi, e mettendo nel mirino i guasti della globalizzazione “selvaggia” affermatasi negli anni Novanta. Come nel caso di Giulio Tremonti, che contro la concorrenza sleale asiatica riconferma la strategia articolata su un sistema di dazi e quote, senza il timore di essere per questo scambiato per un protezionista dell’ancien régime. In sintonia, del resto, con gli stessi programmi “difensivi” di Obama e McCain negli Usa. Il caso italiano È questo il quadro magmatico, incerto, potenzialmente esplosivo, che fa da sfondo al “caso” italiano. Dove, va detto subito, il sistema bancario nazionale non pare essere stato infettato direttamente dalla crisi dei mutui, ma dove suona molto di più che un campanello d’allarme. A partire dagli scricchiolii conseguenti l’offerta a piene mani di prodotti sempre più sofisticati (come i “derivati”, scambiati come titoli qualsiasi, ma ad altissimo rischio per risparmiatori e imprese e di difficile comprensione anche per i più esperti), non è insensato domandarsi quanto siano o no vicini fenomeni di credit crunch, cioè di riduzione del credito. I banchieri italiani hanno assicurato che non vi sarà alcuna stretta e che i finanziamenti alle imprese non subiranno ripercussioni. Ma sono diversi, d’altra parte, i fattori concomitanti di rischio: scarsa liquidità internazionale in circolazione; “sospetti” crescenti e reciproci sui prestiti che le banche si scambiano tra loro; scelta di condotta della BCE; conseguenze di “Basilea 2” (il nuovo accordo internazionale sui requisiti patrimoniali delle banche) la cui applicazione incide comunque sulla selezione del credito (magari un’azienda innovativa, ma più debole, viene sacrificata rispetto a quella meno innovativa, che però offre subito garanzie più solide) e può anche condurre, nel caso le banche “scarichino” qualche loro inefficienza sulla clientela, a razionamenti ed aumenti del costo del denaro; governance macchinose; conflitti d’interesse in un sistema reticolare (a basso tasso di contendibilità sul mercato) dove si è fatto molto stretto il rapporto tra banca e industria. Se a tutto questo aggiungiamo il peso, schiacciante, della variabile fiscale e i costi di uno Stato burocratico e pervasivo, possiamo ben immaginare i rischi cui il sistema produttivo italiano, imperniato su poche grandi imprese (storicamente più tutelate) e una miriade di imprese piccole e medie (meno tutelate) va incontro. Piccole emedie imprese: un capitalismo competitivo È di grande interesse, da questo punto di vista, scorrere i risultati della recentissima indagine Mediobanca-Unioncamere che fotografa (per il decennio 1995-2005) circa 4 mila imprese medie che rappresentano 145 miliardi di fatturato, il 14% del valore aggiunto dell’industria manifatturiera ed il 20% dell’export nazionale. Bene, nel 2005 l’aliquota media del settore era superiore di 13 punti a quella delle grandi aziende e di 22 punti a quella delle multinazionali europee. Divario che nel corso di dieci anni si è andato allargando e non restringendo: nel 1996 era, rispettivamente, pari a 10 e 18 punti; nel 2005 l’aliquota è arrivata al 47-49% (livelli, diciamolo, da fantascienza) con punte più elevate nel Nord-Ovest del Paese. Contabilizzate sempre per il 2005, imposte per un ammontare complessivo di 3,5 miliardi di euro, di cui sei decimi a titolo di Ires e quattro decimi a titolo di Irap. Oggi le medie imprese pagano un’aliquota fiscale del 46,6% rispetto al 33,1% delle grandi. Aziende più che tartassate. Ma solide e di grande successo su tutti i mercati del mondo. Meccanica, prodotti per la casa e per le persone, alimentare; area del Lombardo- Veneto e del Centro Italia; rapporto stretto col territorio; scarsa presenza in Borsa; bassa o nulla propensione alla “finanziarizzazione” spinta: la carta d’identità delle “multinazionali tascabili” made in Italy è questa. Un capitalismo cui piace poco apparire nei salotti, ma dove l’imprenditore-persona mette la sua faccia nelle sfide più competitive. Un capitalismo che ha fatto del suo essere “familiare” la sua ragione di vita presente e futura. Ha detto Renato Pagliaro, presidente del Consiglio di gestione di Mediobanca: «L’andamento delle medie imprese industriali in Italia è stato superiore a quello delle grandi imprese. Questo significa che, almeno in Italia, l’imprenditore gestisce meglio del manager ». Ciò non significa ignorare i problemi della transizione generazionale: spesso i figli o i nipoti del capitano che ha affermato l’azienda preferiscono altre strade rispetto all’impegno nell’impresa familiare. Ma questa è un’altra storia. Per ora, immaginiamo cosa potrebbe accadere se davvero la politica mantenesse le sue promesse favorendo, e non tartassando in una sorta di meritocrazia a rovescio, le imprese che in silenzio fanno il successo dell’Italia. Immaginiamo quante imprese piccolissime potrebbero diventare piccole, e le piccole medie. È questa l’arma migliore contro la crisi, una certezza tra tante incertezze. Ce l’abbiamo in casa, va solo usata bene.

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