Identità e globalizzazione L’identità autonomistica è valore antico che torna oggi prepotentemente di attualità proprio con i processi di globalizzazione. La moltiplicazione delle relazioni tra soggetti tra loro asimmetrici e incongruenti è una delle caratteristiche dell’età globale. Quando, infatti, si parla di crisi dello Stato nazionale, non ci si riferisce solo a un’istituzione, ma anche a un modello di interrelazione politicosociale basato sul paradigma centro-periferia. Nasce perciò l’esigenza, da parte delle istituzioni politiche, di comprendere come esistano origini e percorsi diversi per ogni rivendicazione, ricerca o istanza autonomistica, evitando pericolose omologazioni tra genuine istanze di efficienza e inaccettabili rivendicazioni egoistiche. È in questa chiave che si pone oggi il problema della riforma del welfare sollecitata dalle parti “forti” del Paese e comprensibilmente temuta dalle parti più deboli. Non si tratta solo di spendere meno e meglio, ovvero di ridimensionare comunque la spesa, riducendo lo standard quantitativo e qualitativo dei servizi erogati. L’obiettivo deve essere oggi, quello di bonificare i reticoli di spesa improduttiva, in primo luogo prosciugando buona parte delle fonti di finanziamento dello scambio politico e del consumo clientelare periferico tipico di vaste aree del Paese. È in discussione il ruolo dello Stato, sia quale proprietario e gestore dei più importanti servizi pubblici sia quale proprietario e gestore di attività economiche private, la cui natura poco si addice all’idea di uno Stato chiamato ad aiutare i cittadini “dalla culla alla tomba”, come ad esempio i servizi telefonici. È questo il contesto sociale entro cui nasce la rivendicazione di forme di autonomia politica sempre più ampie. Emblematica, al riguardo, la richiesta di maggiore autonomia rispetto all’Europa: il rispetto della soglia d’indebitamento ancorata al Pil restringe moltissimo i margini dell’intervento dello Stato e, in una situazione di crisi reale o “avvertita”, quale quella lamentata in Italia qualche tempo fa, genera malcontenti. Si tratta di sentimenti di insicurezza in parte alimentati dal timore dei cittadini delle regioni ricche di dover rinunciare a prestazioni storicamente garantite dallo Stato. Ma anche i cittadini delle regioni meno sviluppate non intendono rinunciare agli aiuti pubblici grazie ai quali nel corso degli anni si è cercato di colmare il gap esistente tra aree forti e aree deboli del Paese. Sicché, la rivendicazione di autonomia politica a livello locale veicola una duplice istanza sociale: solidaristica, in quanto diretta a costruire una Europa delle Regioni e della sussidiarietà; difensiva, in quanto ostile a ogni forma di redistribuzione delle risorse del territorio nazionale volta a garantire lo sviluppo delle aree arretrate. Si tratta di fenomeni che oggi segnano la vita di molti paesi europei e che rendono assai differenti, sul piano delle motivazioni politiche di fondo, le posizioni di diversi movimenti e partiti autonomistici. C’è chi rivendica i diritti dell’identità etnica attraverso una forte autonomia politica, spiegando che certe popolazioni non si riconoscono nella comunità nazionale quanto a cultura e storia nazionale. Ma c’è anche chi rivendica maggiore autonomia a favore dei movimenti regionalistici sulla base di un approccio razzista ai problemi del decentramento: la paura di perdere vantaggi economici acquisiti e opportunità di sviluppo porta sia al rifiuto ideologico dell’“altro” sia all’ostilità verso politiche solidaristiche che consentano la coesione nazionale. Fenomeni localistici e rivendicazioni autonomistiche Al fenomeno leghista si accompagnano rivendicazioni autonomistiche più recenti, in Sicilia, e, in forme talvolta ambigue, anche in Calabria e Sardegna. Si tratta di fenomeni diversi da quelli che riguardano l’autonomismo politico radicatosi nell’enclave dove operano minoranze etniche, alle quali è stato riconosciuto anche sul piano delle istituzioni politiche il diritto a una identità collettiva. D’altra parte, la stessa crisi dello Stato nazione non è un fenomeno unitario, così come non lo è stato quello dei processi di aggregazione territoriale e politica da cui è nata la geografia politica contemporanea. Ci sono Paesi, come la Francia e l’Inghilterra, che hanno conosciuto precocemente l’esigenza dell’unità nazionale e dello Stato moderno, mentre altri, come la Germania o l’Italia, solo a fatica e in anni relativamente recenti hanno acquisito un profilo geo-politico e istituzionale consolidato. Sarà bene dunque, tener presente che l’autonomia è un processo non solo amministrativo, ma anche politico in quanto riguarda scelte sul futuro di un Paese, fondate su una determinata interpretazione della storia nazionale. Se da un lato dunque, i processi autonomistici hanno mostrato i limiti e le contraddizioni di identità nazionali costruite a tavolino o imposte sui campi di battaglia, dall’altro, in tempi recenti si è assistito e si assiste ad evidenti, e non sempre trasparenti, rigurgiti autonomistici che trovano sostegno ideologico non in identità religiose o etnico culturali consolidate quanto, piuttosto, in una paradossale logica del “si salvi chi può” messa in moto dalla ridislocazione internazionale della ricchezza, dai diversi indici di produttività-competitività, dalla diversa allocazione delle risorse. C’è infatti, una superficiale assimilazione del rivendicazionismo al concetto di autonomia. Mentre infatti, il primo può prescindere da complesse elaborazioni progettuali di un ceto politico consapevole di dover costruire le proprie basi di consenso su categorie sociali e politiche assai impegnative e dagli esiti di lungo periodo (e su tali categorie costruire la propria legittimazione), la seconda, specialmente laddove manchi una piattaforma identitaria storicamente solidificata, non può prescindere dall’esistenza di un circuito virtuoso che si deve creare tra ceto politico adeguato progetto, legittimazione popolare e risorse. Questo non vuol dire che sia privo di legittimità un discorso sullo sviluppo differenziato. Il problema è che, paradossalmente, la logica dello sviluppo differenziato è meno compatibile con la filosofia del welfare di quanto non lo fosse ieri. Le diversità produttive localizzate sono una costante degli stati moderni; molti Paesi ancora si confrontano con la presenza di aree interne a sviluppo ritardato. Ma il processo di allocazione internazionale della ricchezza nei paesi a capitalismo avanzato ha permesso non soltanto la massiccia attivazione della cosiddetta mediazione socialdemocratica, ma un uso intensivo anche se non sempre razionale delle risorse a fini redistributivi, dando così origine ai tanti modelli di welfare con i quali si sono fino a oggi confrontate le democrazie occidentali. Quei modelli però, erano tutti compatibili con la pregressa dislocazione internazionale della ricchezza. La nuova dislocazione e redistribuzione di risorse e potere internazionale ha annullato ogni compatibilità ponendo, dunque, in termini assai drammatici, al centro del dibattito, il tema delle risorse a disposizione dello Stato sociale. È in questo paradosso che va cercata la radice della doppiezza delle rivendicazioni autonomistiche: contro i rischi della concorrenza globale, quando si tratta di regioni ricche; contro i tagli alle politiche redistributive, quando si tratta di regioni povere. È solo sulla base della conseguenza di questo intreccio che va affrontato il problema dell’attuale rapporto tra centro e periferia, tra politiche nazionali e politiche regionali. Il ritorno dello “Stato gestore” appare ormai improponibile, ma ciò non ci esime dal fare i conti con l’istanza di integrazione sociale da cui nasce, essenzialmente, la filosofia dello Stato gestore. Ruolo dello Stato e prestazioni sociali Lo Stato ora non può che limitarsi a fissare le regole della convivenza civile, stabilendo le prestazioni essenziali. Ma ciò non vuol dire che sia venuto meno il problema di una gestione equa delle prestazioni sociali, al fine di evitare ingiustizie e disuguaglianze. La Costituzione, all’articolo 3, attribuisce alla «Repubblica», non allo Stato, il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». E la Repubblica, oggi, è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato, secondo la modulazione dell’articolo 114 della Costituzione. A quest’ultimo riguardo, occorre anzi ribadire che la determinazione dell’essenzialità non può che ricadere nell’ambito di una responsabilità politica nazionale. È questa, del resto, la direzione verso la quale mi pare andare la recente iniziativa legislativa sul federalismo fiscale, soprattutto laddove esso mira a introdurre regole di coordinamento e di omogeneizzazione dei conti per il raggiungimento degli obiettivi firmati in sede di programmazione. Allo Stato spetta di intervenire in materia di “livelli essenziali” delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali1 laddove “essenziali” non è sinonimo di “minimi”. D’altra parte, occorre considerare che, nell’iter verso il federalismo fiscale, si tenga presente che alle maggiori competenze devono rispondere maggiori risorse. Il che significa che per mantenere gli attuali livelli di welfare, gli enti locali dovranno stabilire tasse aggiuntive. Certo, c’è il “correttivo” del fondo di solidarietà nazionale attraverso il quale lo Stato deve non solo tenere conto dei “bisogni e dei ritardi storici”, ma anche dei comportamenti virtuosi dei governanti (costi della politica compresi). Se, infatti, la responsabilità di una gestione efficace del welfare era prima tutta a carico dello Stato, con il federalismo fiscale essa tende ad essere ripartita, e la quota più significativa di tale responsabilità compete ai livelli di governo locale. In questo quadro, peraltro delimitato, ma di per sé rivoluzionario dell’eventuale riassetto costituzionale, forma e contenuti dello stesso ruotano attorno al tema dello Stato regolatore. Che esso debba essere definito su un insieme di regole che delimitano il quadro di diritti-doveri reciproci appare fin troppo ovvio. Ci si può domandare, semmai, a quali strumenti affidare il rispetto di tali regole. In questo senso non ci pare che si possa definire un “a priori”. Piuttosto, sarà necessario intendersi sul senso essenzialmente politico e progettuale dei processi autonomistici, sui contenuti da dare concretamente a principi come “libertà di mercato” e “solidarietà”, e solo secondariamente sulla forma di quegli stessi processi. Un semplice processo di decentramento che non veda i suoi protagonisti impegnati su temi assai complessi quali le relazioni internazionali o le politiche fiscali competitive si può limitare a definire gli ambiti di competenza esclusiva e le conseguenti forme di finanziamento, ma non può mai spostarsi sul terreno aspro delle politiche di sviluppo. Premesso che definire i contenuti di tali politiche è compito assai arduo, lo sviluppo è comunque il risultato di un assai vasto numero di precondizioni. In un processo di decentramento non è mai semplice dirimere le controversie relative al soggetto al quale imputare obiettivi e relativi strumenti. Lo Stato centrale, deve, certo, limitarsi a stabilire le quote finanziarie da ripartire a fini generici di sviluppo disinteressandosi, degli obiettivi e degli strumenti scelti dai singoli soggetti decentrati. Ma la finalizzazione dei flussi agli obiettivi e ai risultati conseguiti non può uscire dall’ambito di una responsabilità politica nazionale. D’altra parte, se, come è ovvio, fra gli obiettivi vi è il riequilibrio, e sulla base degli indici di squilibrio si ripartiscono le risorse, è insensato pensare che lo Stato regolatore-erogatore voglia in qualche modo monitorare e sanzionare i risultati? È insensato pensare che lo Stato voglia fare ciò per fini di giustizia sociale, proprio per premiare le regioni che spendono meglio e non per evitare il risentimento delle regioni a tasso di crescita più elevato chiamate a farsi carico della crescita delle aree più svantaggiate? In un’ottica più riduttiva di decentramento-federalismo solidale è ovvio che l’impegno dello Stato non può concludersi con la definizione di una qualche forma di sussidiarietà. Quest’ultima, infatti, è in qualche modo connessa non solo alle dinamiche sociali ed economiche del libero mercato ma, piuttosto, al tema del riequilibrio e dello sviluppo programmato. L’Italia e il contesto europeo Non va dimenticato che l’Italia è inserita all’interno del contesto europeo; un contesto che predefinisce i limiti della politica economica nazionale in termini di risorse. Così, mentre la sussidiarietà è astrattamente compatibile con i soli vincoli interni, la solidarietà può spesso travalicarli, aprendo il campo all’antagonismo con culture interpretative extra e sopra-nazionali. In definitiva, si tratta di comprendere in che misura la stessa crisi del welfare, nelle sue forme più tradizionali, possa coinvolgere le diverse dinamiche autonomistiche. Siamo, infatti, di fronte a una strana sindrome del declino, che, come già osservato, ha messo in moto spinte autonomistiche, sia da parte delle regioni economicamente più solide, sia da parte delle regioni a sviluppo ritardato. Si tratta di fare sì che tale ricerca si accompagni alla consapevolezza della diversità dei percorsi ipotizzabili per aree dalle marcate diversità in termini di risorse, potenzialità e cultura. In questo contesto, l’emergere di partiti regionali con una concezione non razzista, cioè tendente a rompere l’unità nazionale sulla base di una rivendicazione di identità etnica incompatibile con quella nazionale, può aiutare a far maturare nelle società regionali un senso di responsabilità comune di fronte alle sfide a cui il Paese è chiamato nell’età della globalizzazione. Il partito regionale è un partito che esalta la responsabilità del governo locale, se non si limita ad organizzare solo la lista delle rivendicazioni. I cittadini, attraverso di esso, possono meglio controllare il governo locale senza poter invocare l’alibi delle decisioni sbagliate che vengono dall’alto. Se essi si pagano il welfare, è giusto che contino di più nel processo di decisione locale. Si tratta di rinegoziare il patto tra poteri pubblici e cittadino contribuente, sulla base del principio ritenuto ingiustamente obsoleto, negli anni della spesa irresponsabile dei partiti onnivori: no taxation without representation. Il decentramento non può significare una frammentazione che rischia di compromettere gli stessi valori sui quali si fonda una limpida democrazia. La regionalizzazione è un processo positivo, perché attraverso un decentramento funzionale conferisce tra l’altro una migliore qualità alla vita democratica, creando nuove abitudini con riferimento alla partecipazione. Ma la regionalizzazione non deve trascendere questo compito per scadere in una etnificazione, strumentalmente enfatizzata, stimolando sentimenti di appartenenza etnici primordiali, come notava Giorgio Israel2, francamente inventati. È una mistificazione costruire dal nulla una identità aborigena che sarebbe stata violata da altri, identificati con lo Stato nazionale “occupante” e “colonizzatore”. Si tratta di un’operazione miope che spinge alla chiusura verso gli immigranti, sollecitandoli a loro volta a una etnificazione che rende sempre più vivi i legami di fedeltà con la patria lontana e che scoraggia ogni tentativo di integrazione sociale. Il partito regionale insomma non può configurarsi come una forma di fuga dalla responsabilità. Esso costituisce viceversa un percorso utile per rafforzare la democrazia spesso conculcata da un sistema politico romanocentrico, per portare la partecipazione al livello del comune modo di sentire della gente, per rendere la politica meno politicante, per ricostruire un sistema di culture politiche, di sentimenti di appartenenze a vecchie e nuove famiglie politiche, di ritrovamento di valori antichi, ma a torto ritenuti obsoleti, in grado di favorire la riconciliazione tra la politica e la gente. La battaglia tesa ad avvicinare i partiti alla gente, a riportare donne e uomini in sedi in cui la discussione politica sia libera e aperta a tutti, in cui le decisioni possono essere espressioni di ciò che la gente pensa e non dei calcoli di oligarchie sempre più ristrette ed egoiste – oltre che autoreferenziali – non può esimerci dal combattere un’altra battaglia che riguarda la cultura sociale di ogni cittadino e che attiene alla considerazione della persona umana come punto di riferimento di tutte le politiche della trasformazione sociale. La solidarietà è il vincolo che consente di portare a sintesi tutte le differenze, e a creare le condizioni di base anche a livello territoriale perché ciascuno possa partecipare ai vantaggi del progresso. Se di ciò si è convinti, bisogna allora respingere tutte quelle offerte politiche, vengano esse da partiti regionali, regionalizzati, o movimenti ancora allo stato fluido, che assumono come idea forte quella secondo cui il progresso dei lombardi debba necessariamente corrispondere con il negato progresso dei siciliani, o viceversa.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Articolo 117, c. 2, Cost.; articolo 120 c. 2, Cost. 2 G. Israel, Multiculturalismo e democrazia, Atlantide 2/2007.