Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. La ricchezza delle nazioni

di Redazione /

La ricchezza delle nazioni è fondata in primo luogo sulle persone che di queste nazioni fanno parte. Ciò è vero per ogni attività e costruzione umana, a partire da Atlantide che appunto inizia questo numero con il ricordo di una persona e del suo operare in favore di questa avventura comune. Al di là delle più o meno strumentali semplificazioni, la centralità della persona era anche alla base del lavoro di Adam Smith, da cui abbiamo preso il titolo di questo numero, come lo era il concetto di mercato. La situazione in cui scriveva Smith non era meno turbolenta di quella attuale e altrettanto impellente era il bisogno di cercare, se non delle soluzioni, quantomeno delle linee guida per poter operare in vista degli obiettivi comuni. La discussione non è quindi dissimile da allora, nel serrato confronto tra interesse personale (il self-interest di Smith) e il bene comune o, se vogliamo, la ricchezza delle nazioni. La discussione si è peraltro arricchita di nuovi termini, tra cui globalizzazione e governance, che Giulio Sapelli affronta nell’articolo di Primo Piano, dando rilievo in particolare agli aspetti finanziari, sempre più importanti nella nostra epoca e che sembrano spesso oscurare quella che usualmente si definisce economia reale. Sapelli pone in rilevo anche un fenomeno in grado di condizionare pesantemente il mondo occidentale: i fondi sovrani, cioè fondi di investimento direttamente o indirettamente di proprietà statale e gestiti dai rispettivi governi, per la maggior parte di paesi emergenti. Il problema della governance, quindi, non è più limitato al già complesso ambito delle aziende, ma assume in questa prospettiva una dimensione internazionale, geopolitica. La necessità di affrontare in modo globale i problemi è tanto più evidente se si considera l’attuale fase di estrema turbolenza finanziaria. Il punto iniziale della crisi è negli ormai famosi mutui subprime, con le pesanti conseguenze sul settore immobiliare negli Stati Uniti, come descrive, per così dire dall’interno, Anne Krueger nel suo articolo. Tuttavia, la crisi si è rapidamente estesa ad altri settori dell’economia e ad altri paesi, rievocando lo spettro di gravi crisi del passato, come illustrato nei loro interventi da Angelo Abbondio e Graziano Tarantini, che pongono l’accento su aspetti rilevanti e spesso tralasciati, come la credibilità, la fiducia e la corretta percezione del rischio. Fattori fondamentali per il superamento di ogni crisi, insieme alle piccole e medie imprese, quelle cosiddette “multinazionali tascabili” che, nonostante un carico fiscale abnorme, continuano ad essere la ricchezza portante del Paese, come mette in rilievo Guido Gentili. Come rilevato da diversi autori, occorre evitare il rischio di dimenticare che economia e finanza sono tra loro intimamente connesse e ognuna abbisogna dell’altra, e di strumenti per operare in modo non virtuale. Tra questi strumenti vi è senz’altro la Borsa che Massimo Capuano dimostra essere un mercato essenziale per l’economia moderna, e non una bisca, anche se a volte e soprattutto nei periodi di crisi, ne assume qualche connotato. Che la Borsa sia una realtà economica concreta, e non virtuale, risulta anche dall’intervento di Carlo Fratta Pasini che, nel descrivere le Banche popolari, un tipo di banca storicamente radicato nella realtà italiana e con forti connotati di sussidiarietà, ne esalta la estrema attualità sia per la loro capacità di dare risposte ottimali alle esigenze di chi vive e opera sul territorio, sia per la loro abilità nello sfruttare le opportunità di crescita offerte dal mercato borsistico. Nell’attuale situazione di obiettiva difficoltà dei mercati finanziari, rimane peraltro indispensabile l’intervento delle autorità preposte, tra cui un ruolo centrale ha la BCE, di cui il presidente Jean-Claude Trichet sottolinea il costante sforzo per il mantenimento della stabilità finanziaria in Europa, con un approccio teso a rispettare le specificità delle varie situazioni. La flessibilità degli interventi è necessaria quando si affrontano problematiche complesse in cui, come già accennato, particolarmente rilevanti sono gli aspetti“ umani”, quali emotività, propensione al rischio, avidità, per citarne alcuni. Peter Wallison, con la sua tesi un po’ provocatoria di una specie di eterogenesi dei fini nella regolamentazione dei mercati, pone l’accento soprattutto sul moral hazard , il rischio morale derivante dalla certezza dei salvataggi pubblici che stimola ad assumere rischi eccessivi. Lamberto Cardia, presidente della Consob, nel descrivere le attività di controllo della sua istituzione sui mercati borsistici, porta in luce come ciò che permette una reale attività finanziaria sia il risparmio, la cui tutela è prevista dalla stessa Costituzione. Viene così riproposta la necessità di una regolamentazione perché un mercato si possa dire veramente libero. Su questo convergono gli interventi dei responsabili dell’Antitrust americano, Thomas Barnett e Deborah Platt Majoras, e di quello UE, Neelie Kroes, che, sia pur con accenti diversi, evidenziano come lo scopo ultimo della difesa del “processo concorrenziale” sia la protezione di tutti i soggetti che operano sul mercato, imprese e consumatori. Sulle stesse linee si muove anche l’intervento di Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che sottolinea inoltre come i vincoli posti dai controllori non debbano essere inutilmente soffocanti, ma diretti a consentire la libertà di scelta dei cittadini, che non può essere sostituita dall’invadenza dello Stato. Ritorna qui il concetto di sussidiarietà e, quindi, il rapporto tra interesse personale e interesse comune, oggetto dell’articolo di Samuel Gregg e al centro di un dibattito che, come evidenzia l’autore, risale indietro nei secoli ad Aristotele e San Tommaso per giungere, attraverso Tocqueville, ai nostri giorni. In questa serie di interventi, la persona ritorna quindi protagonista come individuo, come cittadino, come imprenditore; di quest’ultima dimensione dà testimonianza François Michelin nel suo colloquio con alcuni studenti sulla sua esperienza di grande imprenditore mai dimentico del suo essere cattolico. Aldo Bonomi riprende il tema della globalizzazione per esaminarne le varie tipologie a fronte dei modelli di capitalismo possibili, come premessa ad una analisi della particolarità italiana, caratterizzata da quello che definisce “capitalismo di territorio”, fondato su una rete di piccole imprese e su un’imprenditoria diffusa, che rimette in primo piano un capitale umano estremamente dinamico e vera ricchezza della nazione. Una cultura diffusa della proprietà, del credito e del capitale è anche il tema di Phillip Blond che, nel constatare il fallimento delle tesi neoliberiste e la incapacità della sinistra di proporre valide soluzioni, indica una terza via: la valorizzazione della società civile. Un nuovo concetto di società civile è anche la proposta di Lester Salamon, uno dei più autorevoli studiosi del non profit, per superare il conflitto tra Stato e mercato e arrivare così a una società a tre settori, dove i primi due non strumentalizzino ai loro fini il terzo settore, ma lo riconoscano come un protagonista dello sviluppo per tutta la collettività. Nel suo articolo Salamon richiama anche la necessità di una collaborazione tra profit e non profit, collaborazione al centro dell’intervento di Vittorio Colao, che giunge alle stesse conclusioni dal suo punto di vista di manager di una grande azienda. È quindi paradossale, come denuncia Luca Antonini, che il non profit debba difendersi da minacce provenienti dalle autorità europee, stimolate dai pregiudizi ideologici, proprio nel momento in cui anche in Italia si afferma finalmente il concetto di impresa sociale. Nella direzione del superamento della dicotomia Stato e mercato, si pongono anche Tommaso Agasisti e Giuseppe Catalano nella loro analisi della situazione universitaria italiana, in cui utilizzano il concetto dei “quasi-mercati”, cioè di una formula che consenta una regolazione del mercato da parte dello Stato, mantenendo la libertà di scelta dei cittadini e un certo grado di competitività del mercato stesso. Il concetto di competitività viene poi ulteriormente sviluppato, nelle sue interconnessioni con sussidiarietà, autonomia, efficacia ed efficienza, da Fabrizio Foschi rispetto a un sistema scolastico, come quello italiano, che rischia di essere soffocato da omogeneizzazione e burocratizzazione. Infine, Salvo Andò riprende un possibile punto di frizione, non più tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, ma tra centro e periferia, un rischio di conflitto che la globalizzazione sembrerebbe esaltare, piuttosto che diminuire. Si ritorna così al punto di partenza, o meglio, al nocciolo della questione: solo una corretta concezione del proprio interesse personale alla luce dell’interesse comune può realmente costruire e conservare la ricchezza delle nazioni.

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