L’impulso neoliberista e il paradigma del conflitto Le attuali discipline accademiche, economia, scienze politiche, perfino sociologia, hanno ampiamente ignorato il terzo settore. Anzi, è stato necessario vincere la loro ostinata riluttanza a riconoscerne perfino l’esistenza, come può testimoniare chiunque si è impegnato nel tentativo di introdurre lo studio delle istituzioni del terzo settore nei corsi accademici. Occorre prendere atto che il vero impulso alla crescita dell’interesse verso il terzo settore, registrato agli inizi degli anni Ottanta, fu in gran parte politico o, più precisamente, ideologico. Fu la crescente attrattiva delle politiche pubbliche neo-liberiste, con l’elezione della Thatcher nel Regno Unito e di Reagan negli Stati Uniti, a stimolare la crescita dell’interesse verso il terzo settore, dopo decenni di indifferenza, e a dar vita alla moderna attività di ricerca sul terzo settore in cui siamo stati tutti coinvolti. Il progetto politico avviato dalla Thatcher, da Reagan e da quanti condivisero il loro impianto ideologico, si fondava su un concetto molto particolare di terzo settore e dell’auspicato obiettivo di una “società a tre settori”. Al centro di questo concetto, che tuttora persiste, vi è un potente “paradigma del conflitto”, una visione del settore non profit in contrapposizione e in alternativa allo Stato moderno1. Per dirla con le parole di Reagan, subito dopo la sua vittoria elettorale del 1980: «Abbiamo lasciato che lo Stato si portasse via le cose che erano nostre e di cui un tempo ci occupavamo volontariamente». Reagan propose quindi di tornare a una precedente “età dell’oro” caratterizzata da interventi limitati del governo e dal sostanziale affidamento a un terzo settore costituito da organizzazioni assistenziali autonome, largamente sostenute da iniziative filantropiche private e dal volontariato sociale. La riduzione dell’impegno da parte dello Stato poteva dunque essere giustificato in quanto prerequisito necessario per ripristinare una vera società a tre settori, in cui il terzo settore riacquistasse il suo legittimo ruolo primario e l’attività dei privati potesse riempire i vuoti che il mercato non era in grado di colmare. È interessante osservare che questa idea di un rapporto “a somma zero” tra lo Stato e il settore non profit ricevette un inatteso sostegno teorico dallo sforzo intrapreso dagli economisti per spiegare l’esistenza delle organizzazioni non profit, per le quali non vi era spazio nelle teorie economiche. La soluzione a questo evidente dilemma, formulata con eleganza dall’economista Burton Weisbrod, fu di attribuire l’esistenza del terzo settore a un limite insito nel DNA degli stati democratici, vale a dire, alla loro incapacità, dovuta al controllo della maggioranza, di soddisfare le richieste di beni collettivi avanzate da gruppi specifici di cittadini. Ciò significa, però, che l’unico fondamento logico dell’esistenza di un settore non profit è colmare i vuoti lasciati dal mercato e dallo Stato, suggerendo quindi, se non un conflitto tra lo Stato e il terzo settore, quanto meno un rapporto a somma zero. In breve, la visione neo liberista del mondo, sostenuta in parte da una teoria economica che poneva in risalto la separazione tra governo e terzo settore, ha riconosciuto solo due principali modelli organizzativi delle attività tese ad affrontare i problemi pubblici: un “modello basato sul volontariato”, caratterizzato da un’azione limitata del governo per affidarsi in modo prevalente al terzo settore e alla beneficenza, e un “modello basato sul governo” in cui l’azione del settore non profit era sostituita da uno Stato sempre più invasivo. Era chiaro, inoltre, quale dei due modelli fosse il preferito dalla concezione neoliberista. Intorno a questo nucleo di idee si è sviluppato un potente mito sociale, secondo il quale l’America un tempo aveva aderito al modello basato sul volontariato e ne conservava ancora tracce significative, sebbene notevolmente indebolite, prima durante il New Deal degli anni Trenta e successivamente nella Great Society degli anni Sessanta. Invece, l’Europa e gran parte del mondo sviluppato, avevano virato quasi completamente verso l’altro modello, sacrificando nel processo principi importanti di libertà e di iniziativa personale. Oltre il paradigma del conflitto La ricerca empirica sul terzo settore ha suggerito che esiste una “terza via” per affrontare i problemi pubblici, al di là dei due modelli a prevalenza o del terzo settore o del governo delineati nel paradigma neoliberale, così come un altro modo di pensare a come potrebbe essere una società a tre settori. In particolare, viene messa in risalto la possibilità di un “modello basato sulla partnership”, caratterizzato da un’ampia collaborazione tra governo e settore non profit e, come vedremo, anche tra le organizzazioni non profit e le imprese nell’affronto dei problemi pubblici. In una società civile di questo tipo, il ruolo delle istituzioni non profit non è limitato all’attuazione di politiche e programmi messi a punto dagli altri settori. Piuttosto, l’idea è quella di un settore non profit attivo e impegnato, che partecipa attivamente sia allo sviluppo che all’attuazione di politiche e programmi e coopera con gli altri settori in un’atmosfera di interdipendenza e rispetto reciproci. Non disponiamo ancora di un termine per questo modello nuovo ed esteso basato su una società a tre settori, ma ritengo che l’espressione “società civile” lo descriva nel migliore dei modi. In quest’ottica, la società civile è vista non come un settore, ma come una relazione tra i settori, che implica un’ampia collaborazione basata sul rispetto reciproco. Una vera “società civile” è dunque tale se non solo comprende un insieme vitale di imprese, enti governativi e istituzioni non profit, ma anche favorisce la più ampia collaborazione tra questi soggetti per affrontare i problemi della società. Sembra che oggi nel mondo siano in atto forze che spingono proprio in questa direzione, cioè verso un tipo di società a tre settori diverso da quello delineato nell’ideologia neoliberista, ma che ha realisticamente più possibilità di far presa su alcuni dei mali più gravi della nostra società. Una di queste forze è la “nuova amministrazione pubblica”, l’insieme di riforme della gestione del governo scaturite dal progetto neoliberista, ma che lo hanno portato verso nuove direzioni, cioè oltre il suo obiettivo iniziale di smantellamento dello Stato assistenziale, mettendo invece all’ordine del giorno come riformarlo e rafforzarlo attraverso l’introduzione nel funzionamento degli enti pubblici. di impulsi tipici del mercato. Gli osservatori, di sinistra come di destra, hanno fatto propri alcuni aspetti di questo nuovo assetto, seppur per motivi diversi: gli uni per dare nuova linfa a una burocrazia ormai vecchia dello Stato assistenziale e gli altri per affrettarne la sostituzione. Indipendentemente dalle motivazioni, l’esito è stato una ricerca di partner in grado di assistere lo Stato nell’affronto dei problemi pubblici e la proliferazione di nuovi strumenti di intervento capaci di unire il settore pubblico e quello privato in forme di collaborazione sempre più creative. Ciò ha portato a sperimentare nuovi modelli contrattuali, nuove forme di “mercati regolamentati” e di “competizione gestita” e a tentativi di sistematizzazione dei termini degli impegni assunti tra il settore non profit e lo Stato, quali il Compact (accordo) del New Labour nel Regno Unito o la politica dell’inserimento attuata da Francois Mitterand per affrontare i problemi della disoccupazione a lungo termine in Francia, o la Voluntary Sector Inititiative in Canada. In breve, grazie alla nuova amministrazione pubblica e al crescente riconoscimento sia da destra che da sinistra dei limiti oggettivi dello Stato nella soluzione dei problemi all’ordine del giorno in tutto il mondo, il settore non profit non è più visto come il cugino povero dello Stato o come una forma organizzativa obsoleta, complemento marginale alle attività statali con la risposta a un numero limitato di richieste particolari di beni quasi pubblici. Al contrario, ora si trova al centro del dibattito politico ed è visto come uno strumento essenziale dello sviluppo e della riforma dello Stato assistenziale. Si tratta dunque di una solida concezione di società a tre settori. La promozione della società a tre settori Nella promozione della società a tre settori ha svolto un ruolo importante anche la “persuasione del capitale sociale”, la recente scoperta del peso determinante dei legami di fiducia e delle norme di reciprocità come prerequisiti sia della crescita economica che del governo democratico e la scoperta da parte del politologo Robert Putnam che tale fiducia è strettamente legata alla presenza di associazioni di volontariato, confermando una conclusione raggiunta quasi 170 anni prima dal francese Alexis de Tocqueville nel suo studio sugli Stati Uniti. Questa relazione tra le associazioni di volontariato e la fiducia ha trovato ulteriore conferma nell’Indagine Europea sui Valori, European Value Survey (EVS) del 1999-2000, che ha riscontrato evidenze di una relazione positiva e significativa tra il numero di iscritti alle associazioni di volontariato in un Paese e il livello di fiducia interpersonale; Questa linea di pensiero neo-tocquevilliana ha creato un ulteriore fondamento logico all’attenzione per la “società civile”, sia nelle società sviluppate che in quelle in via di sviluppo, suscitando molto gradimento anche tra i politici. A contribuire alla popolarità di questo argomento tra i protagonisti della vita politica è stata, molto probabilmente, l’attribuzione della responsabilità di numerosi problemi che affliggono la società, non alle disuguaglianze in termini di potere o di opportunità economica, ma alla mancanza di legami sociali tra i più disagiati. Vi è poi un terzo impulso in favore del non profit, che potremmo definire “l’impulso della società civile”, la capacità che le organizzazioni non profit hanno dimostrato nel mobilitare energie sane di base e promuovere l’impegno civile. È questa l’immagine delle organizzazioni non profit resa famosa dai movimenti civili che hanno rovesciato i regimi comunisti in Europa centrale e le dittature corrotte e le elite radicate nelle Filippine e in tutta l’America Latina2. Un quarto impulso che ha contribuito a porre il settore non profit al centro del dibattito politico dei Paesi di tutto il mondo è stata l’influenza pervasiva della “globalizzazione”, la crescente interconnessione a livello internazionale di persone e istituzioni. Tradizionalmente la globalizzazione è stata vista come una forza che tende a indebolire il potere degli stati nazionali, rafforzando l’influenza delle aziende globali. Tuttavia, molti degli stessi sviluppi che hanno contribuito a creare l’azienda globale hanno anche aperto la strada a una società civile globale, una rete estesa di organizzazioni che operano a livello transnazionale e interagiscono con i governi nazionali, le organizzazioni internazionali e le aziende globali per dar forma all’azione pubblica e privata. Infine, all’elaborazione di partnership tra settori diversi ha contribuito il crescente movimento verso la “responsabilità sociale delle aziende”, sempre più inclini a riconoscere che non vendono solo prodotti, ma anche emozioni ed esperienze. La reputazione dell’azienda è dunque altrettanto importante del prodotto venduto e a tale reputazione contribuiscono sia la qualità dei prodotti che le sue politiche lavorative e ambientali. Le aziende, quindi, riconoscono che la loro capacità di operare a livello globale dipende in modo determinante dal loro “capitale reputazionale”, le riserve di goodwill che sono state in grado di accumulare nei propri Paesi, che influiscono in modo determinante sulla loro “licenza di operare”. Di conseguenza, le aziende si rivolgono sempre più verso le organizzazioni non profit, attraverso partnership strategiche, campagne di “cause-related marketing”, programmi di volontariato per i dipendenti e decine di altri mezzi, nella speranza che possa ricadere su di loro parte del goodwill del settore non profit. Questo vale tanto nelle aree in via di sviluppo che nelle economie sviluppate. In America Latina si è creato un vero e proprio fiume di iniziative nate dai cosiddetti “corporate citizens”, (i “cittadini del villaggio globale”, ovvero aziende che coniugano gli obiettivi di business con pratiche aziendali responsabili) e una parte rilevante di tali iniziative riguarda collaborazioni a vario livello con le organizzazioni della società civile. Le fasi successive verso una società a tre settori In breve, non si assiste più soltanto a una “rivoluzione dell’associazionismo globale”, l’imponente crescita dell’attività delle organizzazioni private di volontariato, ma siamo, piuttosto, testimoni della formazione di una vera società civile a tre settori, caratterizzata dalla diffusa integrazione delle organizzazioni del terzo settore in reti interdipendenti pervasive che impegnano aziende, governo e organizzazioni non profit in sforzi di collaborazione per definire e affrontare i problemi pubblici, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale. In queste partnership le organizzazioni non profit non si pongono come agenti dello Stato, che portano avanti in silenzio programmi definiti da altri. Piuttosto, si guadagnano un ruolo più ampio nello sviluppo e non solo nell’attuazione della politica pubblica3. Per avere la certezza di continuare a procedere verso questo modello alternativo di società civile a tre settori, ritengo siano necessarie cinque fasi principali. La prima è la fase concettuale: occorre formulare un’idea concettuale più chiara e più positiva della società a tre settori verso cui sembriamo essere diretti, che superi la concezione di apartheid dei settori, di tipi diversi di organizzazioni confinate in ruoli sociali rigidamente demarcati, con scarse opportunità per la sinergia e il dinamismo che possono scaturire dall’unione degli sforzi per affrontare problemi complessi che nessun settore può risolvere da solo. Una seconda fase critica necessaria è empirica. Molta della confusione che ha minato la capacità di comprensione del non profit nel mondo contemporaneo è il risultato di una grossolana mancanza di informazioni elementari su questo settore e sul suo ruolo. In assenza di dati fondamentali, si è permesso che le storie ispirate alle ideologie più radicali acquistassero credibilità e guidassero le scelte politiche, producendo spesso danni enormi nel processo. Fortunatamente, la adozione da parte della Commissione Statistica delle Nazioni Unite di un nuovo Handbook on Nonprofit Institutions in the System of National Accounts contiene la promessa di regolarizzare la raccolta e la diffusione di dati fondamentali sul settore non profit in tutto il mondo, in una forma che superi le grossolane limitazioni del Sistema nazionale di contabilità ufficiale, System of National Accounts (SNA). Al terzo posto si situa un importante lavoro operativo circa le procedure esistenti per l’interazione tra governo e settore non profit, che spesso lasciano a desiderare. Troppo spesso i governi non rispettano i requisiti operativi che consentono alle organizzazioni non profit di mantenere proprio le caratteristiche che fanno di loro i partner ideali dello Stato: la flessibilità e capacità di rispondere con prontezza alle forze vive della società, l’accesso al sostegno di iniziative filantropiche e l’impegno verso l’organizzazione e il conferimento di poteri alla collettività. Il rovescio della medaglia, è che spesso le organizzazioni non profit non rispettano le esigenze dei governi per quanto riguarda l’assunzione delle responsabilità e la dimostrazione dell’efficacia. Una quarta fase necessaria per far sì che una società a tre settori funzioni adeguatamente, senza sacrificare troppo le peculiarità del terzo settore, è essenzialmente di carattere finanziario. Le organizzazioni non profit devono essere in grado di mantenere almeno un minimo di supporto finanziario indipendente, se devono tener fede al proprio ruolo nella partnership tra settori diversi, e questo significa, fondamentalmente, rinforzare la base filantropica del settore non profit. Ciò richiede un continuo e sempre maggiore impegno per promuovere le iniziative filantropiche, attraverso normative fiscali favorevoli, l’educazione della collettività, la professionalizzazione della raccolta di fondi e l’introduzione di nuovi strumenti attraverso i quali le istituzioni caritative, come le fondazioni, possono essere riconcettualizzate come entità filantropiche attrezzate per sfruttare il capitale privato per un maggiore vantaggio sociale. Infine, il quinto fattore, forse il più importante per la certezza di andare verso una società a tre settori che conservi una voce forte e peculiare per il terzo settore, che è sostanzialmente di carattere etico. I valori del terzo settore, iniziativa individuale, solidarietà, altruismo, diversità e responsabilizzazione, sono importanti non solo per il terzo settore in sé, ma lo sono per la promozione del tipo di società a tre settori descritta: una “società civile” che integri tutti i tre settori in un’azione congiunta per affrontare problemi sociali urgenti in uno spirito di interdipendenza e rispetto reciproco. Per concludere, una società a tre settori sembra decisamente possibile, ma richiede che il terzo settore continui a rinnovare i propri valori centrali, portandoli dentro la collaborazione con gli altri settori, convincendo i propri partner a operare in modo che questi valori rimangano vivi. Note e indicazioni bibliografiche 1Questa concezione scaturisce direttamente dall’obiettivo principale dei movimenti conservatori che portarono al potere Ronald Reagan e Margaret Thatcher: diminuire la presenza dello Stato. Per il successo di questo progetto, era necessario spiegare come si sarebbero affrontati i problemi dell’assistenza sociale, una volta tagliata la spesa pubblica ed eliminate le tutele sociali da parte del governo. Il terzo settore e la beneficenza erano perfetti a questo scopo, in quanto rappresentavano la risposta di Reagan, della Thatcher e di quanti condividevano la loro ideologia, a chi obiettava che le politiche economiche neo-liberiste avrebbero portato a enormi disagi sociali. 2 In un certo senso, ciò rappresenta un’altra dimensione del tema del capitale sociale, ma in una versione popolare tra coloro che si collocano a sinistra. In questa formulazione, le organizzazioni non profit sono viste non come mezzi per promuovere la solidarietà, ma come un insieme di meccanismi per mobilitare le pressioni popolari per un progetto di conferimento dei poteri e cambiamento. Qui l’ispiratore non è Tocqueville, ma il marxista italiano Antonio Gramsci, che vedeva la società civile come un agente legittimante della contestazione alle strutture di potere esistenti. 3La recente adozione di un Compact tra il nuovo governo laburista e il settore del volontariato nel Regno Unito ha segnato il passaggio da una cultura del contratto a quella che Marilyn Taylor, studiosa del non profit britannico, ha definito “una cultura della partnership” in cui le organizzazioni non profit godono di un ruolo politico più ampio.
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