Quadrimestrale di cultura civile

Il Meeting è parte del Sistema-Paese

di Franco Frattini / Ministro degli Affari Esteri

Permettetemi di dire che ho il piacere di partecipare al Meeting come Ministro degli Esteri non solo perché siamo giunti alla trentesima edizione, ma anche perché ritengo che il Meeting sia una parte importante del Sistema-Paese. Tra l’altro, il tema che è stato scelto quest’anno ci parla della conoscenza come avvenimento e il taglio proposto, che rimette al centro del dibattito la dinamica attraverso cui l’uomo conosce il reale, è particolarmente interessante anche per alcuni riflessi di applicazione nella politica estera. Nelle relazioni internazionali, che sono spesso complesse, la conoscenza è un tassello fondamentale, rappresenta un obiettivo, ma anche un metodo. Un obiettivo, perché conoscere a fondo tutte le problematiche ed essere tempestivamente informati è una delle precondizioni se non la precondizione per qualsiasi scelta di politica estera, tanto più in un mondo interdipendente quale è quello di oggi e tanto più di fronte all’invasione di notizie o pseudo-notizie. È chiaro che il punto fondamentale è quello di saper conoscere in modo selettivo, di saper distinguere tra cosa è verosimile, tra cosa è utile, tra cosa è qualitativamente rilevante. E allora ecco che la conoscenza è anche un metodo per la politica internazionale. Il metodo è quello del dialogo, è quello del confronto. La politica estera italiana è ispirata a questo metodo, un metodo che la caratterizza e che cerchiamo di interpretare al meglio attraverso il nostro impegno per la pace, la sicurezza internazionale, la difesa e la promozione dei diritti delle persone, per il rafforzamento di un vero multilateralismo che sia al tempo stesso efficiente ed efficace. Abbiamo potuto assistere a due tasselli fondamentali nell’applicazione di questo metodo del dialogo, in uno degli scenari più complessi del mondo di oggi. Mi riferisco al Medio-oriente e, come primo momento di questo nuovo inizio, alla visita del Santo Padre in Terra Santa. Il secondo momento è stato il discorso del Presidente Obama al Cairo. Credo che il metodo del dialogo significhi anzitutto conoscere tutti, con una limitazione, quella della non negoziabilità di alcuni principi, di alcuni valori assoluti, come il rifiuto di ogni estremismo e di ogni violenza. E, se è vero, come il tema del Meeting ci suggerisce, che alla base di ogni percorso di conoscenza, scientifica o personale, vi è sempre l’imbattersi in qualcosa di nuovo, questo vale ancor di più in politica estera. Se è importante anzitutto prevenire e prevedere alcuni eventi e alcune dinamiche internazionali, è anche vero che spesso sono i fatti imprevedibili che determinano l’azione o l’immediata reazione della comunità internazionale. Molte volte dobbiamo reagire a degli avvenimenti e alle loro conseguenze. Pensate al tragico risveglio dell’11 settembre, quando la storia del mondo è cambiata con il terrorismo; pensate ai lati oscuri di questa globalizzazione che ci sta richiamando ogni giorno a un impatto talvolta destabilizzante; pensate a fatti più limitati, se posso permettermi di dirlo, ma non meno gravi, come l’emergere di minacce che erano imprevedibili. Chi avrebbe detto che la pirateria dal Golfo di Aden si sarebbe estesa con le dimensioni qualitative e quantitative che stiamo scoprendo fino alle coste del Kenya o magari fino al mare delle Seychelle? A questi eventi imprevedibili la comunità internazionale è chiamata con una conoscenza qualitativa a rispondere. Prenderei tre temi nell’attualità della politica internazionale che possono riguardare l’avvenimento della conoscenza: il processo di pace in Medio-oriente, il grande tema dello sviluppo politico ed economico dell’Africa e la stabilizzazione di Afganistan e Pakistan. Proverò a dimostrare come la conoscenza e i comportamenti che seguono la conoscenza sono così importanti. C’è una prima sensazione, se parliamo di processo di pace in Medio-oriente, la sensazione è che in fondo conosciamo ormai tutto, o quasi tutto. Sappiamo anche quale dovrebbe essere l’esito di questo percorso, e cioè la costituzione di due stati indipendenti che vivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza, ma vi è una cosa che non sappiamo ancora, e forse quella più importante: come arrivarci dopo tanti anni di tragedie, di sofferenze, di scontri? Evidentemente dobbiamo avere pazienza, ma il tempo è contro di noi, non possiamo pensare che sia infinito. Oggi abbiamo un nuovo governo israeliano, una nuova politica americana, grandi tensioni interpalestinesi, una divisione all’interno del mondo arabo e certamente il fattore iraniano che non può essere dimenticato. Evidentemente abbiamo il dovere, quest’anno come presidenza del G8, di contribuire a far sì che il processo di pace non sia sempre e soltanto un processo. Parlare di processo vuol dire rischiare di dare l’impressione di un cammino che non arriva mai al risultato. A noi interessa il risultato, partiamo allora da due elementi: il primo è che registriamo una sintonia totale fra Europa e Stati Uniti sull’analisi della situazione in Medio-oriente, ma anche sulle prospettive e sul risultato da raggiungere. Il secondo elemento, è la non negoziabilità dell’esistenza e della sicurezza di Israele. Questi due elementi possono certamente aiutare a porre alcuni punti chiave per riattivare la strada verso la pace. Sottolineerei tre esigenze: una è quella di riconoscere la via negoziale che si è consolidata. Non possiamo ricominciare da zero, perché se così fosse significherebbe dire che questo è un processo che può continuare indefinitamente nel tempo. Occorre dare atto di quel che si è fatto finora, andando avanti con una riconciliazione palestinese che purtroppo è ancora difficile da raggiungere quando si intensificano gli arresti, gli scontri, le uccisioni. Dal lato israeliano occorre avere, da migliori amici dello stato di Israele in Europa, quali siamo, una parola chiara sul blocco all’espansione degli insediamenti illegali. Le parole del Presidente Obama sono state chiare e noi le condividiamo. Su questi due aspetti auspichiamo con forza che la revisione della politica del governo israeliano possa dare un segnale incoraggiante. Non possiamo dimenticare la questione iraniana e bisogna affrontarla per venire incontro alle preoccupazioni di Israele e dei paesi arabi moderati, con i quali abbiamo continue occasioni di incontro. Vi è certamente un collegamento tra la questione iraniana e il processo di pace, ma credo che tutti quanti condividano l’idea che una bomba atomica iraniana non è ipotizzabile nell’interesse del mondo arabo, ovviamente dello stato di Israele, ma direi altrettanto dell’Europa e degli Stati Uniti d’America. Su questo tema abbiamo lavorato molto a una nuova politica di trasparenza, di collaborazione con l’agenzia delle Nazioni Unite per l’energia nucleare. Crediamo che con la mano tesa del Presidente Obama si debba continuare a spingere l’Iran per un ruolo positivo e costruttivo regionale. È una sfida molto difficile, ci siamo dati dei tempi, degli obiettivi, credo però che la politica della mano tesa non sia sbagliata, anzi sia l’unica opzione possibile oggi, perché l’opzione contraria, l’uso della forza, sarebbe la catastrofe per l’intero mondo. Il terzo aspetto, se parliamo di Medio-oriente, è un approccio regionale che non può limitarsi a palestinesi e israeliani, ma deve includere una prospettiva di stabilizzazione che comprenda la Siria e il Libano, uscito da elezioni certamente soddisfacenti per la stabilizzazione dell’area. L’altro grande tema che riguarda la conoscenza e di cui si deve parlare è l’Africa. La Somalia è stata dimenticata da tanti anni, ce ne stiamo accorgendo paradossalmente perché i pirati che ci minacciano vengono dal Puntland, una regione della Somalia. È chiaro che questo significa che la conoscenza è certamente il fattore chiave per affrontare il tema dell’Africa. Ho conosciuto classi dirigenti giovani, preparate, efficienti, visitando paesi africani dell’Africa occidentale, dell’Africa settentrionale, paesi del Magreb che affacciano sul Mediterraneo o paesi dell’Africa Sud-Sahariana. Queste sono realtà che conosciamo poco e che dobbiamo conoscere di più. Oggi l’Africa ha dato uno spessore alla sua dimensione politica, è un’opportunità per noi, non più il problema di cui si parlava con grande preoccupazione. L’Africa ha una dimensione politica e le dobbiamo riconoscere un ruolo politico, a cominciare dalle grandi istituzioni sovrannazionali, come le Nazioni Unite dove è sottorappresentata, il Consiglio di Sicurezza o altri organismi. Un partenariato vero tra Unione Europea e Africa è fondamentale, ed è necessario per contribuire a una conoscenza profonda delle opportunità di cui sempre ci occupiamo, a partire dalle grandi migrazioni di massa, la desertificazione e i cambiamenti climatici. Dobbiamo prendere le opportunità da quei fenomeni, non considerarli come un pericolo o un motivo per innescare le paure. E l’ultimo grande tema, che evidentemente richiede un grande sforzo della comunità internazionale, è la stabilizzazione del Pakistan e dell’Afghanistan. Anche in questo caso la conoscenza profonda è indispensabile perché la dimensione di quella regione è complessa e pochi sono davvero coloro che possono dare un contributo profondo di conoscenza. La nostra presenza di donne e uomini che contribuiscono alla pace, che difendono la sicurezza, dovrà allargarsi al Pakistan. Un Pakistan che per la comunità internazionale è motivo di preoccupazioni forse superiori a quelle che l’Afghanistan può suscitare; per la presenza di un arsenale nucleare; per la diffusione in province sempre più aggressive dell’interpretazione della legge islamica in maniera più estrema; per la necessità delle autorità pakistane di un aiuto che l’Europa e il resto della comunità internazionale sono stati scarsamente coordinati e talvolta addirittura riluttanti nell’offrire. Dobbiamo fare autocritica come Europa ed è il momento che vi sia un vertice strutturato tra Europa e Pakistan. Ho voluto fare questi tre esempi per dire che quando al Meeting affronteremo ancora una volta i grandi temi di politica internazionale, ci confronteremo con aree apparentemente lontane, ma che sono profondamente vicine a noi. A seconda di come trattiamo queste tematiche si capisce se crediamo o non crediamo ad alcuni valori fondanti che da ormai trent’anni il Meeting ci propone.