È importante sottolineare la fondamentale peculiarità che caratterizza il Meeting per l’amicizia fra i popoli. Al mondo vi sono numerosi eventi capaci di catalizzare l’attenzione in virtù delle loro dimensioni o della loro spettacolarità, ma è l’essenza stessa del Meeting, evento insieme di massa e sotto molti aspetti sensazionale, a connotarlo in modo esclusivo. Sostenere che l’essenza del Meeting sia Cristo è un modo affrettato di definire le cose, che può produrre una serie di equivoci deleteri. Il Meeting di Rimini affonda le radici nella proposta cristiana, per quanto un’affermazione del genere nuda e cruda rischi, per tutta una serie di ragioni di carattere culturale, di ingenerare un sentimento di diffidenza invece che di apertura. Il Meeting si caratterizza per il rapporto con la nostra cultura, per il modo in cui presenta i suoi contenuti e va al fondo dell’esperienza dell’uomo, mettendo in discussione il modo con cui la nostra cultura affronta questo tema, e per come pone la questione della fede in relazione con tutta la realtà. Immaginatevi all’interno di un vecchio edificio abbandonato, magari le rovine di una chiesa. Vi state guardando intorno quando a un tratto udite un rumore sopra di voi. Guardate in alto e vedete un uccellino volare tra le travi. È entrato per sbaglio, magari da una finestra rotta e ora non riesce a uscire. Rimanete a fissarlo per qualche momento. Ogni tanto l’uccellino svolazza qua e là senza una meta precisa, scendendo in picchiata nel cuore dell’edificio. Ogni tanto sosta immobile in un punto, guardandosi intorno incuriosito. Ogni tanto tenta di raggiungere l’esterno, lanciandosi verso la luce che vede trapelare dai buchi nel tetto. Poi torna a volare. Alla fine riesce a uscire, magari da una porta aperta e se ne va. Poco dopo uscite anche voi. Nella nostra cultura, la vita umana è esattamente questo. Ci guardiamo l’un l’altro andare e venire, ma il senso di tutto ciò ci sfugge. Nella vita del prossimo, e persino nella nostra, non scorgiamo un disegno, ma solo un’alternanza di voli radenti e la folle ricerca di una via d’uscita per svanire infine senza scopo né senso, così come siamo venuti. Tutto ciò non corrisponde alla verità di noi stessi, ma questo è quel che la nostra cultura ha deciso e ci bisbiglia incessantemente all’orecchio. È un problema di conoscenza. Immersi come siamo nell’era dell’informazione, parlare di conoscenza come di un “problema” può sembrare strano. Siamo costantemente bombardati di notizie. Possiamo usufruire di notizie ventiquattr’ore su ventiquattro e grazie a Internet venire aggiornati sui fatti in tempo reale. Mai come oggi, nel corso della storia, il genere umano ha potuto avere a disposizione una tale mole di conoscenza. Ma è vera conoscenza questa o qualcos’altro? La vera conoscenza non si esaurisce nel mero fatto, ma si realizza nel fatto accompagnato dal significato. Appare all’interno di un contesto in cui riempie un vuoto in attesa di essere colmato, è il “lampo” di riconoscimento che fende le tenebre dell’uomo impegnato nell’incessante tentativo di comprendere se stesso. Nell’era dell’informazione in cui viviamo, tutto questo è quasi totalmente assente. Apprendiamo le cose senza mai conoscerle. Qualcosa viene sì assorbito, compreso e archiviato, ma il significato è lasciato in sospeso, quasi ci trovassimo in attesa che vengano definiti i fatti essenziali per sapere come usufruire di queste nuove informazioni. Sappiamo molte cose, ma non ne conosciamo il significato. Il vero senso della conoscenza In un passato non troppo lontano, deve essere accaduto qualcosa di strano al nostro senso della conoscenza. Probabilmente non si è verificato in un unico momento. Forse ha avuto inizio con l’Illuminismo, forse quando, per la prima volta, la cultura umana ha cominciato a spronare se stessa con foga eccessiva, con un ritmo tale da superare quello dell’evoluzione della specie. Forse è iniziato con l’invenzione della televisione o della società dei mezzi di comunicazione di massa. È come se il nostro senso della conoscenza si fosse rovesciato: dopo aver perseguito una comprensione del mondo muovendo da un punto di partenza di assoluta ignoranza, giunti a una comprensione parziale e modesta del modo in cui funzionava la realtà, abbiamo dedotto da quanto appreso che presto la comprensione totale sarebbe stata nelle nostre mani. Basandoci su una modesta conoscenza abbiamo posto un’ipoteca su ogni possibile conoscenza e abbiamo deciso che, in un certo senso, ormai “sapevamo” già tutto. Come se, attraverso la conoscenza, avessimo scorto la possibilità di un dominio assoluto sulla realtà. A dire il vero, non è che “sapessimo” tutto, o immaginassimo di saperlo, ma abbiamo agito come se così fosse e ci siamo convinti di quest’illusione, invece di credere alla verità che sentivamo nelle ossa. La conoscenza è divenuta proprietà dell’uomo Il Mistero ha cessato di essere tale ed è stato ridefinito come ciò che è sconosciuto e quindi, almeno potenzialmente, suscettibile di controllo da parte dell’uomo. La consapevolezza dell’uomo circa il proprio ruolo nella realtà è mutata: sebbene la sua conoscenza della realtà fosse cresciuta solo marginalmente, nella sua mente egli si era già posto al centro della propria esistenza, tentando di estendere il proprio dominio su ogni cosa. Avendo eliminato dal suo pensiero l’idea di un Creatore, ha cominciato a cercare un significato non in una cronologia coerente e ordinata incentrata sulla sua esistenza, ma in modo casuale, in una realtà apparentemente senza scopo. La sua ricerca non è stata determinata quindi da una tensione verso una comprensione più ampia del proprio posto nella realtà – una questione già decisa – ma da una curiosità ristretta e di natura fondamentalmente astratta. L’uomo, mietendo continui successi nel campo delle scoperte, ha tralasciato la comprensione del significato della propria esistenza. Dal momento in cui l’acquisizione della conoscenza ha cessato di consistere nella comprensione del suo rapporto con il Mistero, per lasciare spazio alla costruzione di un senso della virtuale onnipotenza del genere umano, la sensazione di baldanza, un tempo conferita dalla conoscenza, è andata via via svanendo. C’erano tutte queste informazioni, ma non si adattavano per forza ad alcun disegno intelligibile. Esse erano provvisorie, temporanee. I campi della conoscenza erano diventati frammentati e distaccati da qualsiasi disegno globale che potesse essere definito o rappresentato. L’uomo era in attesa di infrangere i codici dell’universo e di irrompervi da un momento all’altro, ma l’idea segretamente lo riempiva di disperazione. Sotteso a tale pratica vi era l’indebolimento del senso dell’uomo riguardo al significato della sua esistenza, e da qui l’affievolirsi della sua motivazione, della sua voglia di vivere. È come se l’uomo moderno avesse perduto un elemento vitale del suo essere, come se una parte essenziale del suo meccanismo fosse caduta e non se ne fosse sentita la mancanza. Nonostante le conseguenze fossero innegabili, l’origine del problema non era evidente. Senza questa “parte” misteriosa niente aveva senso, e più informazioni raccoglieva, meno il tutto aveva un senso. L’uomo era divenuto un essere passivo e annoiato, come se l’assenza stessa di significato gravasse sulle sue spalle. Avendo fatto crollare i cieli per erigere un soffitto da lui stesso creato, l’uomo camminava incurvato, schiacciato dal senso di inutilità da lui stesso immaginato. I suoi figli sono cresciuti come fiori in un camino, apparentemente gioiosi e felici, ma in qualche modo sottonutriti, scorgendo qualcosa sopra di loro che ne attirava l’attenzione, ma pessimisti circa la sua capacità di rispondere ai loro bisogni. Alla fine quel qualcosa volò via, e presto se ne sarebbero andati anche loro. La nuova comprensione della vita e della cultura Il genio di don Giussani non risiede tanto nella sua sorprendente ripresentazione della proposta cristiana, quanto nella comprensione di ciò che stava accadendo all’essenza della cultura della società moderna. Già molti anni or sono don Giussani seppe scorgere i primi segni di quanto sarebbe successo. Osservò quanto stava avvenendo via via che i suoi contorni si svelavano con sempre maggiore chiarezza. Notò come la curiosità umana sembrasse aver perso l’intrinseca capacità di affermarsi positivamente, la sua comprensione nei confronti della vita. La curiosità dell’uomo si era staccata dal desiderio fondamentale che lo muoveva, al punto che questi non era più sospinto a relazionarsi con ciò che andava al di là di se stesso. Giussani riconobbe come tale condizione fosse fatale per l’uomo e, dopo averla osservata, ne elaborò l’antidoto sia attraverso la ripresentazione della proposta cristiana, sia dando all’uomo moderno un nuovo modo di spiegare se stesso senza sradicarsi dalla cultura. Elidendo le trappole del linguaggio, egli diede vita a una nuova descrizione della condizione umana e dell’alienazione rispetto alla sua vera natura. Questo è ciò che troviamo al Meeting: il prodotto della cultura moderna, ma privo della falsa curiosità che affligge l’uomo contemporaneo. Arte, scienza, letteratura, politica, tutto questo, ma anche qualcos’altro. Cristo, certo, ma in un modo particolare, che riaccenda nuovamente il sistema di relazioni con cui l’uomo si rapporta alla totalità del reale. Partecipare al Meeting è come visitare un luogo situato in un tempo parallelo, una versione della nostra cultura evolutasi in modo diverso rispetto a quella tradizionale. Al Meeting incontro le cose in modo diverso. Invece di manifestarsi in una mia versione autonomamente pre-elaborata e accettata, il “lampo” della conoscenza mi si mostra come dovrebbe essere, come, appunto, conoscenza pura e semplice. Vedo, ascolto e leggo con il cuore. Molte delle persone conosciute al Meeting, da coloro che vi hanno partecipato più volte a chi lavora nell’organizzazione, non sono come quelle che incontro in altri raduni. È difficile definirli o stabilire cosa li distingua. È più semplice carpire l’essenza della loro natura paragonandoli ad altri individui o ad altri eventi dove se ne sente la mancanza, dove regna maggiore tensione, impazienza e minor coinvolgimento. Non si respira aria di zelo evangelico, quanto piuttosto un’intensa semplicità volta alla ricerca della felicità del prossimo e nulla più. È evidente che queste persone non mi considerano un uccellino intrappolato in un vecchio edificio, ma mi guardano come se già stessi danzando o volando con estrema sicurezza tra le ampie navate della realtà, anche se personalmente ho l’impressione di non muovermi di un passo. Si ha la sensazione che le persone conosciute al Meeting siano integrate nella realtà in modo diverso, che la loro colazione e il loro pranzo saranno un tutt’uno con ciò che incontreremo qui e ora, alla Mostra sulla via Lattea o alla lettura dei Cori da La Rocca. Ci si rende conto di come siano persone pienamente umane, protese tra cielo e terra, fluttuanti in un tempo dai confini indefiniti. Ogni nuova porzione di conoscenza non giunge loro come qualcosa di effimero, ma come una rivelazione, un evento in rapporto al potenziale significato della loro esistenza nella sua totalità. Ogni piccola cosa accresce la loro coscienza di chi sono e del motivo per cui sono al mondo. Sono colme di uno stupore contagioso. Una cosa del genere non si trova in nessun altro luogo.
Il Meeting è un avvenimento
di John Waters / Scrittore ed editorialista dell’Irish Times
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