Quadrimestrale di cultura civile

Economia della conoscenza per difendere il lavoro

di Raffaele Bonanni / Segretario generale della CISL

La CISL - come ho sostenuto nella relazione al XVI° Congresso Confederale del 20- 23 maggio 2009 - ritiene con convinzione che, di fronte alla presente situazione generata dalla crisi economica e sociale, si debba scegliere di «sostenere, con investimenti pubblici e privati in ricerca, innovazione, istruzione e formazione, un riposizionamento produttivo nei mercati internazionali su nuovi prodotti». L’economia della conoscenza risulta, infatti, inseparabile dalla costruzione di una democrazia sostanziale ed efficace, dalla realizzazione auspicata di una vera democrazia economica (nella quale la conoscenza ricostruisca la relazione tra l’uomo e il lavoro). Il problema, infatti, è costituito dai nodi che la grande trasformazione, indotta dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, ha presentato ai nostri destini e ai nostri sforzi per ottenere un mondo più giusto e solidale. La democrazia formale – che già aveva mostrato nel secolo scorso incrinature e incompiutezze – mostra, ora più che mai, le sue carenze. Partecipazione e responsabilità dei lavoratori Per la difesa del lavoro, della sua centralità, della necessità che la dignità umana resti al centro dell’economia e delle relazioni sociali, ritengo che solo una democrazia economica compiuta, fondata sulla partecipazione dei lavoratori al processo economico, possa ridare senso alla convivenza organizzata. La democrazia economica rende trasparente la relazione tra accumulazione e redistribuzione, tra profitti, investimenti, condizioni di lavoro, retribuzione. Un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro, tra tutele, diritti e opportunità dipenderà dall’affermarsi della partecipazione dei lavoratori ai destini dell’impresa e dei lavoratori cittadini ai destini della società in cui vivono, del sentirsi parte responsabile del proprio destino e di quello delle comunità di appartenenza. È il fondamento di una nuova coesione sociale. Proprio per questo – se guardiamo a quanto profondamente siano cambiate l’organizzazione e le categorie del lavoro e delle professioni, perfino la percezione etica del loro significato per le nuove generazioni, la collocazione sociale che dall’occupazione risulta – ci rendiamo conto non solo di quanto la conoscenza abbia mutato la morfologia del lavoro, ma addirittura che l’accesso alla conoscenza e il trasferimento nell’organizzazione produttiva (tanto di beni quanto di servizi) si riveli sempre più la condizione stessa per il conseguimento di una vera democrazia economica, e quindi di una vera e sostanziale democrazia senza aggettivi. Il ruolo dell’istruzione per i cittadini Per questo decisivo è il ruolo dell’istruzione: essa deve assicurare a tutti i cittadini una base culturale, scientifica e tecnologica la più alta possibile, non solo per la sempre maggiore complessità della vita sociale e della partecipazione democratica, ma anche per le trasformazioni del lavoro. Essa deve essere in grado di assicurare l’autonomia personale per sostenere la formazione ricorrente e continua rispetto alla dinamicità professionale del mercato del lavoro, e anche di condizionare, con la qualità che caratterizza i lavoratori formati, gli orientamenti di politica economica e industriale. La conoscenza è il capitale che restituisce dignità e centralità al lavoro, decisivo per la realizzazione umana di ciascuna persona. La dignità del lavoro significa farne una esperienza di relazioni, di responsabilità, di realizzazioni e arricchimenti professionali, di integrazione e mobilità sociali, di soddisfazione economica con la partecipazione alla produzione e alla distribuzione della ricchezza. La persona è la misura della dignità del lavoro e il lavoro, in quanto compiuto da una persona, è una priorità rispetto al capitale, che, per quanto complementare, è solo uno strumento. Negli ultimi decenni, il valore del lavoro è stato messo a dura prova per una area sempre più vasta di lavoratori resi marginali e insicuri dalle sfide dell’innovazione tecnologica, ma soprattutto dall’esclusione dalla conoscenza riservata a ristrette cerchie economicamente dominanti. Ancora più stravolgente è la competitività produttiva, aggressiva, ispirata a una logica darwiniana, fatta di flessibilità che degenerano in precarietà quando manca la tutela attiva soprattutto di una adeguata dotazione formativa e conoscitiva. Un nuovo modello per l’economia finanziaria e speculativa Infine la finanziarizzazione dell’economia ha sostituito il valore del lavoro con l’assoluto primato della rendita (“creare valore per l’azionista” nel più breve tempo possibile), con conseguenze devastanti sull’economia reale e sulle condizioni innanzitutto dei lavoratori, del loro lavoro e della loro vita. Il nuovo modello economico necessario dopo la crisi dell’economia finanziaria e speculativa, potrà avere solide fondamenta solo se costruito sulla economia e sul lavoro “reali”. Nella realtà, contraddittoria e complessa, con cui dobbiamo misurarci, le innovazioni, la terziarizzazione, la sfida sulla qualità, le conseguenti caratteristiche del nuovo lavoro (autonomia, capacità relazionali, conoscenza, formazione continua), le flessibilità come opportunità rendono le risorse personali del lavoratore sempre più determinanti e pregiate nella nuova competitività produttiva; questo è il capitale della democrazia economica. E questo va riconosciuto in termini di diritti, di nuove tutele e di retribuzione, soprattutto di relazioni sindacali fortemente partecipative, dalla concertazione, alla contrattazione, alla bilateralità, alla partecipazione agli utili, all’azionariato, alla governance aziendale, che presuppongono il superamento dello squilibrio conoscitivo tra dirigenza dell’impresa e lavoratori. Il problema dunque di ripensare ai termini di una rinnovata difesa del lavoro con riferimento all’economia della conoscenza, è compito ineludibile ed essenziale di un sindacato che sappia farsi protagonista della fase nuova, senza nostalgie ideologistiche e arroccamenti corporativi rispetto alle vecchie tutele progressivamente erose ed eluse dai profondi cambiamenti del sistema produttivo. Siamo in grado di cogliere le opportunità che ci crea la possibilità nuova di riconciliare l’uomo col suo lavoro grazie alla conoscenza, di sconfiggere nel nuovo quadro sociale l’alienazione del lavoratore dal suo lavoro, o meglio, con l’espressione che Giulio Pastore preferiva, siamo capaci di superare l’estraniazione cui è condannato il lavoratore rispetto al suo lavoro, all’ambiente in cui lavora, alla società che lo esclude e lo marginalizza? Questo è lo straordinario orizzonte cui guarda la democrazia economica come vogliamo intenderla noi. Questo è il compito che attende il sindacato al cospetto della nuova economia e della nuova società. Si apre la possibilità di un “nuovo umanesimo” del lavoro - l’obiettivo della strategia riformatrice del XVI° Congresso della CISL – fondato sull’etica della responsabilità e dell’impegno di ogni persona nel proprio lavoro, sull’esercizio attivo e diretto dei diritti contrattuali e delle tutele sociali, sulla cultura della partecipazione dei lavoratori nell’impresa in cui operano.