È evidente che stiamo vivendo uno di quei momenti di cambiamento epocale nella storia politica britannica. Così come l’“Inverno dello scontento” del 1978/1979 segnò una svolta paradigmatica, un completo e totale rivolgimento dell’ordine preesistente e l’avvento di qualcosa di nuovo, una sorta di cambiamento rivoluzionario, allo stesso modo la crisi finanziaria senza precedenti del 2008/2009 sta sortendo lo stesso effetto. Crisi finanziaria e cambiamenti epocali in UK Il 1979 mise fine allo Stato sociale; il 2009 vedrà la fine dello Stato-mercato (market state) e le prossime elezioni di un governo conservatore, introdurranno alla nascita dello Stato-civico. Sappiamo cosa c’era di giusto e cosa di sbagliato nello Stato sociale. È giusto fornire alle persone un “pavimento” che impedisca loro di cadere; è giusto disporre di una rete di sicurezza che catturi e sostenga coloro che, per questioni di salute, di denaro o di fluttuazione del mercato, non sono temporaneamente in grado di mantenersi. Infine, è giusto assicurare il benessere generale di tutti mediante la gestione universale del bene comune e la necessità di prendervi pienamente parte. Tuttavia, sappiamo anche come l’assistenza pubblica sia in realtà molto più efficace come “tetto”, che adeguata come “pavimento”: essa intrappola tanti individui quanti ne aiuta, e condanna perciò un’intera classe a una condizione di indigenza e dipendenza permanenti. Inoltre, l’assistenza pubblica toglie forza ai suoi beneficiari: la filosofia del diritto all’assistenza sociale distrugge la coscienza della reciprocità, frammenta la cultura della classe operaia e disattiva definitivamente la spinta associativa, che da sola è in grado di creare comunità e favorire lo sviluppo del benessere e dell’indipendenza. Infine, è l’assistenzialismo il patto faustiano che la sinistra ha stretto con il capitalismo monopolistico; esso assicura una sorta di costante supremazia del ceto medio sulla classe operaia, dando vita a una struttura antagonistica di stampo feudale, in cui qualsiasi effettiva estensione del potere e della proprietà alle classi meno abbienti è osteggiata dai ceti medi liberali, preoccupati soprattutto per il proprio status sociale e per il loro esclusivo diritto, ritenuto ereditario, alla mobilità sociale (basti guardare il sistema scolastico britannico). Vantaggi e svantaggi dello Stato-mercato In modo analogo, sappiamo cosa c’è di giusto e cosa di sbagliato nello Stato-mercato. È chiaro che, rispetto allo Stato, il mercato è un meccanismo più valido ed efficiente nella distribuzione di numerose risorse. Vi è l’evidente beneficio della libertà, e se questa non costituisse una realtà economica, si vivrebbe costantemente sottomessi allo Stato o a un cartello privato. Sappiamo nondimeno cosa vi sia di sbagliato nello Stato-mercato: troppo spesso esso sostituisce un monopolio pubblico con un cartello privato. Nel nome di uno smantellamento dello Stato, non sono stati fatti sforzi sufficienti per smantellare il mercato. Sotto l’amministrazione dello Stato-mercato, il monopolio privato ha sostituito quello pubblico e l’ingresso nel mercato è stato efficacemente e progressivamente negato ai nuovi arrivati. La maggior parte dei britannici, ai quali è stato negato l’ingresso nel mercato, ha perso perciò qualsiasi accesso al capitale di investimento. Di conseguenza, la capacità di trasformare la propria vita o la propria condizione è progressivamente diminuita man mano che la ricchezza fluiva verso l’alto piuttosto che verso il basso, e una nuova classe oligarchica, ricca di beni e capace di iniziativa, ha ritenuto che il libero mercato fosse sinonimo della sua completa supremazia. Il fondamentalismo del mercato ha abbandonato i principi fondamentali dei mercati. Il cauto cancelliere aveva promesso che non ci sarebbero più stati cicli di “crescita e crollo”; lo Stato aveva autorizzato il capitalismo monopolistico basandosi allegramente sugli introiti fiscali provenienti dallo sfrenato gioco d’azzardo globale. Lo Stato-sociale e lo Stato-mercato sono ora due fallimenti ormai assodati che si sostengono reciprocamente. Il vero merito dell’attuale rinascita del Partito conservatore è in qualche modo sfuggito all’attenzione. Coloro che fanno parte della sinistra attualmente in bancarotta sostengono che il nuovo conservatorismo non sia altro che una copertura per un secondo modello di thatcherismo; mentre coloro che fanno parte delle destra in bancarotta concordano segretamente e sembrano non voler nient’altro che il ritorno al capitalismo monopolistico e al dominio di individui del loro stampo. Il conservatorismo moderno rifiuta entrambi i suddetti modelli economici poiché cerca di sostituire lo Stato sociale e lo Stato mercato con lo Stato civico. Lo Stato civico intende fondere i vantaggi del meccanismo dello Stato sociale e dello Stato mercato senza favorire alcuno dei due ma superando entrambi. Il programma politico di Cameron è molto più radicale, di vasta portata e rivoluzionario di quanto supponga la maggior parte delle persone. Esso offre una via d’uscita dalla politica del passato, basata sul concetto di classe, rivelatasi fallimentare; inoltre esso sarebbe in grado di offrire, mediante un ampliamento del concetto di proprietà, un modo per evitare i conflitti fra capitale e lavoro. Potrebbe combattere con pari vigore i monopoli pubblici di Stato e i cartelli privati del mercato, al fine di abbattere le barriere che impediscono la partecipazione al mercato e la capitalizzazione individuale, e potrebbe infine annullare le disastrose conseguenze derivanti dal multiculturalismo sancito dallo Stato, dalla fiacchezza morale e dal relativismo sociale del ceto medio liberale. Introducendo in Gran Bretagna un nuovo obiettivo etico e una nuova politica culturale, Cameron potrebbe e dovrebbe creare un nuovo patto di mutua responsabilità e una nuova etica sociale unificante. Una nuova politica per la Gran Bretagna Di fronte all’attuale collasso del capitalismo monopolistico provocato dal credito e sancito dallo Stato, la necessità più urgente per i conservatori è quella di costruire un’economia politica nuova e riconfigurare un diverso paradigma per i mercati e per il commercio. Questa nuova economia, conservatrice e progressista, perseguirà tre obiettivi strettamente correlati: la ri-moralizzazione del mercato, la ri-localizzazione dell’economia e la ri-capitalizzazione dei poveri. Solamente i mercati inseriti in una struttura morale e plasmati da essa sono sostenibili, come aveva compreso Adam Smith. Senza leggi, moralità, consuetudini e coscienza si avrebbe l’anarchia anziché lo scambio e l’estorsione anziché il contratto. È necessario che la produzione economica superi una serie di test sociali, e i Conservatori devono vincolare l’economia politica ai risultati sociali che intendono promuovere, risultati che per i conservatori devono essere l’estensione a tutti della ricchezza, dei benefici e dei vantaggi derivanti dal benessere ecologico e sociale. Liberarsi dal dominio monopolistico della burocrazia statale e dall’influenza del mercato consentirebbe di ottenere l’indipendenza nella formazione della comunità, l’autonomia e un riequilibrio delle esigenze lavorative, familiari e legate alla cura dei figli. In secondo luogo, occorre prestare più attenzione alla salute delle economie locali. Lo “Stato mercato” dei Laburisti, sottomesso ai grandi business, ha generato una nazione di “città cloni” e di “città fantasma”, in cui i punti vendita al dettaglio sono o tutti uguali, o assenti. Stupisce poco che il Regno Unito abbia una delle più basse percentuali di piccole e medie imprese tra i Paesi dell’OECD (Organization for Economic Co-operation and Developement). Ma è attraverso le piccole e medie imprese che milioni di persone normali posseggono e proteggono la ricchezza necessaria a loro stessi e alle loro famiglie. L’attuale mercato li espropria e li ri-classifica come membri a basso reddito della classe degli inservienti di negozio, piuttosto che dei proprietari di negozio. Rinforzando le leggi programmatiche e riformando le basi tributarie locali, i conservatori possono ripristinare le economie e i capitali locali, in modo che i benefici del commercio si distribuiscano verso il basso a tutti i partecipanti, piuttosto che verso l’alto all’aristocrazia della Gran Bretagna di Brown, che riesce a non pagare le tasse grazie al sistema delle società off-shore. Il terzo obiettivo del conservatorismo moderno e progressista è la ri-capitalizzazione dei poveri. Sotto il regno del mercato di monopolio, i poveri sono stati interamente privati di risorse. Nel 1976 la metà più povera della popolazione possedeva il 12% della liquidità nazionale; nel 2003 appena l’1%. Nello stesso periodo, la quota posseduta dal 10% dei più ricchi è aumentata dal 57% al 71%. Anche includendo le proprietà, la metà più povera della popolazione possiede ancora solo il 7% della ricchezza del Paese. Mentre l’élite teneva lezioni per spiegarci quali fossero i vantaggi universali del capitalismo globale, i tassi di risparmio sono scesi ai livelli visti l’ultima volta nel 1940, i salari più bassi sono stati quelli che sono cresciuti più lentamente, e il divario tra ricchi e poveri – sia relativo, sia assoluto – si è ampliato. Se le vittime più vulnerabili della depressione laburista, finanziata dai debiti, devono essere salvate da una ri-proletarizzazione a da una permanente dipendenza da uno Stato sociale inadeguato, c’è bisogno di una nuova filosofia popolare di estensione patrimoniale e di un capitalismo basato sull’equità fra gli azionisti (stakeholder equity). Il nuovo conservatorismo è accusato di essere superficiale o estremista, di essere insulso o di essere un thatcherismo occulto dagli intenti molto pericolosi. Non può essere entrambe le cose e, di fatto, non è nessuna delle due. Al contrario, è qualcosa di nuovo e di non riconosciuto; rappresenta una profonda critica agli estremismi pre-esistenti e il ripristino di qualcosa di vicino al vero cuore della Gran Bretagna: un conservatorismo organico che si prenda cura di tutti.
Una crisi per cambiare
di Phillip Blond / Docente di Teologia e Filosofia, Università di Cumbria, GB
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