Paolo Carozza Come avete già sentito, e come udrete nel corso di questa serata, il Meeting è davvero un evento unico. Per parte mia, quando fui invitato al Meeting la prima volta, a più riprese mi venne presentato come “un festival culturale”. La cosa suscitò la mia curiosità. Cosa poteva significare la formula “festival culturale”? Per fare un esempio, ero stato a vedere il Folkloric Ballet di Città del Messico, una formazione straordinaria, capace di esibizioni eccezionali! Pensavo potesse trattarsi di qualcosa di simile – artisticamente bello, per certi aspetti una sorta di ricordo nostalgico, idealizzato, sentimentale di un tempo andato, romantico, che forse non è neanche mai esistito davvero, ma che cerchiamo a tutti i costi di preservare in virtù del suo profondo significato simbolico. Ma il Meeting non è questo. Non è questo che ho trovato, ma va detto che non ero il solo ad avere le idee confuse. Ogni anno leggiamo i resoconti dei molti giornalisti accreditati al Meeting, e anche altri scrivono di esso, ed è difficile vedere una lettura che non lo riduca a una serie di eventi puramente politici o puramente religiosi, o inquadrati secondo categorie di esperienza e conoscenza opposte o separate fra loro. Persino gli ospiti che hanno vissuto l’esperienza del Meeting spesso ne escono colpiti dall’aver visto qualcosa che non credevano possibile; non pensavano che un evento come questo potesse esistere, perché andava talmente oltre le aspettative che avevano nell’accostarsi a esso. Tutti i fraintendimenti o le idee sbagliate non sono semplicemente legati alle dimensioni del Meeting, al numero di incontri, di partecipanti, di eventi ospitati. Penso che il problema sia, a un livello più profondo, quello di capire cosa sia la cultura, intesa come una esperienza di vita, nel mondo contemporaneo. Noi viviamo in un contesto nel quale il termine cultura, e il modo con cui lo percepiamo, è frammentato, nel quale conoscenza ed esperienza sono categorie separate fra loro. Personalmente vivo questa situazione con molta chiarezza nell’ambiente universitario, ma credo che un po’ tutti la viviamo in circostanze diverse. Vi è nella nostra epoca – come diversi acuti osservatori hanno suggerito – un crollo di certezze, che conduce verso la frammentazione della nostra capacità di giudicare la realtà intorno a noi. Ogni cosa sembra provvisoria, effimera, mutevole, incerta. In un tale contesto, cosa vuol dire parlare di cultura? È solo il desiderio di qualcosa di passato? Di un’epoca che pensiamo coincidesse con l’idea sentimentale che vogliamo conservare? O forse per vari motivi la vediamo come il regno particolare di una sensibilità estetica o intellettuale alla quale possono accedere solo pochi eletti, in una sorta di gnosticismo post-cristiano riguardo alla cultura? Non si tratta di un problema del mondo moderno. La questione della comprensione della cultura e del vedere la cultura come una unità, come una esperienza di vita, è stata affrontata di recente da Papa Benedetto XVI nel suo discorso indirizzato proprio ai rappresentanti del mondo della cultura al Collège des Bernardins, a Parigi, lo scorso settembre. Il Papa ha ricordato che questo problema già era presente alle origini della cultura europea, alle origini della cultura monastica, che egli considera – a mio avviso con ragione – strettamente correlate. Secondo il Papa, all’origine di quella cultura stava la ricerca di ciò che rimane stabile nell’effimero. Come sottolinea: «Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi [coloro che vivevano insieme nelle nuove comunità monastiche] volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa… Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile… in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo». Il loro obiettivo era il Quaerere Deum, la ricerca di Dio, e a partire da questo nacque una passione per tutti gli aspetti della vita – conoscenza, bellezza, musica, lavoro –. Il Papa ha sottolineato che questa nascita, questa fecondità, non partiva da un aprioristico intento di conservare qualcosa, e nemmeno dal desiderio di creare una nuova cultura: era una passione per il reale che avevano davanti ai loro occhi. Questa è la stessa passione che anima il Meeting e l’idea di cultura che vi sta dietro. Non è uno sforzo di creare una nuova cultura, e ancor meno uno sforzo di stare attaccati, o di conservare, di difendere qualcosa. È qualcosa che sta prima, che sorge da una concezione della cultura come conseguenza di un gusto per la vita, per ciò che di buono c’è nella vita, una passione per l’uomo e per la realtà, che inizia con un’attenzione alla propria vita, alla propria esperienza del bello, del bene e del vero. In questa prospettiva, la cultura diventa una esperienza viva della realtà, vissuta non come la realizzazione di un nostro progetto, ma come un avvenimento, come qualcosa che ci è dato. Non cerchiamo di aggiungere qualcosa a questa realtà, o di creare qualcosa di nuovo, che non esiste, che manca nel mondo, ma piuttosto di sperimentare più intensamente, di andare sempre più al fondo di ciò che c’è, che è già presente davanti ai nostri occhi. Ciò che ci spinge a impegnarci nell’esplorazione di questa presenza è la curiosità, lo stupore, il desiderio di verità e bellezza che è radicato nel cuore di ogni uomo, non solo in quello degli esperti o degli specialisti. Così il Meeting rappresenta il frutto di questo modo di guardare il reale, di un metodo di vivere in rapporto con tutto il mondo. Quanto più profonda è la nostra coscienza critica della realtà che abbiamo davanti, tanto più ricca sarà la cultura che saremo in grado di vivere: esperienza e cultura vanno di pari passo. In un certo senso, la cultura diviene qualcosa di vivo, non di morto, qualcosa che costruisce, non qualcosa da conservare, e sempre meno un privilegio di pochi. Le conseguenze di questa concezione della cultura sono ciò che rende il Meeting un evento così eccezionale nel mondo. Quali sono queste conseguenze? Io vorrei qui solo sottolinearne alcune, che la mia esperienza personale del Meeting ha evidenziato come le più significative per me. In primo luogo, il Meeting non si pone “contro” nulla. Non è un evento pensato per difendere una particolare posizione nei confronti di un’altra; in tal modo rompe tutti gli schemi – destra/sinistra, nazione, cultura, lingua, ambiti scientifici, e in particolare quel dualismo così diffuso tra fede e ragione come metodi di conoscenza –. Al contrario, esso è caratterizzato da una inesauribile apertura alla realtà e alle persone. Arte, scienza, economia, politica, storia, teologia: sempre alla ricerca di qualcosa di valido, di prezioso, di bello nella disarmonia e nella frammentazione del mondo che ci circonda. Da un lato, il Meeting persegue questo obiettivo attraverso la proposta consapevole della tradizione e dell’esperienza cristiana come ipotesi di lavoro per spiegare la realtà. Ma un’ipotesi di lavoro ha bisogno di essere testata criticamente, esaminata, fatta propria; per questa ragione al Meeting si vive un marcato ecumenismo, non soltanto di carattere puramente religioso, ma con un orizzonte più ampio, un ecumenismo politico, etnico, religioso, disciplinare, fra gente di ogni livello sociale e di tutte le età. Così come nulla è escluso, nulla è considerato come qualcosa a sé stante. L’unità di tutto ciò che accade al Meeting è uno dei tratti che maggiormente caratterizzano l’evento. Dal punto di vista dell’ambito nel quale io opero, quello dei diritti umani, esso ha a che fare con quanti hanno sofferto la tortura da parte di un regime, con lo scienziato che si occupa di fisica teorica, o con il musicista che suona il blues, con la presentazione della vita del profeta Geremia, la attuale crisi finanziaria, l’iniziativa educativa avviata in Uganda: tutte queste cose sono parte di una stessa realtà. Quando questa passione per la vita e questa inesauribile sete di ciò che è prezioso e valido trova un riscontro, incontra una risposta, a sua volta genera nel mondo un impegno al lavoro, a costruire qualcosa di bello, qualcosa che soprattutto è un fatto educativo. Così è significativo che l’esperienza da cui è nato il Meeting abbia generato molte altre realtà in diverse parti del mondo, ispirate dalla stessa concezione della cultura e apertura alla realtà: centri culturali, come Crossroads negli Stati Uniti e molti altri in Italia e nel mondo, versioni ridotte del Meeting in diversi Paesi, scuole, case editrici. In questo modo possiamo vedere come l’esperienza del Meeting generi una speranza per il mondo; una speranza concreta, non semplicemente una sensazione, un’idea, un’illusione che le cose potrebbero andar meglio in un futuro imprecisato, ma una speranza che è certezza per il futuro, perché si radica nell’esperienza di un fatto straordinario incontrato, presente davanti ai nostri occhi. Da ultimo, ciò che forse caratterizza più di ogni altra cosa il Meeting e tutto ciò che da esso è nato, come Crossroads, è che esso è espressione di una cultura incarnata in persone, in uomini in azione. Più di ogni altra cosa, il Meeting è un incontro fra popoli, come è testimoniato anche dalla sua denominazione: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Popoli uniti e condotti qui dalla comune passione per i problemi che incalzano il mondo di oggi, dalla sete per ciò che dentro l’apparenza delle cose è destinato a permanere. Per questa ragione abbiamo invitato qui stasera alcuni personaggi straordinari che hanno partecipato al Meeting una o più volte. Non vogliamo avventurarci, nel nostro incontro, in una riflessione astratta sulla cultura, al di là delle mie osservazioni introduttive, ma cercare di rivestire di carne quelle ossa in modo molto concreto, e testimoniare, di conseguenza, l’esperienza di cultura che il Meeting rende possibile. Mary Ann Glendon Grazie a tutti voi per essere convenuti qui stasera per sentir parlare del Meeting. Il mio intervento potrebbe essere intitolato: “Cosa ho fatto l’estate scorsa”, perché l’estate scorsa è stata quella della mia prima esperienza al famoso Meeting di Rimini, ma vorrei iniziare con un breve accenno a come venni a conoscenza la prima volta del Meeting, e a cosa suscitò il mio interesse. Per dieci anni, a partire dal 1995, ho lavorato al Pontificio Consiglio per i Laici, un dipartimento della Santa Sede che si occupa principalmente dei rapporti fra la Santa Sede e i quasi duecento movimenti e organizzazioni laicali. Devo dire che, prima del 1995, io, come molti americani, avevo una conoscenza molto piccola, per non dire nulla, di questi grandi movimenti ecclesiali che erano nati in particolare nell’ultima parte del ventesimo secolo, per quanto ne sapevo, per riempire, o contribuire a riempire, un vuoto creatosi con la trasformazione della vita delle parrocchie. Molti di noi cattolici sono cresciuti nelle parrocchie, che rappresentavano la principale fonte di formazione riguardo alla fede, il luogo privilegiato di amicizia, l’opportunità di svolgere attività di assistenza; ma con l’accrescersi della mobilità sociale, le parrocchie hanno subito una trasformazione che ha fatto sì che qualcosa di molto importante andasse perduto. Credo che sia impossibile non riconoscere l’importanza della comparsa di questi movimenti, come Comunione e Liberazione, che hanno dato nuova energia alla Chiesa, soprattutto in Europa e in America Latina, ma che non sono ancora molto conosciuti negli Stati Uniti. L’altra cosa che fa Comunione e Liberazione – a quanto ho visto al Consiglio per i Laici – è aiutare le persone a rispondere alla chiamata, fattasi più pressante dopo il Concilio Vaticano II, al laicato cattolico a mettersi in gioco, ad assumere la propria responsabilità fondamentale nel portare una mentalità cristiana nella cultura e in tutte le sfere della vita quotidiana. Papa Giovanni Paolo II soleva ripetere questo in continuazione. Diceva che il laicato era un gigante addormentato, e passò molte, molte ore a cercare di svegliarlo! Non so, spero che stia ancora tentando. Una delle organizzazioni che ha risposto con più entusiasmo a quella chiamata è Comunione e Liberazione, il gruppo che – oltre a realizzare molte altre iniziative – cura il Meeting di Rimini da trent’anni a questa parte. Una delle caratteristiche che mi colpisce è l’attrattiva che esercita su uomini e donne, artisti, scrittori, come ha detto Paolo, gente di ogni provenienza che è in cerca di un modo più concreto, reale, di mettere in relazione la propria fede con la propria vita di ogni giorno, più profondamente di mettere in relazione teoria e prassi, fede e ragione. Così, a lungo sono stata tentata dall’attrattiva verso il Meeting. Loro lo chiamano così, “Il Meeting”. Mi dicevo, “Meeting” in inglese, non è una parola che ti susciti particolari emozioni…, ti viene da pensare ai meeting in università. E un giorno qualcuno ti dice che c’è un meeting che dura cinque giorni… sa un po’ di purgatorio! Ma un sacco di persone che io stimavo profondamente parlavano di questo evento con tale entusiasmo; dovevo andare a vedere di persona.Come fa uno a non essere incuriosito da un evento che riunisce quasi settecentomila persone a Rimini anno dopo anno – politici famosi, prelati, musicisti, artisti, scrittori, da tutto il mondo –, molti dei quali tornano a più riprese? Così lo scorso agosto, finalmente, sono andata, e siccome supponevo che potesse essere una bella manifestazione per un ragazzo, ho portato con me la mia nipote diciassettenne Claire, e ho partecipato alla tavola rotonda sui diritti umani. La mia permanenza a Rimini l’anno scorso è stata troppo breve, perché dovevo tornare in fretta al lavoro, ma è stata sufficiente per farmi capire qualcosa riguardo al termine “Meeting”. Il significato più importante di questa parola lo trovate nel dizionario, non al primo posto; è qualcosa di più vicino al termine italiano “incontro”, un incontro con persone e idee, un incontro capace di farti fermare, un incontro con tutte le caratteristiche della sorpresa e dell’inatteso. Perfino la nostra tavola rotonda sui diritti umani ha riunito giuristi americani e italiani, giuristi e teologi; è un tipo di incontro che ti strappa dal tuo modo abituale di guardare le cose, che ti allarga l’orizzonte e ti invita a esplorare nuove strade. Ovviamente, noi giuristi non possiamo competere con poeti e artisti sotto questo aspetto. Una delle grandi attrazioni del Meeting di Rimini è la particolarissima offerta di eventi artistici che vengono proposti. L’anno scorso, per esempio, non credevo ai miei occhi quando ho visto il programma. Hanno prodotto una messa in scena di un’opera incompiuta, quasi dimenticata di T.S. Eliot, i Cori da “La rocca”, del 1934. Quest’opera si apre con una visione della cristianità in Inghilterra straordinariamente profetica. Uno si chiede come poteva Eliot vedere queste cose nel 1934. Come poté vedere una tendenza culturale in atto già allora? Permettetemi di citare alcuni versi: Viaggiavo verso Londra, alla City che è preda del tempo […] Laggiù mi dissero: abbiamo troppe chiese, e troppo poche osterie. Laggiù mi dissero: Se ne vadano i parroci. Gli uomini non hanno bisogno della Chiesa nel luogo in cui lavorano, ma dove passano le domeniche. In città non abbiamo bisogno di campane: che sveglino i sobborghi. Camminai verso i sobborghi, e là mi dissero: Sei giorni lavoriamo, il settimo vogliamo andare in gita con l’automobile fino a Hindhead, o a Maidenhead. Se il tempo è brutto restiamo a casa a leggere i giornali. […] E sembra che la Chiesa non sia desiderata nelle campagne, e nemmeno nei sobborghi; in città solo per importanti matrimoni. E più oltre il narratore parla di una società che ha dimenticato il suo passato, e i cui capi sognano “sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono”. Un progetto politico moderno. Che bell’esempio di come i poeti e gli artisti sanno vedere le cose prima che esse appaiano visibili al resto di noi, e come è impressionante che gli organizzatori del Meeting abbiano ripreso quest’opera così significativa, togliendola dall’oblio. Se guardate i programmi dei diversi Meeting di Rimini vedete che ciascuno di essi è stato pensato per offrire molte opportunità per questo tipo di incontro creativo con qualcosa di nuovo, un incontro che ti scuote. Così la mia visita a Rimini mi ha permesso di capire perché tante persone, come il mio amico Joseph, sono andate lì e perché continuano a ritornarvi. Certamente un punto decisivo di attrattiva è l’amicizia. La potete vedere e rendervene conto, la possibilità di incontrare vecchi amici e di farne di nuovi. Ma un altro aspetto, più importante a mio avviso, è quello a cui alludevano già Marco e Paolo: il Meeting riunisce persone che si pongono le domande ultime, e che spesso si trovano da soli in questo, isolati nel porre queste domande, che sono poi le domande che Eliot poneva nei suoi Cori da “La rocca”: “Dove si trova la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?”. Era il 1934! Il Meeting di Rimini è diventato un luogo speciale, un ambito privilegiato, per fermarsi a considerare queste domande insieme ad altri. È un luogo per quel genere di incontro che può indirizzare l’impegno di ciascuno per la propria vita in una nuova direzione. Queste sono alcune delle ragioni per cui io e mia nipote Claire ritorneremo quest’anno. Samuel A. Alito Jr. Non avevo proprio idea di cosa sarebbe stato il Meeting quando ne parlai con Paolo la prima volta, nella primavera del 2007. Dapprima ne parlammo al telefono, poi lui venne a Washington per un incontro, passò a trovarmi e a descrivermelo; fu una bella descrizione, ma era difficile per me immaginare cosa avrei trovato, perché era totalmente fuori dei parametri delle mie precedenti esperienze. Non avevo mai partecipato, e nemmeno avevo sentito parlare, a qualcosa di simile a quanto mi raccontava, ma era qualcosa che mi affascinava, e fui molto curioso di andarvi come relatore. Per prepararmi, pensai che fosse opportuno cercare di farmi un’idea più precisa di cosa avrei trovato arrivando, e mi venne l’idea di leggere uno dei libri di don Giussani – non ne avevo mai letti prima –, Il senso religioso. Lessi anche quello di Albacete, Attrazione per l’infinito [ed. italiana del citato God at the Ritz, ndt], che raccomando a quanti non l’hanno ancora letto. Mi ritrovai pieno di entusiasmo a immaginare un avvenimento che corrispondesse nella realtà alla descrizione che mi era stata fatta: una fiera culturale alla quale nell’arco di una settimana partecipavano quasi settecentomila persone che incarnavano parte di quelle idee e di quella sensibilità, non era una cosa facile. In ogni caso, arrivai a Rimini carico di aspettativa, e quando diedi un’occhiata al programma – l’ho conservato – un sacco di cose attrassero la mia attenzione, e spero che mi perdonerete se rivivo con voi alcuni dei pensieri che mi vennero alla mente. Alla maggior parte di queste manifestazioni non potei partecipare personalmente, ma mi hanno dato il senso della natura di questo straordinario evento. Una delle prime manifestazioni della giornata di apertura del Meeting 2007 fu un incontro dal titolo “Quale identità per l’Europa?”, nel corso del quale fu trasmesso un intervento in video del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano. Vi parteciparono il Presidente del Parlamento Europeo [Hans-Gert Poettering], un editorialista dell’Irish Times [John Waters], e un altro politico [Fiorenzo Stolfi]. Ciò mi colpì subito: era un gruppo straordinariamente variegato, espressione della vita e della cultura italiana ed europea. Guardai la pagina del programma dov’era l’incontro al quale avremmo partecipato Paolo e io, e vidi che saremmo stati in contemporanea con altri incontri previsti alla stessa ora; mi domandai se mai qualcuno potesse essere interessato a venire ad ascoltare una conversazione sul diritto negli Stati Uniti. Uno degli incontri in contemporanea era dedicato a Matematica e condizione umana. Rimasi molto colpito; questa è una cosa seria, pensai! Con mia grande gioia, malgrado la contemporaneità – e malgrado il fatto che molti degli altri eventi programmati a quell’ora fossero più accessibili che non Il diritto in America, o Matematica e condizione umana –, la nostra conversazione fu seguita con molta attenzione da un pubblico in gran parte di italiani, ma che comprendeva anche gente di altri Paesi, interessata ad ascoltare due avvocati americani, di cui uno era uno stimato professore universitario di diritto, che parlavano delle ragioni di questa apertura, riscontrabile in America, a nuove idee, spesso idee al di là dell’orizzonte della vita quotidiana della maggior parte della gente; tutto questo mi stupì profondamente. Guardando al resto del programma, rimasi colpito dalla profondità dei contenuti affrontati – filosofia, religione, storia, letteratura, arte, politica mondiale, economia, sviluppo –; qualcosa davvero difficile da immaginare. E oltre alle conferenze, dibattiti o tavole rotonde, c’erano manifestazioni musicali che andavano da una esecuzione di Dvorák a una serata di rhythm and blues; eventi sportivi come una gara di triathlon, ristoranti che offrivano piatti delle cucine regionali italiane. Davvero notevole. A tutto ciò si aggiunga la capacità di attrarre un pubblico così grande. Gli incontri come quello su Matematica e condizione umana hanno un’impostazione abbastanza accademica, eppure vi partecipa un pubblico di gente comune, di famiglie. Quando mi dissero il numero di persone presenti al Meeting, uno dei primi pensieri che mi vennero in mente fu che era come uno dei parchi di divertimenti della catena dei Six Flags [una cosa tipo Gardaland, per dare un’idea, ndt]. In realtà non è proprio così, anche se non è un avvenimento a cui bisogna trascinare la gente… non vanno ai Six Flags cercando cultura, certamente. Non so proprio come sia avvenuta la scelta di Rimini come luogo per ospitare il Meeting, ma stando lì mi sono reso conto che è proprio l’ambiente perfetto. Cerco di spiegarmi per gli americani che non hanno familiarità né con il Meeting né con Rimini: ho provato a trovare delle analogie in America, quando qualcuno mi chiedeva: “A cosa somiglia il Meeting? Cosa c’è di simile negli Stati Uniti?”, ma non riesco a trovarle. C’è una certa somiglianza con degli eventi che si tenevano alla fine del XIX secolo, e fino al secolo scorso – tipo delle forme di insegnamento cristiano con spettacoli culturali o conferenze – ma sono molto lontani da una somiglianza precisa, anche se qui c’è qualcosa del genere. Allora qualcuno chiedeva: “Ma com’è Rimini?”. È una bella città di mare, con la spiaggia, ma credo che sia frequentata per lo più da italiani. Non è un posto dove vanno molti turisti stranieri. Pensate a una cosa tipo Atlantic City negli anni Trenta o Cinquanta. Oppure, se avete visto qualche film di Fellini, beh, sono ambientati a Rimini. È una normale città di mare dove la gente comune va a trascorrere le ferie estive: un posto perfetto per svolgervi una manifestazione come questa, pensata per essere aperta, accessibile e godibile per chiunque, senza toni scolastici o didattici. In ogni caso, queste erano alcune delle mie impressioni mentre ero là, ma devo dire che la più forte di tutte fu quella che ricavai parlando con alcuni volontari. Mi ricordo quando sono andato a vedere la mostra sul profeta Geremia e ho parlato con alcuni dei responsabili dell’allestimento; ricordo molto bene una ragazza e un ragazzo, penso che fossero entrambi di Milano, entrambi studenti universitari. L’impressione che mi diedero, non per l’abbigliamento o per qualcos’altro di particolare, ma per il loro modo di fare, era che fossero dei milanesi un po’ snob, nel senso buono. Mi colpì vedere questi giovani studenti universitari che avevano dedicato il loro tempo, soldi, energie, per pensare questa bellissima mostra, portarla a Rimini, montarla e gestirla per tutto il periodo del Meeting, e che adesso trovavano il tempo da dedicarci per spiegarcela in inglese – un inglese molto migliore di quanto avrebbe potuto essere il mio italiano. Alla fine, sono venuto via pensando che il Meeting incarnava davvero quello che avevo recepito dai libri che avevo letto prima di andare, e che esprimeva, in una maniera realmente unica per me, un senso di unità che noi stiamo progressivamente perdendo – il senso della unità della cultura, della verità e dell’esperienza dell’uomo. Per tutti questi aspetti è proprio un evento fantastico. Joseph H.H. Weiler Il Meeting non è un “luogo”, un “evento”: è un’“Esperienza” diversa da tutte quelle che ho avuto, e – posso assicurare quelli di voi che non ci sono stati – diversa da tutte quelle che possiate avere avuto. Tutte le persone di cultura dovrebbero mettere in programma di partecipare al Meeting, almeno una volta. Qual è il segreto del suo successo? Dopo tutto, 700.000 visitatori in una settimana, che si ripetono anno dopo anno, – e molti, molti di loro non sono persone particolarmente religiose – devono avere una qualche ragione per andarci. Quando fui invitato la prima volta nel 2003, ho capito che sarebbe stata un’esperienza interessante perché molti miei amici italiani mi dicevano: “Come hai potuto accettare di andare a quel Meeting?”, e nello stesso tempo: “Come si fa per esseer invitati?”. Allora, ecco qui alcuni fattori che determinano il suo successo: 1. Immaginate il salone dell’automobile che si tiene ogni anno al Javits Center a New York, o la famosa fiera tecnologica COMDEX di Las Vegas: stand, mostre, hostess e ospiti, e migliaia e migliaia di persone che si accalcano. Abbastanza comune. Ma ecco la differenza sorprendente: Il tema dell’evento è… la cultura. La mia nozione di cultura è proprio cattolica, non Cattolica con la C maiuscola: dal Jazz alla scienza, all’arte; alto livello e medio livello. Una mostra su Beethoven di fianco a una sulla cucina regionale. Immaginate grandi spazi con 5.000 persone sedute ad ascoltare un incontro. Non un cantante, un incontro di presentazione di un libro. E adesso pensate a cinque o dieci di questi “incontri” che si svolgano simultaneamente. Ma non siamo al Meeting annuale della Modern Language Association, o a una Convention di cardiologi. L’“anima” del Meeting è definita anche dal gran numero di famiglie con bambini, dai concerti di musica pop e dalle manifestazioni sportive che vi si svolgono. La libreria è vasta, e affollata a ogni ora del giorno e della notte. E non è imbottita di gadget, poster o paccottiglia: solo libri. È un insieme unico. Qualcosa che quadra il cerchio: tenere un alto livello restando piacevole, divertire e arricchire nello stesso tempo. 2. Veniamo al carattere Cattolico più che cattolico del Meeting. È organizzato da un movimento molto, molto (davvero) Cattolico – Comunione e Liberazione; più Cattolico di quanto possiate pensare. Ma è così! C’è qualcosa di sorprendentemente irreverente, aperto, pluralista nello spirito del Meeting. A più riprese ne ho avuto testimonianza e l’ho sperimentato: io, che sono un ebreo osservante, mi sono trovato accolto con grande amicizia e messo davvero a mio agio. E lo stesso è stato per i miei colleghi oratori – un ultra ortodosso, un ateo dichiarato, un comunista convinto e così via. (attenzione: ex-cattolici, ebrei, comunisti e vegetariani – la maggior parte di noi è ugualmente benvenuta). Uno non è semplicemente accolto con rispetto. Uno è rispettato dentro un confronto, a volte un contrasto, ma sempre assolutamente corretto e amichevole. C’è una confortante assenza del Politically Correct; solo una correttezza vecchio stampo – civiltà, educazione e coinvolgimento. 3. Al cuore del Meeting, la chiave più profonda del suo successo, è che su ogni cosa, in un modo o nell’altro aleggia lo spirito di Giussani e del suo Movimento. Forse ci sono tre cose che a questo riguardo bisogna sottolineare. La prima: ho letto tutto quello che c’è da leggere su Comunione e Liberazione, ma al Meeting ne ho fatto esperienza. È difficile riassumere o astrarre un punto sintetico senza banalizzare. Dopo tutto, è una realtà complessa, generata da una persona, Giussani, davvero profonda e, oserei dire, santa. Ma alcuni aspetti sono molto semplici. Per esempio, questo reale rispetto per l’altro, che non ha traccia di relativismo; un vero impegno per la ricerca della verità, la coscienza che esiste una verità e che si può perseguirla, e che uno può dire con rispetto: “Ecco perché non sono d’accordo con te”. La seconda, quando uno affronta gli aspetti religiosi – e uno può farlo se lo desidera – scopre che la santità non va lasciata in chiesa quando ne uscite la domenica – e questa è una notazione importante. Questa non è gente che canta Hare Krishna, o che se ne sta ritirata fuori dal mondo. Proprio il contrario. La santità è portata nella vita di ogni giorno, per la consapevolezza che il posto della grazia e della santità è nella vita quotidiana, nel lavoro, negli affari, nel diritto, nella medicina, nel cuore delle faccende di ogni giorno. Questo è proprio tipico di Giussani, e di Comunione e Liberazione, ed è una delle cose che si percepiscono come vero motore del Meeting. La terza cosa è l’insistenza di Giussani sulla presenza, una delle sue parole chiave. In America, molto spesso il confine tra religione e politica è poco chiaro. In altri termini, quando la religione scende sul terreno pubblico, diventa un fatto politico, e immediatamente si declina secondo categorie di tipo politico. Giussani, specialmente nella seconda parte della sua vita, ha affermato molto chiaramente che la declinazione politica non è il punto centrale. Il punto centrale è la presenza. Ovviamente quelli fra voi presenti che sono cristiani o cattolici capiscono cosa lui intenda con il termine presenza. Per Giussani, se lo interpreto correttamente – e dico questo con umiltà – presenza non si limita, per esempio all’Eucarestia. Essa dev’essere un significato che anima la vita, l’esistenza di una persona in una forma che va oltre la politica. Questa sfida è alla portata anche di persone che non sono cristiane, anche laici o laicisti, e anche questo spiega in parte il successo del Meeting. 4. Da ultimo, quando sono entrato nell’Ambasciata d’Italia a Washington DC, mi sono ricordato che il giorno precedente era la festa nazionale italiana. Ovviamente c’era stato un grande party per festeggiare la ricorrenza, e ho chiesto a un amico che era stato presente come era andata. La sua risposta è stata: “Molto italiano – buon cibo e gran casino!”. A questo riguardo il Meeting è davvero poco italiano. È organizzato benissimo dall’inizio alla fine! Questa meravigliosa organizzazione si deve ai volontari che per settimane, mesi, si sacrificano a lavorare per qualcosa che non dà loro alcuna gratificazione immediata. Questo è in gran parte all’origine di quella meravigliosa macchina organizzativa che è, anche, il Meeting. Martha-Ann Alito Buona sera. Come sapete, abbiamo partecipato al Meeting nell’Agosto 2007, e vorrei svelarvi qualche piccolo retroscena. Io sono una convertita al Cattolicesimo, ne so qualcosa di raduni fra gli Evangelici nella Chiesa protestante, e non avevo la minima idea che ci potesse essere questo tipo di cose nel cattolicesimo. Da bambina avevo adorato il cattolicesimo, lo avevo frequentato molto insieme a una famiglia che si prendeva cura di me mentre mia madre era al lavoro, e mi piaceva molto andare a Messa la domenica. Bene, la settimana del Meeting è una celebrazione di questo tipo, fatta nel modo migliore possibile. Ti senti avvolto, stai celebrando le bellezze della vita; vedi la gente che sta insieme, e – come ha detto Joseph prima – sacrifica il proprio io per una settimana, o forse anche di più perché il lavoro di organizzazione è a tempo pieno, e ti senti in soggezione. Personalmente mi sentivo in soggezione per l’insieme della manifestazione, il numero dei partecipanti, l’entusiasmo con cui allestivano le mostre, il dedicare il loro talento e la loro competenza ad aprirsi a noi, per offrirci le cose migliori della vita perché potessimo farne esperienza fino in fondo e ricordarci che la nostra vita è celebrazione indirizzata a Dio. È Lui che ci dona tutto, e per questo abbiamo la fede per superare ogni difficoltà. Come tutti abbiamo detto, c’è una presenza più grande di noi, da portare nel mondo. E io ho visto questo costantemente in opera durante la nostra visita. Davvero tutto era centrato su Dio, e si percepivano l’unità e l’amore di cui abbiamo bisogno per far crescere il mondo. Vi racconto l’impressione che ho avuto quando siamo arrivati al Grand Hotel. I miei figli e mio marito possono dirvi che non mi piace molto andare in posti grandi, siano essi magazzini, o alberghi, o luoghi di divertimento; preferisco cercare quei posti che hanno qualcosa di unico da offrirmi, e se voglio ritrovarlo devo tornare lì. Entriamo nel Grand Hotel, io guardo Sam e gli dico: «Io sono già stata qui». E lui: «Non credo proprio». Tuttavia, avevo visto Amarcord al college, ed ero abbastanza sicura; ho girato l’angolo e mi sono imbattuta nella stanza dedicata al film di Fellini, così sono tornata indietro: «Vedi? Lo sapevo che ero già stata qui». Questo episodio mi ha fatto pensare che Dio aveva aperto una piccola finestra, anche se molti anni fa, e adesso mi trovavo proprio in quel luogo del quale avevo gustato un piccolo assaggio. Non mi rendevo conto di quale sarebbe stato il gusto pieno, completo di questa esperienza finché non mi trovai alle manifestazioni nelle grandi sale. Per me vedere tutta questa gente dall’Italia e dal mondo riunita è stato un grande momento di stimolo nel mio percorso nel cattolicesimo, che è un fatto fondamentale nella mia vita e in questa particolare settimana, che ho davvero gustato. Nello specifico devo anche dire che ho partecipato al primo incontro, e ovviamente io non ho una conoscenza adeguata della lingua italiana; da bambina ho vissuto in Francia e sono tornata per frequentare l’Università. A un certo punto, mi sono sentita toccata, perché stavo traducendo a Sam, e lui mi ha detto: «Come hai fatto a sapere questa cosa?». Io gli ho risposto che non ero proprio sicura di come la sapessi. Però era vero che io stavo vivendo quella esperienza. Chiaramente ci sono somiglianze tra le lingue romanze, ma a parte tutto la mia esperienza, con i bambini prima al Grand Hotel, e poi con Sam al suo incontro, è stata proprio una celebrazione. E ogni volta che ci penso, mi ritrovo piena di felicità, di gioia per quello che abbiamo vissuto. E poi siamo stati trattati proprio bene; avevamo una hostess che ci accompagnava, e tanto per tornare al concetto che mi piacciono i posti che offrono qualcosa di unico, lei ci ha portato al ristorante e ha ordinato per noi. Avete idea del Paradiso? Ha ordinato per noi, ed è stata un’altra celebrazione. Grazie per avermi dato l’occasione di comunicarvi quanto mi è restato di quel giorno, spero che tutti possiate vivere l’esperienza che ho vissuto io, e gustare il Meeting, cogliere il fervore che penetra in ciascuno di noi quando percepiamo la bellezza della vita e dell’incontro, e capire che tutti dovremmo allargare i nostri cuori così come il Meeting ci invita a fare. Jane Milosch Vorrei iniziare dicendo che è davvero bellissimo essere ancora in questo posto. L’ultima volta che sono stata qui in Ambasciata era forse sei anni fa. Ero qui per spiegare i motivi per cui un oggetto che ero andata a cercare a Venezia non c’era. Qualcosa era andato perduto, e io ero stata invitata all’Ambasciata per parlare di come Americani e Italiani potessero tenere monitorata la situazione delle opere d’arte concesse in prestito. E oggi mi ritrovo qui a dirvi che cosa stavolta ho trovato, non che cosa ho perso! E quello che ho trovato è una straordinaria esperienza che è stata descritta benissimo da tutti questi distinti professori e avvocati e da Martha, che è una delle nuove amiche che ho incontrato a Rimini. Anche se mi sono occupata di arte in Italia per diverse mostre, quello che mi ha condotto a Rimini non è stata l’arte, ma un’amica, Letizia Bardazzi. Io passo molto tempo lavorando con artisti, curando mostre, parlando di arte, e nel tempo libero ho imparato ad ascoltare e seguire i miei amici. E penso di essere stata molto fortunata a incontrare Letizia quando ci siamo trasferiti a Washington con mio marito e mi sono trovata coinvolta con l’attività del Centro Culturale Crossroads e con i loro bellissimi programmi. Avevo guidato due visite [al Museo], e un giorno Letizia mi ha chiamato e mi ha chiesto di accompagnare Davide Rondoni, che veniva per un incontro su Dante, in una visita a qualcuno dei musei della Smithsonian Foundation. «Certo» – risposi – «a che cosa è particolarmente interessato? » – perché spesso qualcuno arriva dall’Italia pensando di andare a vedere la National Gallery, o l’Arte Americana, mentre la Renwick Gallery è dedicata ad artisti che lavorano materiali da artigiani – vetro, metalli, legno –, e creano con questi materiali degli oggetti d’uso, design applicato, ma anche delle sculture. L’ultima mostra che abbiamo ospitato alla Renwick Gallery era dedicata a Lino Tagliapietra, un artista che lavora col vetro e è a capo di una generazione di giovani artisti americani che applicano la tecnica del vetro soffiato per creare non solo oggetti funzionali, ma anche sculture. Così, essendo io una patita di Dante – come Martha, anch’io sono una convertita, conoscevo un fantastico sacerdote Episcopale allo Wheaton College, che mi ha introdotto a Dante. Avevamo la fortuna di avere a Wheaton gli archivi di Dorothy Sayers, e Dante mi ha aperto la mente a un modo incredibile di comprendere l’arte, la bellezza, il cammino, il viaggio – andai a sentire la presentazione di Dante fatta da Davide, bellissima, e pensavo come sarei potuta arrivare a quel livello. Lui sarebbe venuto il giorno dopo al Museo, e proprio quel giorno in ufficio ebbi un’orribile riunione. La Smithsonian è un luogo dagli equilibri delicati. La riunione era con i responsabili delle Relazioni Esterne, che avevano da lamentarsi riguardo a un’opera di un artista che crea delle sculture molto provocatorie, dei ritratti d’uomo nella forma di fisionomie animali. Sono opere molto potenti, e mi colpiva il fatto che non ricevessimo nessuna lamentela da fuori, ma da parte di persone che lavoravano nel Museo. Non si trattava necessariamente di storici dell’arte o di curatori, ma semplicemente persone che si sentivano a disagio davanti a queste opere d’arte contemporanea, e si meravigliavano del fatto che io portassi quest’arte così scomoda in un luogo così bello. Se non conoscete la Renwick Gallery, è uno spazio molto tradizionale. Io ero perplessa; non mi aspettavo nulla del genere, e così cercai di spiegare loro cosa intendeva l’artista, e perché si trattava di opere importanti. Poi venni ad accompagnare Davide, e fu straordinario vedere che avevo davanti un poeta, un artista, uno scrittore – insegna poesia all’Università di Bologna – che veniva da un altro paese, da un’altra generazione; non aveva mai visto né sentito parlare di questo artista, ma capì l’opera immediatamente. Capì quello che l’artista stava dicendo: “Sei vivo? Sei presente? Chi sei?”. Questo è ciò che accade al Meeting, nel senso che non è qualcosa che vai a vedere, anche se scoprii sull’invito di Davide di essere stata invitata a questo incontro; non so se avesse pensato lui il tema: Fingere il vero: questioni di arte contemporanea, ma fu un’occasione per parlare dell’arte contemporanea nell’orizzonte culturale di oggi, e del ruolo dell’arte nella vita di tutti i giorni. Nulla di diverso da quello che è sempre stato, sin dal tempo in cui lavoravo alla mostra sull’antica arte romana; l’arte ha sempre avuto la funzione e la capacità di educarci riguardo a ciò che siamo, perché ci siamo, e così via. Questo è il modo con cui fui invitata, attraverso questo poeta che parlava di Dante, e poi, con questo tema, Fingere il vero, che trovavo un modo molto stimolante di Questo episodio mi ha fatto pensare che Dio aveva aperto una piccola finestra, anche se molti anni fa, e adesso mi trovavo proprio in quel luogo del quale avevo gustato un piccolo assaggio. Non mi rendevo conto di quale sarebbe stato il gusto pieno, completo di questa esperienza finché non mi trovai alle manifestazioni nelle grandi sale. Per me vedere tutta questa gente dall’Italia e dal mondo riunita è stato un grande momento di stimolo nel mio percorso nel cattolicesimo, che è un fatto fondamentale nella mia vita e in questa particolare settimana, che ho davvero gustato. Nello specifico devo anche dire che ho partecipato al primo incontro, e ovviamente io non ho una conoscenza adeguata della lingua italiana; da bambina ho vissuto in Francia e sono tornata per frequentare l’Università. A un certo punto, mi sono sentita toccata, perché stavo traducendo a Sam, e lui mi ha detto: «Come hai fatto a sapere questa cosa?». Io gli ho risposto che non ero proprio sicura di come la sapessi. Però era vero che io stavo vivendo quella esperienza. Chiaramente ci sono somiglianze tra le lingue romanze, ma a parte tutto la mia esperienza, con i bambini prima al Grand Hotel, e poi con Sam al suo incontro, è stata proprio una celebrazione. E ogni volta che ci penso, mi ritrovo piena di felicità, di gioia per quello che abbiamo vissuto. E poi siamo stati trattati proprio bene; avevamo una hostess che ci accompagnava, e tanto per tornare al concetto che mi piacciono i posti che offrono qualcosa di unico, lei ci ha portato al ristorante e ha ordinato per noi. Avete idea del Paradiso? Ha ordinato per noi, ed è stata un’altra celebrazione. Grazie per avermi dato l’occasione di comunicarvi quanto mi è restato di quel giorno, spero che tutti possiate vivere l’esperienza che ho vissuto io, e gustare il Meeting, cogliere il fervore che penetra in ciascuno di noi quando percepiamo la bellezza della vita e dell’incontro, e capire che tutti dovremmo allargare i nostri cuori così come il Meeting ci invita a fare. Jane Milosch Vorrei iniziare dicendo che è davvero bellissimo essere ancora in questo posto. L’ultima volta che sono stata qui in Ambasciata era forse sei anni fa. Ero qui per spiegare i motivi per cui un oggetto che ero andata a cercare a Venezia non c’era. Qualcosa era andato perduto, e io ero stata invitata all’Ambasciata per parlare di come Americani e Italiani potessero tenere monitorata la situazione delle opere d’arte concesse in prestito. E oggi mi ritrovo qui a dirvi che cosa stavolta ho trovato, non che cosa ho perso! E quello che ho trovato è una straordinaria esperienza che è stata descritta benissimo da tutti questi distinti professori e avvocati e da Martha, che è una delle nuove amiche che ho incontrato a Rimini. Anche se mi sono occupata di arte in Italia per diverse mostre, quello che mi ha condotto a Rimini non è stata l’arte, ma un’amica, Letizia Bardazzi. Io passo molto tempo lavorando con artisti, curando mostre, parlando di arte, e nel tempo libero ho imparato ad ascoltare e seguire i miei amici. E penso di essere stata molto fortunata a incontrare Letizia quando ci siamo trasferiti a Washington con mio marito e mi sono trovata coinvolta con l’attività del Centro Culturale Crossroads e con i loro bellissimi programmi. Avevo guidato due visite [al Museo], e un giorno Letizia mi ha chiamato e mi ha chiesto di accompagnare Davide Rondoni, che veniva per un incontro su Dante, in una visita a qualcuno dei musei della Smithsonian Foundation. «Certo» – risposi – «a che cosa è particolarmente interessato? » – perché spesso qualcuno arriva dall’Italia pensando di andare a vedere la National Gallery, o l’Arte Americana, mentre la Renwick Gallery è dedicata ad artisti che lavorano materiali da artigiani – vetro, metalli, legno –, e creano con questi materiali degli oggetti d’uso, design applicato, ma anche delle sculture. L’ultima mostra che abbiamo ospitato alla Renwick Gallery era dedicata a Lino Tagliapietra, un artista che lavora col vetro e è a capo di una generazione di giovani artisti americani che applicano la tecnica del vetro soffiato per creare non solo oggetti funzionali, ma anche sculture. Così, essendo io una patita di Dante – come Martha, anch’io sono una convertita, conoscevo un fantastico sacerdote Episcopale allo Wheaton College, che mi ha introdotto a Dante. Avevamo la fortuna di avere a Wheaton gli archivi di Dorothy Sayers, e Dante mi ha aperto la mente a un modo incredibile di comprendere l’arte, la bellezza, il cammino, il viaggio – andai a sentire la presentazione di Dante fatta da Davide, bellissima, e pensavo come sarei potuta arrivare a quel livello. Lui sarebbe venuto il giorno dopo al Museo, e proprio quel giorno in ufficio ebbi un’orribile riunione. La Smithsonian è un luogo dagli equilibri delicati. La riunione era con i responsabili delle Relazioni Esterne, che avevano da lamentarsi riguardo a un’opera di un artista che crea delle sculture molto provocatorie, dei ritratti d’uomo nella forma di fisionomie animali. Sono opere molto potenti, e mi colpiva il fatto che non ricevessimo nessuna lamentela da fuori, ma da parte di persone che lavoravano nel Museo. Non si trattava necessariamente di storici dell’arte o di curatori, ma semplicemente persone che si sentivano a disagio davanti a queste opere d’arte contemporanea, e si meravigliavano del fatto che io portassi quest’arte così scomoda in un luogo così bello. Se non conoscete la Renwick Gallery, è uno spazio molto tradizionale. Io ero perplessa; non mi aspettavo nulla del genere, e così cercai di spiegare loro cosa intendeva l’artista, e perché si trattava di opere importanti. Poi venni ad accompagnare Davide, e fu straordinario vedere che avevo davanti un poeta, un artista, uno scrittore – insegna poesia all’Università di Bologna – che veniva da un altro paese, da un’altra generazione; non aveva mai visto né sentito parlare di questo artista, ma capì l’opera immediatamente. Capì quello che l’artista stava dicendo: “Sei vivo? Sei presente? Chi sei?”. Questo è ciò che accade al Meeting, nel senso che non è qualcosa che vai a vedere, anche se scoprii sull’invito di Davide di essere stata invitata a questo incontro; non so se avesse pensato lui il tema: Fingere il vero: questioni di arte contemporanea, ma fu un’occasione per parlare dell’arte contemporanea nell’orizzonte culturale di oggi, e del ruolo dell’arte nella vita di tutti i giorni. Nulla di diverso da quello che è sempre stato, sin dal tempo in cui lavoravo alla mostra sull’antica arte romana; l’arte ha sempre avuto la funzione e la capacità di educarci riguardo a ciò che siamo, perché ci siamo, e così via. Questo è il modo con cui fui invitata, attraverso questo poeta che parlava di Dante, e poi, con questo tema, Fingere il vero, che trovavo un modo molto stimolante di guardare all’arte contemporanea. Sul palco insieme a me sedevano Beatrice Buscaroli, docente di Storia dell’arte contemporanea a Bologna, che era stata al centro di un certo scandalo ed era stata attaccata per dell’arte omosessuale che aveva esposto a Milano, e un pianista, Ramin Bahrami, famoso per le sue interpretazioni di Bach. Fu davvero interessante, mi piacque molto quando disse che a casa ascoltava Frank Sinatra e Brahms. Un incontro interessante, nel quale tutti noi presentammo alcuni dei fondamenti e delle prospettive del lavoro nel campo dell’arte contemporanea secondo la nostra prospettiva di artisti di oggi. E poi, dopo gli interventi, io e gli altri oratori siamo stati portati in giro per il Meeting, incontrando persone, guardando le diverse mostre. È stato commovente per me vedere molti giovani artisti italiani che volevano condividere con me il loro lavoro, parlarmi della loro esperienza. Era commovente perché quando sei curatore in un Museo, gli artisti cercano continuamente di mostrarti i loro lavori, ed è un po’ snervante perché cercano sempre di vendere. Qui, invece, volevano dirmi perché loro facevano arte, una cosa molto bella. La ragione sta nel fatto che sono mossi da qualcosa, e pensavo che questo descriveva benissimo l’esperienza che potevamo vedere lì presente nei molti volontari. Devo dire infine che sapevo che la parola Meeting significava cultura, ma quando sentii “Rimini”, e “spiaggia”, io che avevo vissuto a Bologna due anni, e conoscevo bene il cibo… beh, tutti quegli aspetti erano presenti, ma dentro un’esperienza eccezionale. Pensavo allora che quasi ogni anno io partecipavo a una iniziativa che si chiama Ragbrai (Register’s Annual Great Bicycle Ride Across Iowa), una gara ciclistica non competitiva che si svolge nello Iowa, alla quale partecipano cinquemila ciclisti, e per noi era come una sorta di pellegrinaggio spirituale a Woodstock. Beh, sono stata costretta a spostare un po’ Chautauqua, Woodstock, e un pezzettino del mio pellegrinaggio spirituale, e spero che tutti voi avrete la possibilità di andarvi. Dovreste davvero, è proprio fantastico.
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