Nella sua enciclica Caritas in veritate, Papa Benedetto XVI utilizza una metafisica e un’antropologia pre-secolariste per sviluppare un’economia e una politica post-secolariste. Al cuore della visione teologica che sottintende questo importante documento sta l’idea, propriamente cristiana cattolica, che la realtà dell’uomo, della società e della natura è irriducibilmente relazionale, e che tutto è ordinato dalla divina “economia della carità”1 verso il sommo bene in Dio. Come i Padri e i Dottori della Chiesa prima di lui, il Papa estende l’enfasi neoplatonica sulla unità divina nella direzione trinitaria dell’infinita relazionalità di Dio e dell’autodiffusione creatrice della divina bontà. Come tale, Dio non è separato dal mondo, ma piuttosto colloca ogni cosa in maniera relazionale, perché questo è il modo con cui l’amore e la saggezza di Dio governano la Sua creazione. L’unione compresente della divinità e dell’umanità in Gesù Cristo rivela compiutamente il profondo ordine proprio dell’opera creatrice di Dio. Per questa ragione, Benedetto XVI lega la carità alla verità e la giustizia al bene comune a cui ciascuno può partecipare. E nel solco della lunga tradizione del personalismo, il Papa afferma che il vero sviluppo di ogni singola persona e dell’umanità tutta implica lo specchiarsi del Dio Trinitario nelle relazioni sociali. Per i cristiani questo significa difendere e promuovere relazioni di mutuo dono di sé nella carità, così che ogni creatura possa realizzare compiutamente la propria forma unica data da Dio, in comunità con gli altri e in comunione con il Creatore. Possiamo partecipare alla divina bontà proprio perché il sommo Bene in Dio ci realizza e ci identifica in forma relazionale. Come tale, il Cristianesimo è più radicale della sinistra liberale e più tradizionalista della destra conservatrice. In linea con il suo precedente, rivoluzionario discorso di Ratisbona, Benedetto XVI è deciso nell’affermare che una metafisica e una politica autenticamente cristiane si pongono ben al di là delle categorie oggi dominanti dell’estremismo secolarista e del fondamentalismo religioso. Sulle origini teologiche del liberalismo secolarista La terza enciclica papale, lungamente attesa, offre anche un intervento assai desiderato sul piano culturale riguardo al dibattito in corso, oggi, nel mondo sui temi dell’economia, dell’etica e dell’ecologia. Rivendicando un sistema economico che si radichi nuovamente nella società civile e che sostenga la vita dell’uomo come della natura, il Papa sottolinea l’esigenza di un nuovo patto morale e di una nuova economia politica che vadano oltre le vecchie dicotomie tradizionali del liberalismo moderno, del conservatorismo e del socialismo, quelle fra Stato e mercato e fra sinistra e destra. A partire dalla Riforma e dall’Illuminismo, tanto il socialismo che il conservatorismo sono essenzialmente di stampo liberale, perché, come ha mostrato Alain de Muralt2, accolgono il volontarismo e il nominalismo teologico del tardo medioevo. Se il diritto pubblico moderno ha sempre posto l’accento sul potere assoluto del singolo e sul diritto arbitrario di decidere sullo stato di eccezione (Carl Schmitt), mentre la moderna sinistra ha insistito su un diritto ugualmente assoluto della collettività di stabilire e revocare la legittimità (Michel Foucault), a entrambi si può rimproverare di ignorare il primato della relazione naturale e culturale, e del ruolo di mediatore dei “pochi” che hanno a cuore la verità e la virtù3. Una politica imperniata su queste ultime sarebbe una politica più “teologica”, che andrebbe a definire il campo del “secolo” come relativo alle realtà temporali e alla loro necessaria limitazione, solo attraverso il suo sguardo ultimo orientato verso norme trascendenti che uniche offrono criteri ultimi che vanno oltre la volontà del singolo o della collettività. La critica politica di Benedetto XVI nei confronti di una democrazia priva di valori, e la sua critica sociale e culturale della “dittatura del relativismo” sono una cosa sola con la sua difesa della metafisica della relazionalità ellenistica e della dottrina biblica della creazione ex nihilo. Negando un bene universale e oggettivo, e incoraggiando un relativismo morale mascherato da libertà di scelta, il liberalismo minaccia i legami fra gli uomini e un corretto ordinamento della polis secondo parametri di giustizia trascendenti. In particolare, il liberalismo si fonda su quattro premesse. La prima, l’individualità astratta piuttosto che la relazionalità incarnata. La seconda, valori generali formali in luogo di virtù universali concretizzate in pratiche specifiche e incarnate in comportamenti secondo ragione. Terza, un contratto sociale unico e unilaterale piuttosto che un accordo reciproco differenziato. Quarta, un’etica impoverita in senso utilitaristico in luogo di una visione aperta a un bene relazionale trascendente. L’universalismo liberale si comprende meglio quale prodotto di una deriva moderna dalla universalità della patristica e del cristianesimo cattolico e ortodosso. Non c’è da stupirsi se i regimi liberali antichi e moderni hanno associato l’assolutismo politico con la tirannia economica e il nichilismo culturale. Oltre l’impianto secolarista L’opinione corrente che la sinistra protegga lo Stato di fronte al mercato, mentre la destra privilegi il mercato rispetto allo Stato è falsa sul piano economico e ingenua su quello ideologico. Così come la sinistra oggi vede il mercato come il più efficace meccanismo di distribuzione della ricchezza privata e del welfare pubblico, la destra ha sempre fatto affidamento sullo Stato per garantire i diritti di proprietà dei benestanti e per trasformare i piccoli proprietari in dipendenti poco pagati togliendoli dalle loro terre e dalle tradizionali reti di assistenza. L’ambivalenza della destra e della sinistra nasconde una più fondamentale collusione fra Stato e mercato. Lo Stato rafforza e garantisce il quadro legale centralizzato e standardizzato che mette il mercato in condizione di estendere il tipo di relazione contrattuale e monetaria virtualmente a tutti i campi della vita. Nel far questo, sia lo Stato sia il mercato riducono la natura, il lavoro dell’uomo e i vincoli sociali a merci, il cui valore è quantificato solo dalla ferrea legge della domanda e dell’offerta. Tuttavia la mercificazione della singola persona e di ogni cosa va contro un principio etico universale, che ha retto la maggior parte delle culture in passato, le quali hanno quasi sempre riconosciuto alla natura e alla vita umana una dimensione sacra. Come altre religioni nel mondo, il Cristianesimo in generale e il cattolicesimo romano in particolare difendono la sacralità della vita e della terra contro la riduzione di ogni persona e cosa, tipica dello “stato-mercato”, a un puro significato materiale e a una utilità economica quantificabile. Dopo lo shock della crisi economica mondiale del 2007-2008, il pendolo è ritornato a un maggior ruolo dello Stato nell’economia, contro il fondamentalismo del libero mercato. Ma misure quali il controllo statale sulle banche, i pacchetti di incentivi fiscali e più precise regole finanziarie, sono riforme del tutto frammentarie che non corrispondono a una trasformazione del capitalismo a livello di sistema. Di fatto, lo stato burocratico e il mercato senza vincoli continuano ad agire in collusione, a scapito del bene comune: i governi continuano a usurpare miliardi di risparmi dei cittadini per salvare il sistema finanziario e il settore bancario, che loro stessi hanno contribuito a creare. Curiosamente, la sinistra ha salvato la finanza globale e ha difeso gli speculatori, mentre la destra ha stampato moneta e si è fatta carico del peso gravoso dell’industria. Entrambe puntellano un sistema che tende a privatizzare i guadagni e a nazionalizzare le perdite. Nessuno ha proposto una vera ridistribuzione di ricchezze e potere, che negli ultimi trent’anni si sono sempre più concentrati e centralizzati. Il Papa rifiuta allo stesso modo l’adulazione dello Stato, propria delle sinistra, e la feticizzazione del mercato tipica della destra, perché ultimamente sono alleate contro forme alternative di organizzazione, legittimazione e autorità politica ed economica. Per questo il Papa scrive nell’enciclica che «il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità» (n. 39). È interessante notare che il Papa non condanna semplicemente la società civile nella sua configurazione attuale, proprio perché gli attori e le istituzioni della società civile sono oggi soggetti all’ordine amministrativo e simbolico del moderno “Stato-mercato”. Al contrario, il Papa chiama a un nuovo genere di equilibrio nel quale sia lo Stato burocratico centralizzato sia il libero mercato globale privo di limiti siano trasformati così da servire i veri bisogni e interessi delle persone, delle comunità e dell’ambiente. Per raggiungere questo, Benedetto XVI sostiene che lo stato e il mercato devono essere ricollocati entro una più ampia rete di relazioni sociali, e governati da virtù e principi universali quali la giustizia, la solidarietà, la fraternità e la responsabilità. Verso una politica economica cristiana In concreto, il Papa incoraggia la creazione di imprese che operino sulla base di principi di mutualità, come cooperative o società di proprietà dei lavoratori. Tali imprese non perseguono solo il profitto privato, ma anche finalità sociali attraverso il reinvestimento degli utili nella impresa stessa e nella comunità invece di arricchire semplicemente i topmanager o gli azionisti istituzionali. Inoltre il Papa auspica associazioni professionali e altre istituzioni intermedie nelle quali lavoratori e proprietari possano insieme determinare giusti salari e prezzi equi. Contro la concentrazione di ricchezza propria del mercato senza vincoli e la ridistribuzione degli utili controllata dallo stato, il Papa propone un programma più radicale: il lavoro riceve un corrispettivo (in forma di azioni) e offre capitale (e non viceversa), mentre il capitale stesso proviene in parte da fonti di credito supportate dai lavoratori e dalla comunità e non solamente dalle banche d’affari guidate dagli azionisti (cfr. n. 38). Inoltre, Benedetto ci spinge a considerare il profitto e l’innovazione tecnologica non più come fini a se stessi, ma come mezzi per assicurare la stabilità dell’impresa, dei lavoratori e dell’ambiente in cui opera. Come lo “Stato-mercato”, anche il denaro e la scienza devono essere rifondati entro un tessuto di relazioni sociali, e sostenere, anziché ostacolare, il rapporto organico tra l’uomo e l’ambiente. Per esempio, l’economia mondiale deve uscire dalla speculazione finanziaria a breve termine per volgersi verso investimenti a lungo termine nell’economia reale, nello sviluppo sociale e nella sostenibilità ambientale. Nel loro insieme, queste e altre idee sviluppate nell’enciclica vanno oltre delle riforme frammentarie e indicano le linee di un cambiamento radicale della logica che sottintende lo “Stato-mercato”. Accanto ai contratti privati e ai provvedimenti pubblici, il Papa cerca di introdurre nel processo economico la logica del dono gratuito e del dono-scambio. Il suo argomento fondamentale è che lo scambio mercantile di beni e servizi non funziona senza il libero e gratuito dono della reciproca fiducia, così pesantemente messo in crisi dalla crisi mondiale delle banche. Per questo scrive che «il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica» (n. 36). Non si tratta di una visione reazionaria né nostalgica. Al contrario, Benedetto recupera e amplia la nozione di “sviluppo umano integrale” proposta da Paolo VI quarant’anni fa. Lo sviluppo socio-economico può essere pienamente umano solo se promuove rapporti di reciproco dono di sé nella carità, che è «il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici» (n. 2). La concreta esperienza della carità ci richiama alla verità che la vita stessa è dono amoroso di Dio. Riferendosi alla sua prima enciclica, Deus caritas est, scrive che «dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, a essa tutto tende. La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza» (CV 2). Se siamo davvero fatti a immagine e somiglianza di Dio, la divina relazionalità trinitaria è misteriosamente riflessa nelle strutture del cosmo e nelle relazioni fra gli esseri umani. Verità e rivelazione Con il porre la carità e la verità al cuore dell’economia morale ed ecologica, il Papa afferma che il Cristianesimo evita l’irriducibile dualismo moderno che domina la cultura, la politica, l’economia contemporanee. La compresente unità di umanità e divinità in Gesù Cristo ci richiama alla divina volontà e promessa della ricapitolazione dell’ordine creato entro e attraverso una sempre più stretta unione con Dio. La conoscenza della provvidenza di Dio non è confinata nella sola fede in una rivelazione scritturale, né nell’affidamento alla sola ragione naturale. In contrasto con la moderna separazione tra ragione e fede, il Cristianesimo cattolico ortodosso ha sempre visto la ragione stessa come dono di Dio, che è condotto alla sua pienezza dalla Rivelazione e dalla fede. Per esempio sant’Agostino asseriva conto gli Scettici che l’esercizio adeguato della ragione implica un tipo di pre-razionale fiducia o fede (pistis) nei sensi, nell’immaginazione e nell’intelletto proprio perché essi, anche dopo il peccato originale, sono sempre di per sé orientati verso l’altissimo Dio increato nelle cose create. Agostino inoltre ha sviluppato, in una direzione trinitaria, il concetto neoplatonico di bellezza come il primo segno della presenza del Bene nel mondo (Fedro, 250 cd), mostrando che la struttura triadica di ego, oikos e cosmos rispecchia la natura trinitaria di Dio. La conoscenza della forma trinitaria nel mondo è alla portata dell’uomo caduto perché la natura insieme umana e divina di Cristo ha rivelato la relazione filiale con il Padre e l’azione dello Spirito, come Agostino illustra nei capitoli 12 e 13 del De Trinitate. Attraverso il risveglio (anamnesis) dell’intelligenza a riconoscere la presenza della saggezza di Dio che ordina ogni cosa secondo lo schema triadico di misura, numero e peso (come la sacra Scrittura ci ricorda in Sap 11,12), Cristo ha ristabilito nella mente dell’uomo una conoscenza mediata di Dio attraverso l’illuminazione. La fede abitua la ragione a vedere i segni della presenza di Dio in tutte le cose, così come il ragionamento aiuta la fede ad approfondire la conoscenza mettendo in relazione il naturale desiderio del Bene soprannaturale in Dio con l’intera creazione che riflette il Creatore in modi diversi, che nessuna mente finita potrebbe eguagliare. In quanto tale, la fede solleva la ragione e allarga il suo orizzonte, mentre la ragione lega la fede alla conoscenza e quindi unisce la percezione e l’immaginazione (“conoscenza inferiore”) con la visione intellettuale (“conoscenza superiore”). La conoscenza del mondo (scientia) e la conoscenza di Dio (sapientia) convergono e preparano l’uomo alla beatifica visione della vita che verrà, così che noi «rimaniamo in lui ed egli in noi» (1Gv 4,13), «poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose» (Rm 11,36). Amare nella verità significa incontrare il Bene relazionale che viene da Dio e riempie ogni cosa della divina bontà, il Dio che auto-diffonde se stesso (il bonum diffusivum sui della teologia cristiana, da Boezio attraverso san Tommaso fino ai platonisti di Cambridge). L’enciclica Caritas in veritate è dunque un documento complesso e denso, che si oppone alla sviante distinzione schematica fra “destra” e “sinistra”, o fra mercato libero o statalista. Il richiamo di Benedetto a una economia civile che limiti il potere dello Stato centralizzato e del mercato globale senza vincoli a favore delle persone, delle comunità e delle associazioni, è di fatto la ricerca di una via che non si può trovare nelle nostre attuali mappe ideologiche. Ampliando l’idea dello “sviluppo integrale” centrato sull’aspirazione di ogni uomo al rapporto interpersonale e al legame organico con la natura, il Papa propone una visione non secolarista, aperta alla gente di ogni fede come ai non credenti. 1 Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, cap. 2. Da qui in avanti, i riferimenti al documento saranno tra virgolette. 2 Alain de Muralt, L’unité de la philosophie politique. De Scot, Occam et Suárez au libéralisme contemporain, Vrin, Parigi 2002. 3 John Milbank, «Preface: The Politics of Paradox», in idem, The Future of Love: Essays in Political Theology, SCM, Londra 2009, pp. IX-XIX.
Per uno sviluppo umano integrale nella verità
di Adrian Pabst / Research fellow, Dipartimento di Teologia e Studi religiosi, Nottingham, GB
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